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Cassazione: rapporti a rischio? Reato di lesioni volontarie

di Luca Negri
Piano Nazionale AIDS (Pnaids)

Chi è affetto da Aids e continua ad avere rapporti a rischio dovrà rispondere di lesioni volontarie gravissime o di omicidio se il virus provoca la morte del partner.

Secondo la Cassazione da quando “i mass media svolgono campagne per illustrare i rischi della grave infezione e i pericoli di alcuni comportamenti sessuali”, non c’è più spazio per le lesioni colpose e l’omicidio colposo.

Perciò, affermano in sostanza i giudici della Suprema Corte, nei casi in cui l’infezione da Hiv viene trasmessa da un partner che, nonostante tutto, continua ad avere “stabili relazioni sessuali”, il reato di cui si dovrà rispondere sarà aggravato dal cosiddetto “dolo eventuale”.

Con la sentenza 44712, riportata anche da Cassazione.net, i magistrati affrontano il caso di una donna di Ferrara che, dopo aver perso il marito nel 1991 per Aids, ed essa stessa affetta da virus Hiv, ha avuto una “relazione stabile”, tra il 1995 e il 2001, con un altro uomo che è rimasto a sua volta contagiato. Sia in primo che in secondo grado la donna, dopo essere stata mandata a giudizio per tentato omicidio, è stata invece condannata per lesioni volontarie gravissime.

La sentenza è stata confermata dalla Cassazione che ha respinto il ricorso dei suoi legali. In riferimento al dolo eventuale, che “trasforma” il reato di lesioni colpose in quello di lesioni volontarie, la Corte evidenzia come “la donna fosse perfettamente a conoscenza del male dal quale era affetta, ed era inoltre consapevole della concreta possibilità di trasmettere il male al proprio compagno con il protrarsi della relazione sessuale”.

Infine, aggiungono al riguardo i giudici, “non poteva avere dubbi in ordine al possibile, anzi probabile, esito letale della infezione da Hiv”.
Dagli atti del processo si evince che l’imputata “conosceva la pericolosità del male tanto è vero che si è sottoposta negli anni a diversi controlli, anche se poi si è rifiutata di sottoporsi alle cure del caso”. Ed è proprio sulla “accettazione consapevole della probabilità” di trasmettere l’infezione che i giudici fondano la responsabilità per “dolo eventuale”.
“Non si tratta – spiegano i magistrati – di un evento astrattamente verificabile e non concretamente prevedibile”, ma di qualcosa che “la coscienza di chi agisce percepisce come concretamente realizzabile”. I giudici di piazza Cavour hanno perciò confermato la condanna a quattro anni di reclusione e al risarcimento dei danni nei confronti dell’ex compagno della donna costituitosi parte civile.

Fonte: tendenzeonline.info

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