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Clive Harvey Fox, il coraggio di vivere con l’Hiv

di Luca Negri
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Di DONYA ABDULHADI
Harvey Fox è un uomo del Sud Africa con una vita alle spalle caratterizzata da molti alti ma anche da tragici bassi. Ora viaggia intorno al mondo per comunicare al pubblico di tutte le età, razze, e fedi, tutto ciò che ha imparato attraverso la sua esperienza.
È venuto al Corriere Canadese accompagnato da un suo grande amico, Alberto de Sousa Costa, anche lui un attivista conosciutissimo, uno dei fondatori del Disaster Management Serices (DMS), un’organizzazione non-profit dedicata alla prevenzione di disastri naturali e non solo.

Fox è uno scrittore, un motivational speaker, padre di un ragazzo di nome James, un ex agente di cambio, ma è soprattutto un uomo con una pace interna scioccante. Una donna americana che lavora in una clinica per i pazienti infetti di Aids lo definisce un essere umano straordinario sul sito di Fox. Un uomo che è stato capace di tirare avanti anche dopo essersi trovato di fronte a difficoltà estreme come ad esempio la morte di una figlia di due anni, seguita da un divorzio complicato, la perdita di tutto il suo patrimonio e una lunga causa in tribunale nella quale è stato condannato ad otto anni di prigione (la condanna è stata poi revocata). E, per finire, anche l’Hiv.

L’Hiv, quella stessa malattia che viene attribuita solo a chi “non si comporta bene”, ai poveri in Africa, ai sudamericani, e gli omosessuali. Un termine quasi derogatorio. Le origini della malattia sono ancora misteriose ma hanno comunque influenzato in modo estremamente negativo i rapporti con le persone infettate. Secondo alcune stime tratte dall’Unaids e il World Health Organization (WHO), dal 1981 fino ad oggi, oltre 25 millioni di persone sono morte a causa di questa malattia. Solo nel 2007, gli stessi hanno calcolato che oltre 33 millioni di persone in tutto il mondo vivono con l’Hiv. Oggi, circa 292 persone in Africa muoiono ogni giorno a causa dell’Aids.

Clive però emana positività da ogni poro, ed è la sua forza d’animo a renderlo in grado di iniziare la sua campagna chiamata “Positive Hiv”. È questo il suo marchio, accompagnato da un logo di una piñata disegnata a forma di labirinto, «perché la vita stessa è un labirinto pieno di strade senza uscita, ed altre che non portano da nessuna parte – spiega – Ho cambiato l’ordine delle parole per dimostrare che l’Hiv è stato la cosa migliore che mi sia mai capitata. Ho scelto una pianta verde perché il verde è sinonimo di speranza e vita» continua. Secondo Clive, nulla succede per caso. Di fatti, crede che tutto in questo mondo, sia una conseguenza di come affrontiamo situazioni diverse. È sicuramente una dichiarazione che ci dà un senso di potere, ma anche tanta umiltà.

Clive ha anche pubblicato un libro, “Finding My Gift” che parla dell’importanza dell’amore verso sé stessi nel quale si augura che “il mondo cambi coscienza” spiega Fox. Il suo messaggio vale per tutti, sia per le persone sieropositive e non solo. Ci parla del fatto che qualsiasi difficoltà nella vita può essere superata tramite «il dono interno della guarigione che tutti noi abbiamo dentro e che è spesso difficile da trovare durante momenti di perdita, e quelli in cui ci sentiamo soli in mezzo ad un inferno» dice.
La cosa più sorprendente della sua visita a Toronto è che l’Hiv non è mai stato il centro del suo discorso. Invece, usa questa sua malattia cronica come qualsiasi altra difficoltà che lo ha aiutato ad amarsi di più. Infatti, crede che l’Hiv sia piombato nella sua vita per renderlo “MORE”, e cioè “di più” e che sia apparso sul pianeta per cambiare la coscienza delle persone.

Quando ha scoperto di avere questa malattia?
«Poco più di tre anni fa»

Come ha reagito la sua famiglia quando li ha informati della sua condizione?
«Rimasero scioccati. Ho provato a chiamare mio fratello, e quando sono riuscito a parlarci lui stava guidando e ha dovuto accostare la macchina per calmarsi un po’. Gli ho chiesto “ma cosa avresti detto se ti avessi detto che ho il diabete anziché l’Hiv? Non sarebbe stata poi così male, vero?”. Anche il diabete è una malattia cronica come l’Hiv. Gli ho detto “la responsabilità di prendermi cura di me stesso è mia, e potrò comunque vivere ancora molto a lungo”.
Dopo quella conversazione mi ha ringraziato, e si è sentito molto meglio. Dopo di che ho chiamato anche l’altro mio fratello per tenere tutti al corrente di ciò che mi stava succedendo. Per i primi quattro mesi dopo la diagnosi non ho detto niente a nessuno, e rimase un segreto tra me e il mio dottore. Mi è poi capitato di prendere un caffè con una persona che sapevo fosse sieropositiva e le ho detto della mia condizione chiedendogli consiglio di come fare. Questa è stata la prima volta che ne ho parlato apertamente con una persona che non fosse il mio dottore, e mi sono sentito subito meglio. Decisi quindi di includere questa mia condizione sul mio profilo on line perché ho deciso di mettere il mio segreto allo scoperto».

Qualcuno l’ha mai respinta per il semplice fatto di essere sieropositivo?
«Non passo la mia vita nel panico pensando a ciò che le persone pensano di me. Ho perso la mia reputazione quando andai in bancarotta e quando ho dovuto affrontare quella lunga causa nella quale fui accusato di furto e frode. Immagina vederti sul giornale della domenica. Il bello è che i giornalisti che scrivevano sul mio conto non mi avevano nemmeno intervistato! Ho deciso quindi di non pensare a ciò che dicono gli altri, e che avrei fatto solo del mio meglio. Sono stato giudicato molto ma se qualcuno mi ha respinto per via della mia malattia, non me ne sono accorto».

Cosa ne pensa degli stigmi associati all’Hiv?
«Penso che molti provengano dall’auto-rifiuto da parte di quelli che ce l’hanno. Come con qualsiasi altra difficoltà, uno deve dare spazio ai pensieri positivi. Io sono un sopravvissuto, non una vittima… cioè, sono una vittima di questa malattia ma non scelgo di vivere come tale. Ora ad esempio, pratico il jogging cinque giorni a settimana, dormo otto ore al giorno e bevo pochissimo alcool.
Dormire e riposare sono le cose più importanti che uno possa fare. Dormire dà al corpo l’opportunità di creare delle nuove cellule bianche che sono le prime ad essere attaccate dal virus, e sono comunque fondamentali per rafforzare il proprio sistema immunitario. Faccio anche molti esercizi di respirazione per dare al mio corpo ossigeno. Tutto questo è un modo di amare se stessi, ed è lo scopo principale della mia campagna “Positive Hiv”».

Alcune statistiche tratte dal World Aids Organization dimostrano che oltre il 50% delle morti in Sud Africa, tra i quali un bel 71% di età fra i 15 e i 49 anni, sono dovute all’Aids. Questo secondo lei è dovuto al poco amore verso sé stessi, scarsa informazione, oppure disattenzione?
«Tutte e tre».

Ci sono state numerose campagne contro la diffusione del virus e a favore dell’amore per la vita in Sud Africa, come ad esempio le campagne “Lovelife” che purtroppo sono fallite. Perché secondo lei sono fallite?
«Centinaia di milioni di dollari sono stati investiti in queste campagne per trasmettere un messaggio contro la diffusione del virus ma il loro fallimento secondo me è dovuto ad alcuni fattori. Il primo è l’abuso di alcool e sostanze stupefacenti.
In Sud Africa le persone bevono troppo, e finiscono per perdere il controllo. Droghe come il crystal meth che è molto diffuso rendono l’individuo molto eccitato sessualmente. In più il messaggio contro la diffusione del virus non rimane molto chiaro in Africa perché la maggior parte dei Paesi africani hanno diverse culture e spesso molte lingue presenti in uno stesso paese. Il problema più grave però è, secondo me, la dipendenza al sesso che è diventato veramente diffusissimo nel mondo. Negli anni Novanta per esempio 95% degli utenti di siti pornografici erano uomini, e il 5% erano donne. Ora 72% degli utenti di siti pornografici sono uomini, il 28% sono donne. Adesso anche le donne stanno diventando più promiscue. Io non mi amavo abbastanza e per questo motivo non mi sono protetto mentro sapevo bene che l’Hiv era molto diffuso nel Paese in cui stavo. Non ho l’Hiv perché ero un bravo ragazzo, sono stato infettato perché anch’io ero promiscuo. La lezione da imparare è che l’Hiv è apparso su questo pianeta come una forma di evoluzione».

Ha appena pubblicato un libro intitolato “Finding My Gift”. Di cosa parla?
«Il mio libro è un’autobiografia, ma il miglior modo per poter spiegare di che si tratta è nella lettura dell’Epilogo. È una poesia che ho intitolato “Would they Know?”. Parla della mia vita dall’età di 19 anni, quando volevo avere una vita “grande”, fatta di una casa grande, macchine grandi, un conto bancario altrettanto grande… e, quando ho compiuto quarant’anni ci sono riuscito. Avevo tutto ciò che volevo. Ho lavorato sodo, ma poi è arrivata la morte di mia figlia, ed è stato il momento peggiore della mia vita.. Da lì è cambiato tutto… Il divorzio, la bancarotta, la causa in tribunale e poi l’Hiv.

E da lì è cominciata la seconda parte della mia vita, che mi ha insegnato come tirare avanti, e che la felicità non sta né in un conto bancario, né nel partner che uno sceglie. Molte persone vivono in uno stato di inconsapevolezza. Non voglio vantarmi, ma conosco molte persone benestanti e ti posso garantire che loro vogliono quello che ho io. Cercano di riempire un vuoto interno disperato, andando da Tiffany o ai Caraibi, cambiando mogli… Quindi il mio libro parla del dono della guarigione, che io ho finalmente trovato».

Come riesce a vivere mantenendo questa grande forza e pace interiore?
«In tre modi. Medito, scrivo e mi chiedo in continuazione: “cosa sta cercando di dirmi la vita? E in che mondo dovrei rispondere?”. Molte persone di dicono che meditare è difficile. Ma anche imparare il francese lo è se non ci si impegna! La meditazione serve per tornare ad uno stato di tranquillità completa, per aprirsi a Dio, ed all’universo. Quando so che sto per affrontare una grossa difficoltà tiro fuori il mio diario e inizio la scrittura con le seguente frase: “Oggi mi sento…” E questo mi porta chiarezza durante i momenti di caos. Il terzo metodo è semplice da capire.

Secondo me, l’Hiv è apparso su questo pianeta per un motivo ben preciso, non possiamo andare in giro a fare ciò che vogliamo con chiunque. Dov’è l’amore in tutto questo? L’Hiv serve a ricordarci che se la razza umana intende sopravvivere, allora bisogna evolvere dal nostro stato più primitivo guidato dagli istinti. È come se dicesse “o evolvi, o morirai”! Prendi ad esempio la crisi economica, ci è servita a capire che non possiamo essere felici con le cose materiali. La felicità è una cosa che si ha dentro. Lo sforzo che uno deve fare per essere felice è lo stesso di quello per essere tristi, ma quindi perché uno sceglierebbe di essere infelice?»

Dice che il mondo ha bisogno di “cambiare coscienza”. Cosa intende?
«Prendiamo la diffusione dell’Hiv in Africa. Ghandi aveva ragione quando disse che la povertà è il peggior nemico dell’uomo. Ci deve essere un cambiamento nei costumi sociali, nei comportamenti delle persone. Penso che questo cambiamento stia succedendo ora. Oprah Winfrey ha giustamente detto dopo la vittoria di Obama alle elezioni: “sembra che si stia verificando un cambiamento di coscienza globale”. Concordo pienamente.
Molte persone non vivono, esistono e basta. Invece bisogna catturare la propria essenza, scoprire il proprio scopo, e concretizzare il nostro potenziale».

Ha trasformato una malattia mortale in una cosa positiva. E ora insegna un concetto chiamato “Più o Meno”. Di cosa si tratta?
«È un modo di vedere la vita, agendo solo con il principio dell’amore verso sé stessi. Penso che dovremmo tutti fare decisioni per noi stessi. Per esempio, se stiamo per avere un rapporto con qualcuno dobbiamo prima chiederci se questo contribuirà all’arricchimento della propria vita o se toglierà qualcosa. Praticando il sesso senza proteggermi, mi renderebbe di più o di meno? È un modo di approcciare il mondo».

La sua esperienza ci ha dimostrato che l’Hiv non significa morte, ma significa vivere, e che ci sono molte difficoltà nel mondo e che l’Hiv non dovrebbe essere usato come metodo per discriminare le persone infettate. Come reagisce il suo pubblico quando sfida i soliti pregiudizi sull’Hiv?
«Accolgono le mie idee a braccia aperte. Sono andato in Sud Africa di recente, a Cape Town. Alcuni studenti mi hanno addirittura chiesto se potevano usare il marchio “Positive Hiv” per le loro tesi. Mi hanno chiesto cosa scriverei su uno sticker per la macchina, e abbiamo pensato a “Bless the Journey”. Perché è proprio il viaggio della vita a dover essere benedetto. Siamo manifestazione vivente dell’esistenza di Dio».

Fonte: corriere.com

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