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Harold Brodkey – Questo buio feroce. Storia della mia morte

di sert_budrio

Harold Brodkey - Questo buio feroce. Storia della mia morteHarold Brodkey aveva poco più di sessant’anni anni quando seppe di essere malato. Una delle penne più brillanti del «New Yorker» aveva l’AIDS, una malattia che lo condannò a una lenta, ma inevitabile, morte.

Autore noto in Italia, in primo luogo poiché nel 1988 visse per un periodo con la moglie a Venezia (dove ha pubblicato Amicizie profane); poi perché Fernanda Pivano ne ha tradotto le opere e Pippo Delbono ha portato a teatro uno spettacolo ispirato al suo Questo buio feroce. Storia delle mia morte, una sorta di diario personale sugli anni dell’AIDS.

Al posto di ispirare angoscia e turbamento, quel Storia della mia morte suggerisce fin da subito il carattere lucido della testimonianza che Brodkey ha deciso di offrire al mondo. Sulle pagine del «New Yorker» affidò la sua prima confessione privata con il pezzo Storia personale. Ai miei lettori, un articolo sofferto, poiché nei primi anni Novanta morire di AIDS significava ancora scomparire nell’oblio, con gli ultimi istanti di vita spesi a combattere contro i pregiudizi e le paure collettive. La sofferenza è doppia nel momento in cui gli affetti vengono strappati, quando al rumore degli applausi si sostituisce un silenzio ancor più assordante e alla luce dei riflettori subentra il buio feroce.

 

 

Eppure questo è quello che è accaduto a un Brodkey all’apice della sua carriera, felice grazie al legame con la moglie Ellen: la morte arriva, distrugge, porta via tutto ciò che è più caro e, infine, la vita. Brodkey si guarda indietro, regala pagine di ricordi, scrive di suo pugno la propria messa da requiem, congedandosi da un mondo che tanto gli ha tolto, ma che tanto gli ha pure dato. D’altro canto è questo il compito degli intellettuali, spingere a una riflessione sulle grandi piaghe del nostro secolo, meglio ancora se vissute sulla propria pelle: usare le parole per comunicare il senso di straniamento e la sofferenza mentale prima ancora che fisica di chi vede il proprio corpo distruggersi (Brodkey, a un certo punto, parla di un vero e proprio “senso di sbriciolamento”).

 

Harold Brodkey era la Promessa, con la P maiuscola (così viene definito in un intervento su «Il Sole 24 Ore», che potete leggere integralmente qui). Un autore nuovo, originale, lontano dai soliti «imitatori hemingwayani», che ha reso la scrittura vitale ed energica, capace di esternare e trasmettere forti tensioni interiori: questo accade anche in Questo buio feroce, perché laddove il corpo non può più resistere, la parola rimane sempre potente ed efficace. In particolare, le ultime frasi di questo grande autore americano furono solcate da una sorta di luce, in grado di esprimere serenità, non dolore e tristezza. Come per tutte le grandi e sofferte storie di malattia, dopo essersi posti le domande più atroci e terribili sul proprio essere esistiti e sui rapporti instaurati con gli altri, si giunge a delle risposte, a fare pace con se stessi e il mondo, e ad andarsene in pace.

Fonte: labottegadihamlin.it

 

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