
«Teatri del mondo», il festival internazionale dedicato ai ragazzi, si trasferisce a Debre Markos, a trecento chilometri dal capoluogo etiopico.
Un progetto dell'amministrazione comunale dedicato a trenta ragazzi, orfani di genitori morti di Aids. Piccola grande occasione di riscatto per ragazzini che di notte dormono in strada tra fango e piogge, dentro sacchi di juta o teloni di nylon.
Siamo da cinque giorni a Debre Markos, un paese che sta a trecento chilometri da Addis Abeba, la inclemente stagione delle piogge incombe, è quasi sempre nuvoloso, le strade di terra rossa ferrosa sono piene di fango.
Ci siamo arrivati a bordo di un Land Cruiser guidato da Gatenet, il nostro autista imperturbabile, stretti in dieci sui sedili posteriori come soldati in armi, attraversando un altipiano lussureggiante, fatto di villaggi spersi nelle pianure sconfinate e agglomerati urbani, suburbi con case fatiscenti e angusti locali dove si può bere un caffè nerissimo bollente o della birra etiope.
Dobbiamo raggiungere la sede del Cvm, una ong di volontari qui molto attiva che si occupa di prevenzione e cura dell'Aids, dove simbolicamente si aprirà la 21° edizione de I teatri del mondo - il festival internazionale del teatro per ragazzi italiano più longevo e ricco di eventi, nato a Porto Sant'Elpidio - con l'apertura del manifesto, scritto in inglese, dove si annuncia che questa sera nel cinema del paese ci sarà lo spettacolo «Simba the lion King», una rivisitazione di Re Leone. L'iniziativa, osteggiata da un rappresentante della destra presente nel consiglio comunale del paese marchigiano, ha fatto infuriare il direttore artistico, l'attore Marco Renzi, che ha risposto sulla stampa locale spiegando anche il senso di questa presenza: «Andremo a fare un laboratorio con 30 orfani di genitori morti per Aids, pagati da uno sponsor privato, senza prendere un euro. Andremo perché non siamo barbari come lui, che dice che tanto queste cose non servono a nulla. Affermazioni con cui si cancellano anni di progetti di solidarietà».
Il primo giorno gli attori hanno incontrato i ragazzini in un locale che sta vicino alla sede della Polizia e gli Uffici governativi, sopra l'arco monumentale di Tekle Haymanot Square dove un gruppo di donne muratori stanno rifacendo la pavimentazione di sampietrini. Gigi Capone è un giocoliere, e appena arrivati ha cominciato a lanciare in aria delle palline. I primi ragazzini lo guardavano ammirati, le bocche spalancate, gli occhi aperti, spiritati sorridevano e applaudivano.
Mentre le palline si muovevano in un flusso di mani accompagnato con delle battute di palmi, erano incalzati da Andrea Calabretta e Chiara e Marta Lucisano, gli attori del Teatro Verde di Roma che hanno costruito insieme a loro lo spettacolo, coadiuvati da Veronica Olmi, direttore artistico di uno dei gruppi storici del teatro ragazzi, fondato da Maria Signorelli, marionettista di fama mondiale. Alcuni dei ragazzini erano scalzi, altri avevano ai piedi ciabatte o scarpe senza lacci, i pantaloni, lunghi o corti, bucati o meno, o le magliette slabbrate e molto sbiadite, graziosi ma molto sporchi e puzzolenti. La morbida bellezza dei visi, soprattutto delle labbra, gli occhi neri e gli sguardi profondi mai feroci, invece dolci e arresi, fanno anche dei bambini di questa etnia mite persone dotate di grande bellezza.
Ne arrivarono altri, avranno avuto dieci, dodici anni, e molti di loro erano ragazzini orfani abbandonati e colpiti dallo stigma che di notte dormono nelle strade di Debre Markos, tra il fango e la pioggia, stretti in sacchi di juta o teloni di nylon. Li ho visti ieri che chiedevano l'elemosina mentre tornavo all'albergo, alcuni s'erano già rannicchiati a bordo di una strada. È incredibile come durante quel primo incontro si erano già appropriati dei cerchi viola che aveva portato Gigi. Se li passavano con gran maestria. In un luogo dove il problema principale delle persone è passare il tempo, e soprattutto dove le persone sono sempre in perpetuo movimento e tutto sembra una grande rappresentazione vivente, non dovrà essere molto difficile portare il teatro, avevo pensato. Poco dopo, infatti, nessuno di loro stava più seduto sullo sgabello di questo stanzone, tutti correvano a tirarsi i cerchi, oppure li avvitavano tra le dita facendoli girare, e con Gigi e Chiara organizzavano uno strano gioco di palline bianche. Nei giorni successivi il gruppo dei ragazzi cresceva, e alla fine s'era sparsa la voce che lì si giocava e si mangiava un pasto caldo dopo le prove, così sulla soglia dello stabile c'erano sempre nuovi arrivati che bussavano alla porta.
Quando arrivo dentro il cinema, gli attori stanno facendo le ultime prove. Andrea Calabretta è al centro del palco, sta dando le ultime raccomandazioni, Veronica e Marta cuciono gli abiti di scena, in realtà fatti con dei teli in plastica colorati, alcuni dei ragazzi sono già truccati, portano i segni in faccia dei baffi delle leonesse, quelli delle scimmie o delle temibili iene. Marco è tornato con un sacco di juta pieno di scarpe acquistate al mercato, ce ne è un paio per ogni ragazzino. Stanno provando la morte di Musafa, il padre di Simba, tutti i ragazzini danzano intorno, una danza macabra. In sottofondo Casta diva dalla «Norma» di Bellini, la voce della magnifica Maria Callas è struggente, questo canto lamentoso e melodioso commuove. Rivedo il ragazzino che impersona Simba, che in realtà è orfano anche lui e si chiama Hared, dallo sguardo consapevole e malinconico, che proprio ieri mi ha confessato che da grande vuole fare il medico. Perché in Etiopia non ce ne sono molti, e vuole curare persone che hanno problemi mentali, lo stress dovuto al fatto di ammalarsi di Aids qui manda molti fuori di testa. Intanto fuori piove, e cominciano ad arrivare i primi divertiti spettatori. Sono per lo più ragazzi adulti, trasandati e sorridenti, che hanno preso posto nelle prime file nelle poltroncine di plastica. Al centro della sala il fotografo Ennio Brilli felpatamente scatta e fa riprese con la telecamera. Marco si aggira tra le prime file e intona: «domani su Daily Mirror: disertata la prima dello spettacolo...».
Poco dopo i giovanissimi attori sono già tutti riversati nell'angolo sinistro del palcoscenico, lo spettacolo sta per iniziare. Intanto la pioggia è aumentata di intensità, fuori diluvia e per le strade non c'è più in giro nessuno, un fiume d'acqua scura corre lungo la via di fronte. In scena gli attori si presentano, è nato il figlio di Re Leone e gli animali lo salutano: entrano le scimmie che saltellano, e poi gli elefanti, e le iene, e poi gli uccelli volteggianti. Entra anche Re Leone con sua moglie Sarabi, ha in mano come scettro lo spazzolone del mocho vileda, arriva lo zio cattivo Scar. Fuori lampi e tuoni sembrano animati da un rumorista pazzo, un muro d'acqua copre la vista di ogni cosa, e a quel punto salta l'illuminazione, tace l'audio, il palcoscenico si rabbuia, ma i ragazzini non si scompongono e le quattro scene del loro spettacolo si chiudono senza una sbavatura, come quelle di una vera compagnia che ha provato ininterrottamente e per mesi lo stesso spettacolo.
Il duello tra Simba e Scar prelude a un lieto fine e a una serie di canti, con i giovani attori che prendono tutto il palcoscenico. «È stata una cacata» dirà alla fine Andrea Calabretta causticamente autoironico come sempre, «ma una cacata miracolosa». Ridiamo tutti pensando che in questi giorni massacranti, metà della compagnia è stata tarmata da una dissenteria destabilizzante. Qualche giorno fa Andrea mi aveva detto: «abbiamo trovato il linguaggio, la sintonia, voglio fare capire ai ragazzi che ogni personaggio, come ogni persona, deve affrontare il proprio destino, che le cose si possono cambiare. Essere o non essere, il nostro se ci pensi è una specie di Amleto africano».
Chiedo alla traduttrice dall'amarico e a Laura, la ragazza del Cvm che ci ha accompagnato in questo viaggio, che voglio parlare con Giacchetta. È un ragazzino piccolo, molto timido. L'ho soprannominato così perché indossa una giacca color vinaccia completamente scucita, maniche a brandelli, che gli sta addosso per miracolo visto come è conciata. Dice che è molto contento, ha parlato con tanta gente in questi giorni, e poi ha avuto in regalo una maglietta e delle scarpe. Abitava in un villaggio a una trentina di chilometri da Debre ed è venuto qui con un uomo che ha promesso ai suoi genitori, dei contadini poverissimi, che lo avrebbe portato in città a studiare, e invece poi lo ha abbandonato per strada. Il suo amico del cuore, un piccoletto dallo sguardo smarrito, invece ha perso entrambi i genitori, il padre in guerra e la madre stroncata dalla malaria, e il patrigno lo ha abbandonato.
Si sono conosciuti alla stazione delle corriere, erano tutti e due da soli e hanno cominciato a chiacchierare, così adesso sono inseparabili. Dormono per strada, fanno lavoretti per sbarcare il lunario, e quando non hanno da mangiare vanno negli hotel e magari riescono a farsi dare i cibi avanzati. Giacchetta, Melkkam vuole tornare a casa. Dice che è sempre triste per strada, si sente solo. Nel villaggio faceva il pastorello, ore intere dietro le mandrie nel silenzio assorto delle grandi pianure. Anche in Africa, «che vuol dir questa/Solitudine immensa? Ed io che sono?», come cantava Leopardi, le domande non hanno risposte.
FONTE: ilmanifesto.it