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Colpevoli di reagire

di Luca Negri
Piano Nazionale AIDS (Pnaids)

Colpevoli di reagire
Dal Carcere al Cie e viceversa.
A pagare per la rivolta avvenuta domenica notte nel Centro di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria saranno in tre. Le telecamere hanno individuato i colpevoli e giustizia sarà fatta.

Ipotizzati i reati di minacce, violenza e lesioni a pubblico ufficiale. Poco importa se la protesta è l’espressione di un disagio che i migranti vivono quotidianamente nel centro, dietro le sbarre, tra il ferro e il cemento, privati delle adeguate cure mediche, in un luogo dove il diritto viene sospeso.

E il tempo non passa mai. Capire cosa succede all’interno dei Cie non è semplice, e nella maggior parte dei casi le testimonianze dei migranti stridono con quelle ufficiali. Una fitta coltre di nubi avvolge ogni cosa. E prima che la verità venga a galla passano giorni. Durante le proteste di domenica quattro immigrati sono riusciti a fuggire. Il giorno seguente però le fonti ufficiali parlavano di «tentativo fallito», secondo l’ufficio del Garante dei diritti dei detenuti del Lazio «il piano di fuga» sarebbe stato «fermato sul nascere» grazie al repentino intervento delle forze dell’ordine.

Ma sulla vicenda ci sono ancora tantissimi dubbi, a riprova di una mancanza di trasparenza che ormai è diventata prassi. La stessa protesta che ha portato in carcere tre persone, non sarebbe stata «improvvisa» e tanto meno gratuita. Dalle testimonianza raccolte da radio Onda rossa, in collegamento telefonico con i reclusi del Cie, è emerso infatti che la rivolta sarebbe divampata in seguito ad un pestaggio di cui sarebbe stato vittima un ospite del centro.

Versione sostenuta anche dall’associazione “A buon diritto” che non perde l’occasione per denunciare come a Ponte Galeria «le proteste siano altrettanto frequenti degli abusi ad opera degli agenti di polizia». E se all’origine della manifestazione di dissenso ci sarebbe un atto di violenza, stando a quanto denunciano i detenuti dall’interno, le cose non sarebbero certo migliorate il giorno seguente: «Non ci hanno dato la colazione, né il pranzo – racconta un immigrato -, sono da poco passati con il carrello a distribuire la cena, ma il cibo è immangiabile».

E non è tutto. C’è chi sta male e si vede negare le medicine di cui avrebbe bisogno: «Avrebbero dovuto somministrarci la terapia alle 4 del pomeriggio – racconta l’uomo –  gliel’abbiamo chiesta e ci hanno risposto che decidono loro e non noi. C’è un ragazzo diabetico che sta soffrendo molto, un altro ha l’epatite e non si sente bene: gli hanno detto “se muori, te e gli altri, non sono affari nostri”, “così imparate a comportarvi bene”».

Per reclamare tutele e garanzie per i migranti, ieri mattina, davanti a piazzale Clodio, dove si svolgeva il processo per direttissima contro i reclusi arrestati, la rete antirazzista romana ha organizzato un presidio. «La libertà non si processa. Chiudere tutti i Cie» recitava lo striscione esposto davanti al tribunale. «Stamattina prima che mi dividessero dagli altri imputati – racconta un recluso, ci hanno radunato tutti insieme e un carabiniere ha iniziato a dirci “che schifezza di mussulmani”».

Piccole, grandi violenze quotidiane e uomini innocenti in una gabbia, come scimmie, trattati da criminali. L’appello è disperato: «Aiutateci, stiamo soffrendo. Siamo anche noi esseri umani».

FONTE: terranews.it

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