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I misteri dei sotterranei

di Luca Negri

I misteri dei sotterraneiI misteri dei sotterranei
Racconti dal cuore di giannirun….
Avventure e (disavventure) di un giovane ed i suoi amici.

Durante l’infanzia noi bambini sentivamo le storie dei vecchi che parlavano di tesori nascosti nei sotterranei o nei cunicoli del castello della città.

E da giovani pieni di fantasia pensavamo di trovarli noi e poi spendere quel tesoro in chissà quali giochi e così insime ad altri due amici decidemmo di esplorare questi soterranei.
Sapevamo che c’era un’entrata vicino alla vecchia chiesa e se si scendeva per alcuni scalini, si trovava una porta di ferro chiusa da una corda che si poteva tagliare.

E così iniziai a raccogliere i soldi delle mance per comperare una pila dal Borellini, il vecchio meccanico del paese.
Contento, il giorno dopo la scuola, con la pila in mano raggiunsi i miei amici e decidemmo di iniziare questa missione, così prendemmo la via dei sotterranei, tagliammo la corda ed aprimmo quella grossa porta di ferro, ma appena aperta la porta fummo colpiti da un odoraccio tremendo e vedemmo una gran quantità di robaccia varia immersa in una grossa pozza d’acqua, comunque proseguimmo per alcuni metri, finchè Marco inciampò in qualcosa aggrappandosi a noi per non cadere e così alla fine finimmo tutti e tre nell’acqua fetida, rialzati vedemmo che la pila non funzionava più ed allora decidemmo di riprovarci un’altra volta.

Il giorno dopo tornai dal Borellini con la pila e gli dissi: non va più, lui perplesso rispose: as ved clè daftosa (si vede che è difettosa) e me ne dette un’altra.
E così il giorno dopo ritornammo giù nei sotterranei, ma stavolta ben attenti a dove mettevamo i piedi, proseguimmo fino ad un’altra porticina e aperta questa dopo qualche scalino trovammo terra battuta, continuammo per molti metri fino a quando il tunnel si divise e qui incominciò la paura di perderci, Marco allora disse: ci servirebbe un filo come la storia del minotauro, ma decidemmo di proseguire dritto camminando per un tempo che sembrava ore, finchè Marco disse: ragazzi se si spegne la pila che facciamo?
In verità era la paura a farci parlare così e tutti d’accordo decidemmo di tornare indietro, Daniele quello che aveva più paura ci incalzava nell’uscire e così iniziammo a ritornare indietro, uscimmo dal tunnel e risaliti fuori, incontrammo Pinotti che accudiva la chiesa e appena ci vide iniziò a correrci dietro con la scopa.

Non riuscì a prenderci, ma fece un tale rumore che tutti vennero a conoscenza della nostra “impresa” e così finì come al solito e cioè che mio padre quando mi vide, mi disse: a cardiva ad farla franca he, và a let sensa sina (credevi di farla franca,he? vai a letto senza cena)
In ogni modo non persi molto, in quei tempi da mangiare in casa non c’era molto e così me ne andai a letto pensando ai misteri di quei sotterranei.

…………………………

Ma da giovane e sconsiderato ragazzino, non passò molto tempo prima che noi tre decidemmo nuovamente di cercare quel misterioso tesoro, così pensando che trovandolo, i nostri genitori ci avrebbero perdonati.
E nuovamente armati di pila e anche di diversi fili da pesca per non perderci, rientammo l’avventura.
Purtroppo l’impresa si presentò subito ardua perchè avevano sprangato per bene la porta, ma noi da piccoli scassinatori riuscimmo ad entrare ugualmente e con grande entusiasmo decidemmo di iniziare quella nuova avventura.

Dopo essere arrivati al bivio, stavolta decidemmo di svoltare, forti del filo da pesca che lasciavamo per
non perderci, proseguimmo per molto tempo, a volte sobbalzando nel sentire squittire qualche topo o da
rumori strani che sentivamo nell’aqua fetida in alcune pozze, ad un certo punto Marco disse: secondo me qua arriviamo a San Martin Carano, una piccola frazioncina a qualche km dal paese, ma noi increduli lo prendemo in giro, però ad un certo punto il filo da pesca seppure aggiunto ogni volta ad altri, finì e il panico si impadronì nuovamente di noi, ma proseguimmo ugualmente, anche perchè ritornare indietro sarebbe stata un’ammissione di sconfitta.

Lentamente proseguimmo alla luce della torcia, il cunicolo sembrava infinito, specie dopo che non avevamo più il filo che ci indicava la via del ritorno, ma ormai eravamo troppo curiosi nel vedere dove portava quel lungo cunicolo sterrato.
Finchè camminando, giungemmo in una piccola grotta ricolma di assi vecchie e rottami vari, con alla fine una scala di terra che saliva così lentamente salimmo fino a giungere ad una botola di ferro.
Io dissi: ragazzi forse qua sopra c’è l’uscita e così iniziai a spingere quella botola con forza, infatti alla fine si aprì con un gran fracasso, Marco disse: speriamo che non abbia sentito il Pinotti.

Io lentamente sporsi la testa fuori dallla botola e vidi che ero circondato da tante persone, mi guardai in giro e alla fine mi resi conto che la botola si era aperta nella chiesa di san Martino Carano, arrivò il parroco urlante e noi con fretta e furia scappammo fuori dalla botola e dalla chiesa.
Inutile dire che quando lo seppero i notri genitori una sana dose di scopaccioni ce li diedero, senza parlare che non uscimmo da casa per molti giorni.
Ma quel piccolo sogno di quei tesori misteriosi è ancora nella mia mente.

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