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Aids, 2 sieropositivi su 3 con più di 50 anni entro 2030

di Luca Negri
DISCRIMINAZIONE, INVECCHIAMENTO, SOLITUDINE

Aids, 2 sieropositivi su 3 con più di 50 anni entro 2030.
Non più giovani, faranno i conti con diverse malattie croniche. Le persone con Hiv cambiano volto: entro il 2030 più dei due terzi in Europa avranno 50 anni e più di un quarto di questo gruppo vivrà con tre o più malattie croniche.

Aids, 2 sieropositivi su 3 con più di 50 anni entro 2030

Aids, 2 sieropositivi su 3 con più di 50 anni entro 2030.
E’ quanto emerge da un report legato all’iniziativa ‘Hiv: The Long View’, che si propone di comprendere quali saranno gli sviluppi dell’infezione nei prossimi anni, la sua gestione e il suo trattamento in Europa. Una survey, condotta su 10 mila persone in tutta Europa, con il supporto di Gilead Sciences. Il rapporto, elaborato da un gruppo di esperti, al suo interno contiene una serie di azioni ‘chiave’, da attuare oggi per migliorare lo stato di salute delle persone che convivono con Hiv.

Eccole: garantire la non discriminazione per le persone che vivono con Hiv; adottare un nuovo approccio nella prevenzione dell’Hiv, concentrando gli sforzi su specifici gruppi ad alto rischio; raccogliere un maggior numero di dati sui pazienti con Hiv al fine di migliorare la conoscenza generale sull’infezione e garantire loro i benefici della medicina personalizzata; educare e informare le categorie a rischio e coloro che già convivono con la malattia sulla necessità di prevenire o ritardare l’insorgenza di malattie croniche in futuro.

“Oggi ci troviamo di fronte a delle enormi opportunità, che potrebbero cambiare in meglio lo scenario sanitario, ma stiamo affrontando anche delle sfide uniche. La possibilità di un futuro più sano per le persone che vivono con Hiv dipenderà da come risponderemo a queste nuove sfide“, afferma Jeffrey V. Lazzaro, Rigshospitalet, Università di Copenhagen (Danimarca). “Non si tratta più soltanto di vivere più a lungo; oggi bisogna lavorare per garantire ai pazienti una buona qualità di vita nel lungo periodo”.

Confrontando il futuro della popolazione generale con quello della popolazione affetta da Hiv, il report si propone di individuare azioni concrete per garantire un futuro migliore ai pazienti e a coloro che rischiano di contrarre il virus. Ebbene, da qui a 15 anni il 53% degli intervistati crede che gli operatori sanitari saranno a disposizione dei malati sempre di più attraverso la tecnologia, ad esempio effettuando delle chiamate virtuali da casa al posto delle visite di persona. Il 67% ritiene che le patologie a lungo termine diverranno un maggiore onere per il sistema sanitario a causa dell’invecchiamento della popolazione.

Inoltre il 61% concorda sul fatto che lo screening preventivo sarà uno dei pilastri della cura. E il 57% degli intervistati vorrebbe parlare di più con il medico della propria salute a lungo termine. “L’evoluzione della tecnologia potrebbe aumentare lo stigma per quei pazienti sieropositivi più adulti: gli over 50, infatti, sono già più isolati rispetto ai giovani affetti dal virus. Questi ultimi potranno nel tempo usufruire di maggiori servizi man mano che invecchiano – afferma Lorenzo Badia, infettivologo del Policlinico Universitario S. Orsola Malpighi di Bologna – Per sconfiggere lo stigma in maniera efficace è fondamentale garantire servizi di assistenza e cura appropriati per tutti i pazienti, tenendo conto dell’invecchiamento della popolazione con Hiv”.

L’esperienza delle associazioni pazienti e degli opinion leader “è stata determinante per dare alla luce il report – conclude Mike Elliott, vice presidente, Medical Affairs, di Gilead Sciences – La pubblicazione di questa ricerca rappresenta sicuramente una tappa importante per aiutare ed incoraggiare i pazienti affetti da Hiv a pianificare un futuro più sano”.

Fonte: adnkronos

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