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Discriminazioni, ”Avere l’HIV è una condanna ad essere precari a vita”

di Luca Negri
AIDS e lavoro-Tutele vigenti e prospettive per il futuro

Discriminazioni, ”Avere l’HIV è una condanna ad essere precari a vita”
Casa e lavoro? Spesso si rivelano un miraggio per le persone sieropositive. Ancora oggi. Chi convive con l’Hiv ha problemi a stipulare assicurazioni sulla vita, condizione in tanti casi richiesta dalle banche per concedere un mutuo.

E l’accesso al mondo del lavoro è ancora oggi complicato. Molte aziende – supermercati, fabbriche, imprese di vario tipo – fanno fare esami del sangue agli aspiranti lavoratori in fase di pre-assunzione. E diversi sieropositivi denunciano di essere stati scartati, magari con una scusa, subito dopo averli fatti.

Discriminazioni, ''Avere l'HIV è una condanna ad essere precari a vita''

A puntare i riflettori sulle discriminazioni che ancora resistono, sui diritti negati «che rendono i sieropositivi dei ’precari a vita’», è Rosaria Iardino, presidente onorario del Network persone sieropositive (Nps) che, oggi a Milano, presenta la II Conferenza italiana sull’accesso alle cure (in programma domani nel capoluogo lombardo) e fa il punto sugli ostacoli quotidiani con cui ancora deve scontrarsi chi si imbatte in una diagnosi di Hiv. «Su questi due grossi problemi ci è arrivata una pioggia di segnalazioni da tutta Italia», racconta. Ma i sieropositivi, avverte, non sono più ’morti che camminano’ ma semplicemente malati cronici, come può esserlo un diabetico o un iperteso. «Oggi le persone sieropositive hanno un’aspettativa di vita che può essere sovrapponibile a quella di una persona sana e grazie alle terapie le loro condizioni di salute sono incredibilmente migliorate», assicurano gli infettivologi.

Eppure «ancora si deve parlare di diritti negati». Brucia ancora la storia di un infermiere militare che scopre di essere Hiv positivo e viene bollato come ’temporaneamente non idoneo’ alla professione. Il caso, nel 2009, è stato sbloccato dall’intervento del Garante della privacy. Ma il problema si nasconde in carte e regolamenti, e anche nei bandi di concorso del ministero della Difesa che chiedono come requisito il test dell’Hiv. «L’ex ministro Ignazio La Russa si era impegnato a superare il problema, ma poi c’è stato il cambio di governo e oggi siamo punto e a capo. Abbiamo già chiesto un incontro con il nuovo ministro. Ma c’è molto da fare anche in altri campi. La nostra prossima battaglia sarà sugli esami pre-assuntivi», annuncia Iardino.
«Sul fronte del lavoro, sembra che oggi si voglia investire solo sulle persone sane – osserva Iardino – non sui malati cronici che sono visti come un problema. La verità è che queste difficoltà non le incontrano solo i sieropositivi, ma anche chi ha avuto un cancro, o ha l’epatite C. Per questo abbiamo scritto una lettera alle associazioni che rappresentano altre tipologie di malati cronici, per unire le forze. La nostra missione è una sola: abolire gli esami pre-assuntivi. Siamo pronti ad arrivare fino alla Corte europea dei diritti dell’uomo se necessario».

Nps, da un anno, si muove anche sulla questione assicurazione sulla vita. «Stiamo lavorando con l’Ania. Vogliamo far capire a tutti che non c’è nessun motivo per chiudere le porte ai sieropositivi – spiega Iardino – Porteremo i dati scientifici che lo confermano e che dimostrano che c’è gente che convive da 30 anni con l’infezione e che ha un’aspettativa di vita che va ben al di là della durata di un mutuo».
Ora che l’accesso alle cure viene garantito in Italia – «nessun particolare problema emerge dal nostro monitoraggio continuo sulle Regioni», sottolinea Iardino – resta da risolvere quello dell’accesso al lavoro e del reinserimento sociale, avverte Nps.

 

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