Home Donne CROI 2020: Dolutegravir associato a maggior aumento di peso post-parto rispetto all’efavirenz, 18 marzo 2020

CROI 2020: Dolutegravir associato a maggior aumento di peso post-parto rispetto all’efavirenz, 18 marzo 2020

di Luca Negri
Hiv in gravidanza

Dolutegravir associato a maggior aumento di maggior aumento di peso post-parto rispetto all’efavirenz

In due studi condotti su donne HIV-positive nell’Africa sub-saharianaè stato osservato un maggior aumento di peso post-parto corporeo molto più cospicui nell’anno successivo al parto in partecipanti trattate con dolutegravir rispetto a quelle trattate con efavirenz. In uno di questi due studi, però, è emerso un altro elemento degno di nota: sebbene l’aumento di peso sia risultato più marcato con il dolutegravir, nelle partecipanti non si sono registrati aumenti più rilevanti di quelli osservati in donne HIV-negative, il che fa pensare che l’efavirenz possa limitare l’aumento di peso stesso.

I risultati dei due studi sono stati presentati la settimana scorsa alla Conferenza su Retrovirus e Infezioni Opportunistiche (CROI 2020), che si è tenuta in un’inedita modalità online dopo che l’incontro di Boston è stato annullato a causa dell’emergenza sanitaria legata al nuovo coronavirus e sindrome COVID-19.

Il primo è uno studio osservazionale di coorte condotto in Botswana su un campione di donne in stato di gravidanza, 122 HIV-negative e 284 HIV-positive: di queste ultime, 170 assumevano un trattamento antiretrovirale (ART) a base di dolutegravir, tenofovir disoproxil fumarato (TDF) ed emtricitabina, e 114 a base di efavirenz, TDF ed emtricitabina.

Alla quarta settimana post-parto, le partecipanti dei tre bracci avevano un indice di massa corporea simile; dopo 18 mesi, tuttavia, quelle trattate con dolutegravir e quelle HIV-negative pesavano circa 5kg in più rispetto a quelle trattate con efavirenz.

CROI 2020: Dolutegravir associato a maggior aumento di peso post-parto rispetto all’efavirenz, 18 marzo 2020

Il secondo studio, condotto in Sudafrica e Uganda, ha riscontrato che le donne che in gravidanza iniziavano ad assumere un trattamento a base di dolutegravir prendevano più peso dopo il parto rispetto a quelle che assumevano efavirenz. Nel braccio del dolutegravir si sono osservati aumenti in media di 4,35kg in più rispetto al braccio dell’efavirenz.

Negli studi sull’aumento di peso associato all’assunzione di antiretrovirali si attribuisce un ruolo importante all’inibitore dell’integrasi dolutegravir, ma a spiegare le differenze osservate in associazione ai regimi possono contribuire anche fattori di tipo genetico che influenzano il metabolismo dell’efavirenz. Circa una persona su cinque di origine africana è geneticamente predisposta a metabolizzare l’efavirenz più lentamente, il che risulta in livelli di farmaco più elevati, effetti collaterali più importanti e mancato aumento di peso. Sembra invece che chi metabolizza più rapidamente l’efavirenz sia più soggetto a prendere peso.

A CROI sono stati presentati diversi altri studi dedicati alla questione dell’aumento di peso associato alle terapie antiretrovirali, dai quali emerge che possano avere un peso i fattori genetici, mentre non sono risultati rilevanti elementi come il tasso metabolico o le modifiche al regime alimentare.

In uno studio condotto su 30 partecipanti che iniziavano la ART non sono stati osservati cambiamenti nel tasso metabolico a riposo, nella quantità di calorie assunte o nel consumo di ossigeno, eppure le partecipanti hanno preso in media 15,7kg in 12 mesi. In uno studio separato, condotto stavolta su  300 persone, è risultato che il cospicuo aumento di peso che si osservava dopo quattro anni di terapia era in larga parte imputabile a un peso già più elevato prima di iniziare la ART e alla scarsa attività fisica. 

In un terzo studio si è invece cercato di capire se aumento di peso ed effetti collaterali neuropsichiatrici potessero essere influenzati dagli stessi fattori genetici. Sono stati messi a raffronto i dati relativi a massa corporea e sintomi neuropsichiatrici di 220 pazienti trattati con un inibitore dell’integrasi e 62 pazienti trattati con un inibitore della proteasi. Dopo sei mesi nei pazienti che presentavano una specifica variazione genetica è stato osservato un aumento di peso di entità molto più considerevole rispetto a pazienti che presentavano due altre variazioni; questo se assumevano un inibitore dell’integrasi, ma non se assumevano un inibitore della proteasi. Nello stesso gruppo di pazienti si è registrata anche una più elevata insorgenza di effetti collaterali neuropsichiatrici.

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