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Chi fà da se….difficilmente ce la fà

di Luca Negri

Chi fà da se....difficilmente ce la fàUn altro aspetto drammatico che i pazienti hiv+ vivono in carcere riguarda i sintomi degli effetti collaterali delle terapie.
Sostanzialmente la differenza tra chi sta fuori è chi è recluso sta nel fatto che devi cavartela sostanzialmente da solo ( Chi fà da se.. ), senza un supporto costante da parte di un medico infettivologo e questo perché  non c’è il presidio giornaliero di uno specialista, a meno ché (se siete fortunati) nell’istituto penitenziario in cui ci si trova il medico che presidia l’infermeria, sia specializzato in infettivologia.

 

In libertà, accade che se un sintomo particolarmente acuto si manifesta e ne siamo preoccupati, alziamo il telefono e chiamiamo il nostro medico.
Ben sappiamo che molti di noi hanno nella propria sim del telefono il numero di cellulare del dottore, che negli anni è diventato anche un amico e il più delle volte un incontro avviene in tempi brevissimi, anche in giornata.
In carcere questo è impensabile.
Lo specialista programma le visite una volta alla settimana, quando va bene; ma in penitenziari molto grossi, specie nelle grandi città, i pazienti che deve seguire sono molti e i tempi di attesa sono lunghi, con il risultato che, anche se hai un disagio reale e fisico, vedrai il medico dopo molti giorni.
Ho visto ragazzi che all’inizio di una nuova terapia non reggevano gli effetti collaterali e, nonostante la mia buona volontà per convincerli di tenere duro, mollavano.
Quando ero detenuto ed ero il Peer-supporter del progetto In&Out a San Vittore, passavo ore davanti alla cella di ragazzi che stavano male, tentando di spiegargli che il carcere purtroppo non è così rapido a dare risposte concrete e un intervento del medico, gli/mi incitavo a resistere.
Ma purtroppo i fattori che si legano a quel disagio sono molti:
il trauma dell’arresto, il pensiero ai familiari a casa, il ripercorrere il casino combinato che li ha portati dentro, spesso l’astinenza da eroina, tutto si mescola e priva  le persone di volontà.
E allora interrompono l’aderenza alla terapia.
Certo, ci sono psicologi di supporto nelle carceri, ma l’iter per accedervi non è rapido.
Il trascorre della vita là dentro assume una dimensione che nessuno può immaginare, tranne per chi c’è stato, e ogni problema, anche un piccolo imprevisto, è enfatizzato all’ennesima potenza.
Per ogni cosa devi fare richiesta scritta (domandina), che deve passare il vaglio e l’autorizzazione di varie competenze e, anche se ognuna di queste si trova a pochi metri dall’altra, ci vogliono giorni.
Come ho detto all’inizio della rubrica, non intendo irritare nessuno e nemmeno fare polemiche sterili, desidero solo raccontare come stanno le cose e mettere in evidenza le pecche di un sistema medico-penitenziario che negli anni è sicuramente migliorato, ma ancora tanto si deve fare.
Ci sono istituti che sono eccellenti sul piano clinico, ma sono una goccia nel mare, mentre quello che vi descrivo è la quotidianità.
Riflessione per questo secondo articolo: se le carceri sono lo specchio della nostra società, non mi pare si vada molto bene.

Nel prossimo articolo tratterò l’aspetto alimentazione e vi do un anticipazione:
La crisi entra a San Vittore. “I detenuti poveri hanno fame” (Repubblica 14 dicembre 2008)
Da alcuni mesi sono ai limiti della sussistenza le condizioni di vita dei reclusi di San Vittore. A digiuno. Senza carta igienica. Privi di sapone per lavarsi. Da alcuni mesi sono queste le condizioni di vita dei reclusi

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