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AIDS e lavoro-Tutele vigenti e prospettive per il futuro

di Luca Negri
AIDS e lavoro-Tutele vigenti e prospettive per il futuro

AIDS e lavoro-Tutele vigenti e prospettive per il futuroa cura dell’avv. Matteo Schwarz- consulente legale NPS

Non ci troviamo all’anno zero, tuttavia siamo fermi da tempo.

Anche in Italia la complessa questione riguardante il trattamento dei lavoratori con HIV/AIDS ha negli ultimi anni visto, grazie all’indubbia efficacia delle nuove terapie, una significativa trasformazione del nucleo del problema. L’allungamento delle prospettive di vita ed il miglioramento della qualità della stessa hanno consentito a molti di riconquistare spazi di autonomia persi da tempo ponendo, per la prima volta dopo oltre 25 anni dalla genesi dell’infezione, il problema del ricollocamento sul mercato del lavoro dei pazienti.

Spesso si tratta di persone che per molti anni sono state inattive a causa delle proprie precarie condizioni, in qualche caso di individui adulti che, avendo contratto l’infezione in età scolastica o anche prima, non sono mai entrati nel mondo del lavoro.
Rispetto ad un problema che presumibilmente coinvolge molte migliaia di persone, un approccio corretto sarebbe quello di elaborare dei piani di formazione professionale finalizzati al ricollocamento, e ciò anche in considerazione del fatto che sempre più persone, che magari hanno a lungo percepito provvidenze statali quali pensioni di invalidità o indennità di accompagnamento, a seguito di nuove valutazioni, non sempre accurate, da parte delle competenti commissioni mediche incaricate di effettuare le periodiche visite di controllo, stanno perdendo il sia pur modesto contributo di sussistenza rappresentato da quelle stesse provvidenze.

A fronte di questo mutato assetto, che nel nostro paese come in tutto il mondo industrializzato costituisce la nuova realtà dell’universo HIV già da qualche anno, dobbiamo registrare la sostanziale carenza di iniziative da parte delle istituzioni statali che abbiano affrontato il problema in modo significativo.
Sarebbe auspicabile la creazione di una robusta sinergia tra i ministeri del Lavoro, della Salute e delle Attività Produttive, affinché si giunga all’elaborazione di una strategia di approccio concreto ai problemi, ma finora una parte consistente del mondo politico-istituzionale continua ad avere nei confronti del fenomeno HIV, lo stesso atteggiamento generalizzato di larghi settori della società civile: quello della rimozione, dettata dalla paura irrazionale e dalla ingenua speranza che il problema, a dispetto dei dati, continui a riguardare poche e ben identificate categorie di persone. Proprio come 25 anni fa.

Il quadro non è più confortante per coloro che, pur convivendo con l’HIV, nel mondo del lavoro sono già inseriti, o tentano di restarci.
Per molti di essi il problema principale è costituito dal mantenimento della propria posizione, costantemente minacciata dalla possibilità che colleghi e superiori vengano a conoscenza della loro condizione e possano reagire, come di fatto spesso reagiscono, emarginando, mettendo in atto strategie di mobbing, quando non addirittura licenziando in tronco, adducendo le (false) motivazioni più disparate.

A questo rischio si cercò già di porre un argine nel 1990, allorquando nel testo della Legge n.135 fu previsto espressamente, agli articoli 5 e 6, un complesso di norme volte a garantire l’anonimato nella rilevazione delle infezioni da HIV e, più importante, il divieto assoluto per datori di lavoro pubblici e privati di svolgere indagini volte ad accertare lo stato di sieropositività dei dipendenti o delle persone prese in considerazione per l’instaurazione di un rapporto di lavoro.

Tuttavia, ad oltre 17 anni dall’entrata in vigore della Legge, il bilancio che si può tracciare circa la sua operatività su questi aspetti è decisamente poco incoraggiante.
Sebbene il servizio legale di NPS sia attivo da soli 10 mesi, il volume delle segnalazioni riguardanti violazioni della riservatezza dei dati sanitari e casi di discriminazione sul posto di lavoro hanno evidenziato con chiarezza come la Legge 135/90 costituisca uno strumento da solo inadeguato a costituire un valido argine protettivo per i lavoratori con HIV/AIDS.
Troppi i licenziamenti sospetti ed i casi di induzione all’abbandono del posto di lavoro di dipendenti messi in condizioni di estrema emarginazione, troppi i tentativi di rilevare lo stato sierologico del dipendente o del candidato all’assunzione.
Troppi, soprattutto, i casi in cui il lavoratore, seppur indubbiamente discriminato, rinuncia alla tutela del proprio diritto perché scoraggiato da un sistema giudiziario farraginoso e dai costi elevati. Lo scarso utilizzo della Legge 135 come strumento di prevenzione e lotta alle discriminazioni è peraltro testimoniato dalla scarsissima giurisprudenza che sull’interpretazione della legge stessa si è prodotta in questi 17 anni.

Le stesse organizzazioni sindacali, seppur istituzionalmente disposte ad attivarsi in difesa dei lavoratori con HIV discriminati, nei loro uffici territorialmente competenti ad intervenire mediante lo strumento della vertenza, rivelano troppo spesso un’inefficacia ed una mancanza di sensibilità nei confronti del problema che sono indice di una rilevante carenza formativa dei loro operatori.

Di fronte al persistere, ed in alcuni casi all’aggravarsi dei fenomeni di emarginazione e discriminazione a danno dei lavoratori con HIV/AIDS, NPS sta mettendo in atto una strategia che si indirizza verso il duplice obiettivo della informazione/formazione sul posto di lavoro e del potenziamento degli strumenti normativi.
In questo modo si intende da una parte informare e conseguentemente vincere i molti pregiudizi che ancora persistono con riferimento a questa malattia, e dall’altra incoraggiare chi è vittima di fenomeni di violazione della riservatezza o di discriminazione, ad uscire dall’anonimato, portando all’esame delle autorità giurisdizionali il problema nella sua dimensione reale.
Solo in tal modo, conferendo cioè al fenomeno la giusta visibilità, si potrà sperare di pervenire, nel tempo, alla elaborazione di orientamenti giurisprudenziali chiari ed univoci nella direzione di una corretta e rigorosa applicazione della normativa di tutela già vigente.

Fonte:Reallifenetwork

 

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