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Detenzione e persone con HIV

di Luca Negri
Aggiornata la Guida ISS su accesso alle cure dei migranti

Sono circa 120.000 le persone detenute che in un anno transitano all’interno degli Istituti penitenziari italiani. Sulla base di numerosi studi si stima possano essere circa 6.000 le persone sieropositive per HIV, di cui circa la metà non noti o non dichiaratisi tali ai servizi sanitari interni.

Gli ultimi dati su scala nazionale resi disponibili dall’Amministrazione Penitenziaria e relativi al 2009, evidenziano un 2% di pazienti HIV positivi detenuti, riferita a circa il 30% dei nuovi ingressi. Negli studi osservazionali controllati condotti dal
2005 al 2012 su campioni significativi di popolazione, la prevalenza oscilla tra il 3.5% e il 7%. Non sono stati condotti in Italia studi relativi all’incidenza di nuove infezioni e non è quindi noto il tasso di sieroconversione annuo in carcere.
Ugualmente è noto come pratiche “a rischio” come tatuaggi, rapporti sessuali non protetti e utilizzo di aghi usati, siano tuttora comuni all’interno delle prigioni. Il tasso di infezione tra le donne detenute (5% della popolazione detenuta) è risultato in diverse osservazioni superiore anche del 50% rispetto alla popolazione maschile. Non si sono osservati variazioni del tasso di prevalenza rispetto all’etnia delle persone studiate e dei Paesi di provenienza.

Interventi utili per l’assistenza al paziente detenuto HIV+ e per la prevenzione in ambito penitenziario

Formazione personale sanitario tramite corsi specifici per medici, psicologi e infermieri penitenziari e corsi per il personale di Polizia Penitenziaria
Perchè diverse sono le professionalità sanitarie e non, che hanno un ruolo nel percorso assistenziale delle persone detenute HIV positive.

Offerta del test HIV che attualmente è insoddisfacente. Lo stigma correlato
ancora oggi comporta il rifiuto per paura di essere identificati. Le condizioni
psicologiche particolari relative al “trauma da ingresso” in carcere impediscono in quel momento un counselling efficace e l’ottenimento del consenso informato al test. I pazienti non consapevoli della propria sieropositività hanno una probabilità 6 volte superiore di trasmettere l’infezione rispetto a quelli consapevoli.
Gli interventi dovrebbero comprendere:
Proposta normativa che preveda la “presa in carico” del detenuto, con l’obbligo per i Servizi Sanitari di offrire, reiteratamente nel tempo, un counselling adeguato e un accesso volontario e libero ai test di screening
Garantire la reiterazione dell’offerta del test
Adozione di un codice di condotta per il personale sanitario

DetenzioneEducazione sanitaria della popolazione detenuta con incontri informativi e formativi periodici con personale specializzato ed esperti del terzo settore, con peer educator e mediatori culturali ove necessario.
Gli interventi dovrebbero comprendere:
Distribuzione materiale cartaceo.
Colloqui personali con Sanitari

Riduzione del danno
Sono presenti in letteratura esperienze in Istituti Penitenziari europei di programmi di prevenzione basati sulla distribuzione di siringhe e aghi sterili per contrastare l’insorgenza di nuove infezioni a trasmissione parenterale (HIV, HCV, HBV) e di profilattici per il contrasto alla trasmissione sessuale.
L’Ordinamento Penitenziario Italiano attualmente non consente l’ingresso di tali presidi in carcere. Tali strategie appaiono ampiamente condivise tra gli esperti internazionali, ma per introdurle nei penitenziari italiani appare necessario lo sviluppo di sperimentazioni congiuntamente autorizzate dai Ministeri della Giustizia e della Salute.
Gli interventi dovrebbero comprendere:
Distribuzione di kit di aghi ed inchiostro per tatuaggi sterili monouso.
Posizionamento di distributori gratuiti di profilattici in luoghi di accesso comune, ma riservati.
Posizionamento di scambiatori di siringhe.

Assistenza e offerta terapeutica
L’assistenza infettivologica in molte realtà penitenziarie è ancora fornita in maniera occasionale e spesso solo su richiesta di visita specialistica da parte delle Unità Operative di assistenza penitenziaria.
All’interno del circuito penitenziario, la quota di trattati con viremia stabilmente soppressa è insoddisfacente rispetto alla situazione esterna.
Nettamente superiori alle medie nazionali sono, inoltre, i pazienti con un numero inferiore a 350 cellule/µL di T CD4+ e quelli che presentano patologie opportunistiche AIDS correlate e/o epatopatie severe da coinfezione con virus epatitici.
Gli interventi dovrebbero comprendere:
Offrire terapie antivirali a tutti coloro che ne necessitano secondo le LG nazionali ed internazionali.
Counselling specifico su efficacia, tossicità e importanza dell’assunzione regolare della terapia.
Garantire a tutti i pazienti in terapia la distribuzione dei farmaci agli orari prescritti e i controlli ematochimici, virologici ed immunologici ai tempi richiesti.
Registrazione dell’aderenza.
Elaborare strategie di interventi coordinati tra specialisti

Continuità terapeutica
E’ diritto inalienabile dei pazienti in terapia, la sua prosecuzione al momento del rilascio in libertà o del trasferimento in altro Istituto Penitenziario per cui dovrebbe essere fornita una quantità di farmaco pari alle assunzioni per i sette giorni successivi e attuato il trasferimento dei farmaci in uso del paziente trasferito all’Istituto che lo riceve.

Collegamento con i servizi ospedalieri esterni
Oltre il 50 % delle persone in terapia antiretrovirale non si presenta ai servizi territoriali all’uscita dal carcere e cessa di sottoporsi ai controlli e alla terapia antiretrovirale.
L’Infettivologo dell’Istituto dovrebbe stabilire con il proprio assistito il percorso terapeutico in libertà, assicurando personalmente il proseguo dell’assistenza o, in caso di residenza del detenuto in altra città, il contatto con il centro di infettivologia di riiferimento.

Estratto dalle Linee Guida 2013

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