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Bilanci sull’HIV nei bambini

di Luca Negri
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Bilanci sull'HIV nei bambini HIV nei bambini

Nel mondo sono circa due milioni e mezzo i bambini contagiati dal virus dell’AIDS per trasmissione materno-fetale e ogni giorno a questa popolazione si aggiungono in media 1.700 nuovi casi.

Gli antiretrovirali possono cambiare le sorti di questi neonati, ma l’opportunitè di somministrarli già nei primi mesi di vita e in bambini ancora asintomatici sul piano immunologico e clinico rimane materia controversa.

Uno studio del California Pediatric HIV Study Group segna un punto a favore della precocità dell’intervento farmacologico, pur lasciando aperta la questione degli esiti a lungo termine di questa scelta.

Prima dello sviluppo delle terapie antiretrovirali, dal 20 al 30 per cento dei neonati infettati era destinato a passare alla malattia conclamata entro il primo anno di vita e con manifestazioni a prognosi infausta quali la polmonite da Pneumocistis Jiroveci (PCP) o l’encefalopatia.

Oggi, i protocolli terapeutici più innovativi aprono a molti di loro la strada della cronicizzazione, con un buon controllo della viremia e la conservazione delle difese immunitarie, se non addirittura quella della negativizzazione sierologica- premettono gli studiosi californiani.

Diversi studi indicano che quanto più tempestivo è l’inizio delle terapie tanto migliori sono le aspettative di sopravvivenza, ma per vari motivi, tra cui i possibili effetti indesiderati dei farmaci antiretrovirali, non vi sono ancora indicazioni certe su quale sia il momento migliore per instaurare il trattamento nei più piccoli.

L’obiettivo del team pediatrico, facente capo alla Stanford University, è stato quello di confrontare le storie cliniche di neonati con infezione da HIV di origine materna sottoposti a vari regimi di trattamento – profilassi anti-PCP da sola oppure associata a diversi schemi di terapia antiretrovirale – e in tempi differenti – entro il secondo mese di vita oppure a partire dal terzo-quarto mese – seguendoli fino ai tre anni di età e prendendo come parametro di riferimento la progressione alla malattia conclamata.
La terapia antiretrovirale combinata, la forma più avanzata di trattamento, ha ritadato la progressione alla fase conclamata in modo considerevole – riferiscono i ricercatori.

In generale, tutti i piccoli trattati hanno ottenuto un miglioramento della prognosi: solo il 28 per cento ha avuto una progressione alla fase conclamata, contro il 62 per cento di quelli non trattati, e ha comunque avuto un esordio tardivo della sintomatologia e un tasso di sopravvivenza a tre anni del 50 per cento.

I differenti protocolli terapeutici hanno però dimostrato efficacia diversa: la profilassi anti-PCP ha spostato la diagnosi di malattia soltanto da quattro a otto mesi di età, gli antiretrovrali in monoterapia o a schema doppio hanno consentito di guadagnare altri otto mesi, mentre nessuno dei bambini sottoposti allo schema triplo ha sviluppato la malattia entro i tre anni. Inoltre, i trattamenti antiretrovirali, con o senza l’aggiunta della profilassi anti-PCP, hanno ottenuto una maggiore riduzione o un maggiore differimento dei casi di progressione se iniziati entro i due mesi di età.

Pur non nascondendone alcuni limiti – in particolare la natura osservazionale e la ristrettezza del campione, di soli 200 bambini – gli autori dello studio sottolineano che una percentuale superiore al 60 per cento di mancate progressioni e una buona sopravvivenza anche in caso di malattia conclamata sono risultati che devono ispirare ulteriori studi sul trattamento precoce dei neonati sieropositivi.

Le perplessità riguardo la somministrazione dei farmaci antiretrovirali nei primi mesi di vita sono svariate – precisa Ram Yogev, del Children’s Memorial Hospital di Chicago in un editoriale.
Tra queste la difficoltà di stabilire i dosaggi idonei per questa fascia di età, in cui le funzioni epatica e renale subiscono rapidi cambiamenti in seguito ai processi di maturazione degli organi, oppure ostacoli pratici come quelli legati alle somministrazioni frequenti o alle formulazioni inappropriate per i più piccoli.
Ma con ancor più attenzione vanno ponderati altri aspetti, quali la tossicità dei trattamenti, i loro effetti a lungo termine, la possibilità che si instaurino fenomeni di farmacoresistenza.

A fare da specchio a questi dubbi, sullo stesso numero di JAMA, è un altro studio statunitense condotto dal PACTG 219C Team, che ha valutato l’evoluzione dei trattamenti nei casi di infezione perinatale da HIV dal 1987 al 2003, trovando uno sfasamento tra l’identificazione dei nuovi protocolli antiretrovirali e la loro adozione da parte della comunità pediatrica, nonchè frequenti modificazioni degli schemi in corso di terapia. Modificazioni che sarebbero tanto più probabili quanto più precoce è l’età di inizio del trattamento.

Fonte:Monica Oldani – Tempo Medico

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