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Epatite C: se i farmaci costano troppo la salvezza passa dall’Asia

di Neptune
Farmaco Epatite C: accertamenti NAS in uffici Regioni

Epatite C: se i farmaci costano troppo la salvezza passa dall'AsiaMigliaia di italiani si fanno spedire i farmaci dall’India: perché in Italia i prezzi sono proibitivi. Ma ogni volta è una scommessa: arriverà il pacco? Così, con il passaparola, nascono triangolazioni per mezza Europa.

La speranza a volte arriva dall’India, sotto forma di un pacchetto anonimo. Al suo interno un farmaco che in Italia può arrivare a costare fino a centomila euro, ma che nella versione generica, prodotta da piccole aziende asiatiche, è venduto a non più di mille. Per tanti pazienti italiani è questa l’unica via per ottenere le nuove superpillole contro l’epatite C, farmaci rivoluzionari che per la prima volta promettono di eradicare completamente il virus dal loro organismo.

Una strada che ha tentato anche Alberto (il nome è di fantasia, perché ci ha chiesto di rimanere anonimo): 65 anni, da dieci malato di epatite C, nel 2015 Alberto scopre che il suo fegato comincia a perdere elasticità, segno che la patologia sta peggiorando. E inizia il calvario. La terapia tradizionale, a base di interferone, è poco efficace e ha molti effetti collaterali. «Quando ne ho parlato con il medico, lui mi ha suggerito un nuovo trattamento meno pericoloso e in grado di guarirmi completamente in pochi mesi», racconta. Si riferiva al sofosbuvir, il primo di una nuova classe di antivirali (a oggi sono già 8 quelli approvati in Europa) che possono eradicare il virus Hcv dall’organismo con un’efficacia elevatissima, che raggiunge anche il 99 per cento dei pazienti.

Massima efficacia, ma anche massimo costo: tanto che il Servizio sanitario nazionale, sempre più in affanno, lo rimborsa solo ai malati in immediato pericolo di vita. Alberto, quando decide di cambiare terapia, non rientra in questa categoria: è grave, ma non abbastanza. Dunque niente farmaco, a meno di pagarselo di tasca sua. E per un sessantenne senza lavoro (lo ha perso cinque anni fa proprio a causa della malattia) impossibile. L’unica alternativa? Cercare il farmaco altrove: «Ho chiesto in giro, mi sono informato», racconta Alberto. Che alla fine riesce a mettersi in contatto con Greg Jeffreys, un paziente australiano che ha messo in piedi una sorta di onlus per aiutare i malati a ricevere quel farmaco dall’India.

Dopo un carteggio serratissimo con Jeffreys, il sofosbuvir parte dall’India verso l’Italia. Qualche giorno dopo, l’amara sorpresa. «Il farmaco non arrivava», prosegue Alberto. «Era stato bloccato dagli ispettori doganali di Malpensa e quindi rimandato indietro». Perché per la legge italiana non è possibile far entrare nel suolo nazionale un trattamento sanitario equivalente a un farmaco che in Italia è coperto da brevetto.

In realtà le norme sono soggette a un certo grado di discrezionalità e la storia può avere esiti molto diversi: talvolta la dogana italiana fa passare i pacchetti, specie se si è in possesso di una prescrizione; altre volte vengono ritirati a Francoforte o in altri scali Ue dove i controlli sono meno serrati; in altre occasioni altre volte ancora, come nel caso di Alberto, vengono invece rimandati al mittente. Di qui tutto un passaparola tra pazienti sulle città europee in cui più conviene farsi spedire il medicinale dall’india. Poi, una volta che la busta è dentro la Ue, tutto è più facile.

Anche quando le superpillole riescono ad arrivare al destinatario, però, il successo non è garantito. Perché non è detto che in quel tanto atteso pacchettino ci sia effettivamente il farmaco salvavita. Con l’aumento del cosiddetto “turismo sanitario”, un mercato che secondo i dati Ocse muove circa 200 miliardi di dollari l’anno, sono aumentati anche i casi di contraffazione. Farmaci fasulli o imperfetti che possono essere molto pericolosi: «Se venisse da me un paziente con un equivalente rimediato all’estero, sarei in enorme difficoltà», conferma Antonio Gasbarrini, ordinario di gastroenterologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma. «Un medicinale con principio attivo sottodosato può infatti aumentare la resistenza virale, rivelandosi controproducente».

Eppure il commercio prospera e Alberto non è certo l’unico paziente a tentare la via indiana alla guarigione. Il problema arriva da lontano, perché a spingere i malati su questa strada sono strategie di politica sanitaria. Quando, nel 2015, i farmaci sono arrivati in Italia, l’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa) si è trovata di fronte al classico problema della coperta troppo corta: moltissimi pazienti – l’Italia è il paese europeo con la maggiore presenza di infetti – e molecole costosissime: nonostante una buona contrattazione dell’Aifa, il prezzo si aggirava intorno ai 40 mila euro a trattamento.

Troppi, per essere distribuiti a tutti i 500-700 mila pazienti che secondo l’agenzia sono eleggibili per ricevere la terapia. Il sistema sanitario non può permettersi di spendere decine di miliardi di euro in epatite C, cioè più di quanto spende ogni anno per curare tutte le altre malattie. Così l’agenzia prende una decisione difficile, identificando i criteri di rimborsabilità prioritaria: sei categorie di pazienti direttamente in pericolo di vita, che possono ricevere il farmaco tramite il Ssn. L’obiettivo sarebbe quello di curare tutti, iniziando dai casi più gravi per poi passare via via ai pazienti più lievi. Ma è trascorso più di un anno, e questi criteri non sono ancora stati rivisti. Così Alberto e gli altri devono cercare strade alternative per guarire. «È un nuovo paradigma sanitario», tuona Ivan Gardini, presidente di EpaC, l’associazione nazionale di pazienti con epatite C: «per essere curato, devi peggiorare. Un precedente pericoloso, perché dopo l’epatite potrebbe essere il turno di altre malattie».

L’Aifa dal canto suo rivendica il lavoro fatto: 45 mila pazienti hanno già ricevuto le nuove terapie, e il prezzo dei farmaci negoziato per l’Italia è il più basso d’Europa. Tra bonus e rimborsi siamo già scesi sotto i 10-20 mila euro a paziente. «A breve dovremo rinegoziare il prezzo del sofosbuvir, e nei mesi successivi è attesa l’autorizzazione di due nuove terapie contro l’epatite C», assicura il presidente Mario Melazzini. «Conosciamo le preoccupazioni dei pazienti, e sappiamo di dover ampliare l’accesso ai trattamenti. Ma non possiamo non tener conto dei fondi disponibili, di cui abbiamo già chiesto il rifinanziamento».

Già, i fondi. Anzi, il fondo. La copertura economica per l’emergenza epatite C è arrivata per ora dal fondo farmaci innovativi: un tesoretto da 500 milioni di euro per il 2015 e altrettanti per il 2016. Il finanziamento però arriva solo fino alla fine di quest’anno, e per sapere se, e come, verrà rinnovato bisognerà aspettare il patto di stabilità che verrà discusso in autunno.

Quanto servirebbe per allargare a sufficienza l’accesso ai farmaci? Secondo un’indagine di EpaC, realizzata analizzando le esenzioni per Epatite C presentate alle Regioni, i pazienti ancora da trattare potrebbero essere “solo” 100 mila; molti meno di quanto stimato dall’Aifa, che si basa invece su calcoli statistici e tiene conto anche dei pazienti potenziali, inconsapevoli di aver contratto l’infezione. Con meno di 10 mila euro a paziente, la cifra necessaria potrebbe aggirarsi attorno al miliardo di euro. Le associazioni dei pazienti hanno inviato una lettera aperta al Presidente del Consiglio Matteo Renzi, chiedendo un piano pluriennale che garantisca tempi certi e l’accesso ai farmaci per tutti i malati. Ora la palla è al governo.

Nel frattempo Alberto si è fatto rispedire il sofosbuvir in Spagna, e da lì, dopo una serie di passamano il pacco ha finalmente raggiunto il nostro paese. Ma intanto il suo fegato è peggiorato, così è rientrato nei criteri di rimborsabilità dell’Aifa: ora il nostro paziente ha a disposizione ben due farmaci. «Uno lo regalerò a un compagno di sventura», dice. Qualcuno che per il sistema sanitario non è abbastanza grave da essere curato.

FONTE: espresso.it

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