I diritti di chi ha l’epatite cronicaEsenzioni, permessi, periodo di comporto e assegni di invalidità per l‘epatite cronica o cirrosi. Il diritto al risarcimento per trasfusione di sangue infetto.

Una malattia che può passare in un tempo relativamente breve come può anche trasformarsi in un incubo a vita. L’epatite, cioè l’infiammazione del fegato, a seconda del suo grado di gravità può diventare una patologia invalidante. Se si tratta di un’epatite acuta, il problema può essere superato in pochi giorni o in poche settimane. Ma se si tratta di un’epatite cronica, l’infiammazione non passa prima di 6 mesi. E la cura diventa più complicata. Nel caso di epatite C, poi, la percentuale di successo di una terapia è di circa il 60%.

Quali sono, allora, i diritti di chi ha l’epatite da un punto di vista assistenziale o del lavoro? E, nel casi in cui la malattia è stata contratta per un errore medico (ad esempio per una trasfusione di sangue infetto) c’è diritto al risarcimento? Rispondiamo ad una domanda per volta, per chiarire i diritti di chi ha l’epatite.

I tipi di epatite

Come appena accennato, in base alla gravità ci sono due tipi di epatite:

  • l’epatite acuta, che potrebbe provocare nausea, febbre, vomito o dolori muscolari e la cui guarigione può avvenire nell’arco di qualche giorno o di qualche settimana;
  • l’epatite cronica, che può dare origine ad una cirrosi epatica e che, di solito, presenta sintomi come astenia, facile affaticabilità, malessere generale, inappetenza, dolori articolari o perdita di peso.

C’è, poi, un’altra classificazione dell’epatite in base al tipo di virus che la provoca. Troviamo, così, l’epatite A, B, C, D, E, F e G. Le prime tre sono le più comuni.

L’epatite A colpisce, soprattutto, gli adulti e si trasmette per via orale e per via fecale attraverso l’ingestione di cibi o bevande contaminate da acque sporche. La guarigione completa avviene nel 90% dei casi in modo spontaneo: solo gli anziani o le persone con qualche immunodeficienza possono avere bisogno di una terapia di supporto. Raramente si trasforma in epatite cronica.

L’epatite B si trasmette attraverso il sangue infetto o tramite un rapporto sessuale non protetto. Il malato potrebbe non accusare alcuna sintomatologia, pur essendo in grado di trasmettere il virus. L’evoluzione dell’epatite B può sfociare, a seconda dello stato immunitario della persona, in:

  • epatite acuta con completa guarigione (circa il 90% dei casi);
  • epatite fulminante con mortalità molto elevata, che può richiedere un trapianto di fegato (appena l’1% dei casi);
  • epatite cronica che può compromettere le funzioni del fegato nell’arco di qualche decina di anni e che può provocare cirrosi epatica e tumore al fegato;
  • stato di portatore attivo: la malattia c’è – e può rimanere anche a vita – ma non crea alcun danno al fegato.

L’epatite C, infine, si trasmette per via ematica, cioè attraverso il sangue. Nella prima fase, il virus causa un’epatite acuta che, però, può diventare cronica dopo 6 mesi e che, dopo 1° anni può provocare una cirrosi epatica o complicanze ancora più gravi.

Quindi, a seconda del tipo di virus contratto, quali sono i diritti di chi soffre di epatite?

L’esenzione dal ticket sanitario

Chi soffre di epatite cronica attiva, come chi soffre di cirrosi epatica, ha diritto all’esenzione dal pagamento del ticket sanitario sulle prestazioni (visite o esami) necessarie al monitoraggio ed al controllo della patologia. La richiesta dell’esenzione va presentata all’Asl di competenza territoriale, insieme ad un certificato in cui venga attestata la malattia. Questo certificato può essere rilasciato sia da un ente ospedaliero sia da un ambulatorio pubblico. Ma l’esenzione può essere riconosciuta anche presentando:

  • copia della cartella clinica rilasciata da un ospedale pubblico o privato convenzionato;
  • verbale di invalidità;
  • certificato delle Commissioni mediche degli ospedali militari;
  • certificazione delle Istituzioni sanitarie pubbliche di un Paese Ue.

Il diritto all’invalidità civile per epatite

Chi soffre di epatite cronica attiva ha diritto all’invalidità civile, valutata al 51% secondo la tabella che stabilisce il grado di menomazione e la riduzione della capacità lavorativa del malato [1]. Una percentuale, dunque, superiore al 45%, che dà diritto ad usufruire del Collocamento Mirato [2]. Per questi soggetti è, infatti, previsto l’accesso ai servizi di sostegno e di collocamento dedicati: per beneficiarne, gli interessati devono recarsi presso il centro per l’impiego, presentando, oltre al verbale di invalidità, la Relazione Conclusiva rilasciata dall’apposita Commissione dell’Asl.

Inoltre, chi ha l’invalidità civile per epatite cronica (e quindi al 51%) può essere conteggiato dall’azienda nelle quote di riserva relative alla legge sul Collocamento obbligatorio, purché assunto almeno con un contratto part-time del 50% più un’ora (ad esempio, considerando un orario ordinario di 40 ore settimanali, saranno sufficienti 21 ore la settimana).

La domanda di invalidità va presentata all’Inps per via telematica, allegando la certificazione medica rilasciata dal Servizio sanitario nazionale. Se il cittadino non è in grado di farlo autonomamente, può rivolgersi ad un patronato. Un medico dell’Inps, insieme alla Commissione dell’Asl, sarà incaricato di fare la visita di accertamento.

La prima visita deve avvenire entro 3 mesi dalla presentazione della domanda o entro 15 giorni se si tratta di patologia oncologica, che prevede tempi più brevi [3]. L’accertamento sanitario si deve concludere entro 9 mesi.

Tuttavia, l’Inps ha chiesto con una circolare [4] che la procedura sia più snella rispetto a quella stabilita dalla legge, fissando in 30 giorni (1 mese anziché 3) l termine massimo per la prima visita ed in 120 giorni (6 mesi anziché 9) la chiusura di tutto l’iter. Altro discorso è che le indicazioni dell’Inps vengano rispettate.

Con l’invalidità civile al 51%, chi soffre di epatite cronica ha diritto anche all’erogazione di protesi ed ausili, alla riduzione della tessera per i mezzi di trasporto pubblico e della tassa sui rifiuti (la Tari) e ad uno sconto sulla telefonia fissa – a seconda della disponibilità degli operatori – oltre che all’esenzione dalla tassa di concessione governativa per la telefonia mobile.

I diritti di chi soffre di cirrosi dopo un’epatite

Se, a causa di un’epatite cronica, la situazione si evolve in modo negativo e si arriva alla cirrosi epatica, il malato ha diritto a vedersi riconosciuta un’altra percentuale di invalidità civile, questa volta dal 71% all’80%.

Se il grado di invalidità è pari o superiore al 74%, oltre alle agevolazioni viste in precedenza il malato ha diritto ad un assegno di invalidità (o di assistenza) per 13 mensilità, purché vengano rispettate certe condizioni:

  • che il soggetto abbia tra i 18 ed i 65 anni;
  • che sia cittadino italiano o di un Paese Ue residente in Italia o, ancora, che sia un cittadino extracomunitario ma con permesso di soggiorno in un Paese Ue per soggiornanti di lungo periodo;
  • che abbia un grado di invalidità tra il 74% ed il 99%;
  • che non svolga un’attività lavorativa.

Questo assegno non richiede, come quello di invalidità ordinaria, il pagamento di un minimo di contributi all’Inps. L’assegno è incompatibile con qualsiasi trattamento pensionistico diretto di invalidità a carico dell’assicurazione generale obbligatoria (Ago) e con tutte le prestazioni per cause di guerra, di lavoro o di servizio, comprese le rendite Inail. Ma il cittadino può scegliere tra quella per lui più conveniente.

Se l’invalidità supera il 75%, chi soffre di cirrosi provocata da epatite ha diritto a dei benefici pensionistici: per ogni anno lavorato dal 2002 in poi, sono accreditati 2 mesi di contributi in più fino ad un massimo di 5 anni.

 

Il periodo di comporto per chi soffre di epatite

Chi soffre di epatite cronica e deve assentarsi per malattia dal posto di lavoro, può usufruire del periodo di comporto, quel periodo, cioè, in cui non può essere licenziato. La durata varia a seconda del Contratto nazionale di categoria. Questi accordi prevedono, inoltre, che il malato che vengano esclusi dai periodi di comporto i giorni di ricovero ospedaliero o in day hospital per i malati che soffrono di una patologia grave e che devono ricevere una terapia salvavita.

Per poter beneficiare di quest’agevolazione, il paziente dovrà avere un attestato rilasciato dall’ufficio medico-legale dell’Asl di competenza.

I diritti di chi soffre di epatite per emotrasfusione

Veniamo, infine, al caso più sfortunato. Quello, cioè, di chi soffre di epatite perché ha contratto la malattia da una trasfusione di sangue o di emoderivati infetti. In altre parole, da un’emotrasfusione sbagliata.

In questo caso, il malato ha il diritto di chiedere un risarcimento, come ha sancito più volte la giurisprudenza.

La Corte di Cassazione, ad esempio, ha confermato il diritto dei danneggiati ad un risarcimento del danno provocato da trasfusioni e la responsabilità del Ministero della Salute per non aver vigilato sull’attività di raccolta, di distribuzione e di somministrazione del sangue e degli emoderivati [5]. La Suprema Corte si era pronunciata sul caso di un uomo che aveva contratto il virus dell’epatite C a causa di una trasfusione di sangue infetto ed aveva condannato il Ministero della Salute ad un risarcimento di 500mila euro per i danni subiti e di 50mila euro per danni morali.

Ancora più clamorosa – e più recente, visto che è stata resa nota l’11 aprile scorso – la sentenza con cui la Corte d’Appello di Roma ha deciso che il Ministero della Salute dovrà risarcire centinaia di persone che hanno subìto danni da trasfusione di sangue infetto. In un separato giudizio, come chiesto dai giudici, dovranno essere quantificati i danni biologici, morali e patrimoniali subìti, ma si parla, nel complesso, di almeno 30 milioni di euro. Il motivo è sempre lo stesso: il Ministero «deve esercitare un’attività di controllo e di vigilanza in ordine alla pratica terapeutica della trasfusione del sangue e dell’uso degli emoderivati sicché risponde dei danni conseguenti ad epatite ed a infezione da HIV, contratte da soggetti emotrasfusi, per omessa vigilanza sulla sostanza ematica e sugli emoderivati».

I tempi di prescrizione

Il diritto al risarcimento del danno da parte di chi soffre di epatite per fatto doloso o colposo della struttura sanitaria è soggetto al termine di prescrizione quinquennale: il che significa che la causa per ottenere il risarcimento va proposta entro 5 anni, altrimenti non si potrà più ottenere alcunché.

Lo ha detto la Cassazione in una recente sentenza [6].

Come detto prima, il Ministero della Salute ha l’obbligo di controllo e di vigilanza in materia di raccolta e distribuzione di sangue umano per uso terapeutico. Si tratta di una attività della massima delicatezza: per cui, in caso di omissione di tale attività, con conseguente insorgenza di una patologia da virus HIV, HBV o HCV (cioè di Aids o di epatite B o C) in soggetto emotrasfuso, si può ritenere – in assenza di altri fattori alternativi – che tale omissione abbia causato la malattia e che se invece il Ministero avesse svolto il doveroso controllo l’evento non si sarebbe verificato [7].

Di conseguenza, la responsabilità dell’evento lesivo può agevolmente ricavarsi dall’omissione, da parte del Ministero, dei controlli sull’idoneità del sangue oggetto di trasfusione [8].

Fonte: laleggepertutti.it/

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