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Hiv, tubercolosi e epatite in carcere: al via un monitoraggio sperimentale

di Luca Negri
NPS Italia Onlus: Free to leave well with HIV in prision – bene con l’Hiv in carcere

Hiv, tubercolosi e epatite in carcere: al via un monitoraggio sperimentale
Diffusione più alta nei penitenziari che fuori dal carcere.

Strumento pensato per operatori, associazioni e garanti, Scandurra (Antigone): stiamo cercando di individuare un target ristretto e utilizzare lo strumento su quattro o cinque istituti. L’avvio della sperimentazione nella seconda metà del 2016. Hiv, tubercolosi e epatite più diffuse tra la popolazione detenuta che tra i liberi cittadini e per l’epatite C la diffusione è tre volte più alta all’interno dei penitenziari che fuori. Che le carceri (non solo italiane, ma di tutto il mondo) siano ambienti dove il rischio di trasmissione di queste patologie è più alto non è una novità, tuttavia ad oggi non è facile avere un quadro nazionale dello stato di salute dei detenuti.

Ad affermarlo è Alessio Scandurra, dell’associazione Antigone, tra i curatori di un report realizzato con il supporto della Direzione generale Giustizia dell’Unione europea e coordinato da Harm Reduction International in cui sono raccolti gli ultimi dati di

sponibili a livello nazionale . Uno studio che è parte di un progetto più ampio promosso proprio da Harm Reduction International che ha messo a punto un nuovo strumento per il monitoraggio dell’Hiv, dell’epatite C, della tubercolosi e delle politiche di riduzione del danno nelle carceri.

Ad oggi, si legge nel report, al 7,4 per cento dei detenuti è stata diagnosticata una infezione da epatite C, al 2 per cento una infezione da Hiv ed al 0,6 per cento da tubercolosi, quando in Italia, al di fuori degli istituti di pena, queste percentuali sono rispettivamente attorno al 2 per cento per l’epatite C, allo 0,2 per cento per l’Hiv ed inferiore allo 0,01 per cento per quanto riguarda la tubercolosi.

Hiv, tubercolosi e epatite in carcere: al via un monitoraggio sperimentale

 

I dati, in realtà, sono quelli raccolti dall’Agenzia regionale di sanità della Toscana e pubblicati nell’aprile del 2015. Tuttavia, ad oggi restano ancora i più aggiornati, nonostante il rischio per la salute dei detenuti e di quanti lavorano negli ambienti non siano da sottovalutare. Gli ultimi dati provenienti dall’amministrazione penitenziaria, infatti, sono fermi al 2009.

“Finché la sanità penitenziaria era al ministero della Giustizia era facile avere un quadro nazionale delle condizioni di salute dei detenuti – spiega Scandurra -. Passata alle Asl, ora è diventato più difficile avere un quadro nazionale. Non esiste ancora un sistema che elabori centralmente i dati”. La ricerca condotta dalla regione Toscana, tuttavia, ha coinvolto un campione significativo di detenuti, oltre 15 mila e sono dati che confermano “quello che già si sapeva – continua Scandurra -, che cioè l’incidenza di queste patologie è particolarmente elevata.

Come conseguenza, il carcere diventa un posto pericoloso dal punto di vista della diffusione di queste malattie perché c’è una percentuale di popolazione malata elevata e poi è un luogo pericoloso in generale, dove gli standard igienici non sono quelli che ci sono in un ospedale, ad esempio, e la promiscuità, la vita densa che si fa in carcere è un elemento di rischio non comune”.

I dati raccolti dalla regione Toscana, inoltre, parlano di detenuti transgender come i più colpiti sia dall’epatite C che dalla B (12,8 per cento e 6,4 per cento rispettivamente). Analizzando i dati per fascia d’età, i detenuti tra i 30 e i 49 anni risultati quelli maggiormente colpiti dalle epatiti, ma ci sono dati “allarmanti” anche per i detenuti con età inferiore ai 30 anni, dove l’epatite B è al 17,2 per cento.

Per quanto riguarda i tassi di infezione da Hiv, invece, l’Italia è in linea con gli altri paesi dell’Europa occidentale e anche in questo caso, i detenuti transgender sono i più colpiti. Tra i diversi fattori che determinano questa maggiore diffusione c’è l’uso delle droghe per via iniettiva, ma anche un difficile rapporto con i servizi territoriali.

“La popolazione detenuta – spiega Scandurra -, da un punto di vista sanitario è una popolazione particolare perché hai un’alta concentrazione di persone che in precedenza hanno intercettato poco i servizi sanitari territoriali. L’uso di droghe iniettive, poi, è un comportamento ad alto rischio per epatite e Hiv, per cui si sa che è una popolazione critica da questo punto di vista”.

Da parte del Dap e dei servizi, però, l’attenzione a questo tipo di problematica è elevata.

“Tradizionalmente c’è attenzione da parte dell’amministrazione penitenziaria perché sono malattie che rappresentano un rischio sia per i territori quando esci dal carcere, ma ancora di più per i detenuti e chi ci lavora – aggiunge Scandurra -. Mentre nel mondo dove viviamo nessuno si preoccupa della tubercolosi perché ha tassi di diffusione bassissimi, il carcere è una realtà dove da sempre la tubercolosi è un tema, perché si sa che c’è un tasso di diffusione diverso. Da noi come altrove, da sempre si fa non solo terapia, ma anche prevenzione”.

Il punto, spiega Scandurra, è capire la qualità e la capillarità degli interventi e lo strumento a cui ha lavorato, tra gli altri, anche Antigone vuole fornire un supporto soprattutto a quanti si occupano della tutela dei diritti dei detenuti. “Lo strumento vorrebbe aiutare in questa direzione e capire quali servizi ciascuna Asl mette in campo su questi temi – aggiunge Scandurra -. I protocolli, il livello di informazione di operatori e detenuti.

Tra chi si occupa della tutela delle persone detenute, quello della salute è un grande tema, rispetto al quale però non sono attrezzati, non ci sono competenze sanitarie, e questo strumento è stato pensato per essere a disposizione di associazioni, garanti locali, regionali e nazionale. Noi faremo delle sperimentazioni e stiamo cercando di individuare un target ristretto e utilizzare lo strumento su quattro o cinque istituti nella seconda metà del 2016. Ora si tratta di promuoverlo”.(ga)

Fonte: superabile.it

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