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Assistenza domiciliare: Orchi (Cctd Spallanzani Roma), “flessibile” per persone con Hiv.

di Luca Negri
Pubblicato: Ultimo aggiornamento il

Assistenza domiciliare: Orchi  “flessibile” per persone con Hiv.Al convegno in corso a Roma sulla assistenza domiciliare, Nicoletta Orchi, responsabile Centro di coordinamento per assistenza domiciliare (Cctd), Inmu Lazzaro Spallanzani, si è soffermata sull’intervento per le persone con Hiv nella capitale.

È stata la legge 135/90 in materia di prevenzione e lotta all’Aids ad avviare gradualmente l’assistenza domiciliare per alleggerire il sovraffollamento degli ospedali . “Nel Lazio – spiega Orchi – si registrano 2,1 casi di Aids per 100mila abitanti, prima regione in Italia, la metà dei quali gravita su Roma e sul suo territorio”.

Il modello organizzativo del Lazio parte dall’ospedale perché è lì che il paziente viene visitato e ne vengono identificati i bisogni. L’ospedale individua il servizio più adatto tra le tre tipologie di assistenza: ospedalizzazione a domicilio, assistenza integrata, case alloggio. La maggiore difficoltà è “fornire assistenza a chi un domicilio non ce l’ha, ma noi la offriamo anche nei garage e nelle roulottes”.

Spesso, per volontà del paziente, viene poco coinvolto il medico di famiglia. Oggi, grazie all’alta efficacia delle terapie antiretrovirali, “dopo i picchi a metà anni 90 di 800 casi nel Lazio, siamo a 150 casi annui. Dalle quasi 600 richieste di assistenza domiciliare a metà anni 90 oggi ne abbiamo poco più di 100 l’anno e attualmente assistiamo circa 400 pazienti”. Per questo nel 2001 è stato studiato un modello di assistenza più “leggero”.

Aumentate la comorbilità – epatite cronica, neoplasie, malattie renali, patologie psichiatriche – l’emarginazione e l’età media dei pazienti (50 anni). Aumentata anche la richiesta di case alloggio perché si tratta di pazienti soli non in grado di gestirsi. “L’assistenza è flessibile, in continua evoluzione secondo il cambiamento dei bisogni – conclude Orchi -. Nel 2013 siamo riusciti a inserire 20 pazienti in Rsa, è questo il modello che ci aspetta. Abbiamo bisogno di condividere piani assistenziali con il territorio”.

Fonte: agensir.it

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