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I racconti di Viruz: Buon fottuto Natale II

di Luca Negri

I racconti di Viruz: Buon fottuto Natale II

I racconti di Viruz: Buon fottuto Natale II
Di Pino Zumbo

L’ultima, fu un paio di anni fa, tanto per fargli cominciare bene il 2008.
Giuseppe ripensa a quegl’attimi:

Mi fece cenno, facendo capolino accanto alla lettiga, mentre mi riportavano in sala operatoria.

Adesso, si trovava nuovamente davanti a lui.
Poggiata al corrimano, in cima alla rampa di scale.
Incuriosita, quasi stupita, come se si trovasse fuori luogo.
Come un’estranea, che ha toppato la scadenza sull’agenda stabilita.
Giuseppe, si sentiva solo un miserrimo pezzo di malacarne, un involucro infettivo.
La considera una liberatrice, dispensatrice imparziale dell’inevitabile appuntamento.
Non rappresenta, solo l’ancestrale spianatrice finale del suo martoriato corpo.
La sagoma è contornata da un’aurea luminescente.
Con tono perentorio, severo, gli domanda:

La fine…
Non era questa, quella che agognavi?
Che cercavi?
Eccola.
Non sei tu, quello che inseguiva la sua fottuta ricompensa?
Eccola.
Pensavi di essere più meritevole di altri?
Perché mai?
Per esserti redento, migliorando la tua inutile vita, con qualcosa che forse resterà?
Per esserti mondato, di tutte le assurdità compiute dal tuo libero arbitrio?
Hai puntato sull’amore, la famiglia…
Hai voluto continuare fino alla fine, …fino alla fine.
Storpiando l’intelletto, vaporizzando l’autostima, distruggendo il rispetto, sopprimendo la dignità.
Un gorgo, in cui è finita anche la tua fede.
Questa, è la tua ricompensa.
Morto solo e dimenticato, affossato definitivamente, con l’ennesimo inganno.
Fottuto dall’unica persona che poteva farlo, su cui avevi puntato tutto.
Ti ha demolito tranquillamente, senza discernimento.
Come ultimo ed estremo gesto del suo disprezzo. La sua pietra tombale.
Sei sicuro di guadagnarci almeno il rimorso, o qualche rimpianto?
Compreso quello dei tuoi amici, o presunti tali?
Ti soddisferai con quello?
Il libero arbitrio fratello…
Nessuno ti ha mai detto che ci fosse una ricompensa.
Né tantomeno, che sarebbe diventata una prova.
Non è certo con lei, che hai ripulito il tuo sfigato Karma.
Comunque sia, sicuramente non era certo il suo, quello che potevi cambiare.
Hai perso la fede? In chi?
Dio o chi per Egli, non è un burattinaio, non muove i fili, quelli del vostro fottuto destino.
Quelli li muovete voi, con il vostro risibile e imprescindibile libero arbitrio.
Sarai anche uno sfigato fisicamente, c’è un motivo anche per quello… ma in quanto a talenti, ad una supposta intelligenza, non potevi certo lamentarti.

Fratello: Sei stato uno stronzo. Tutto qui.

La voce della fottuta coscienza, scava nel suo malessere.

Troppo intento e incaponito a inveire contro la sorte.
Che non ha colpe, che ha già dato, ed eventualmente può dare ancora, altrove.
Hai perfino avuto la benedizione dal papa precedente… il “santo subito”.

La livella lo guarda severa…

Cosa bisogna fare con te? Affogarti nella vasca di Lourdes?
Hai contrastato ottusamente la tua natura…
Ignorando tutti i segnali, quelli che il tuo memore sesto senso riconosce naturalmente, senza sforzi. Non hai voluto dare neppure ascolto ai tuoi anticorpi.
Hai tramutato i tuoi sani e buoni propositi, in un beffardo e amaro supplizio.

Una gabbia che ti sei costruito tu,  non io.

Giuseppe a modo suo, cocciutamente, insindacabilmente, ha voluto cavare il sangue dalle rape.
Senza risparmio, senza sosta, come un cilicio, morale fisico e spirituale, fino alla fine.

Eccoti servito, questo è quanto.

Poi ho come l’impressione di essere svenuto di nuovo, oppure mi sono semplicemente assopito. Percepivo la vita, uscire lentamente dal mio corpo sfatto.
Una sottile nebbia gelida s’insinuava su di me, cercando di ghermirmi l’anima.
Lo spiffero glaciale, come un incubo infinito, resisteva tenace.

Ai timpani di Giuseppe  parse di sentire qualcosa.
Sembrava una voce, forse un suono del vento, o solo un ulteriore postumo della caduta.

Se non ci credi, alzati, e togliti di lì.

Quella frase,  mi schiaffeggiò, mi risvegliò dal coma vigile…
Forse era la mia coscienza, o forse… era tornata la Fede, nonostante tutto.
Affidabile come il faro schiaffeggiato dai marosi,  abbarbicato sullo scoglio.
Che irradia i suoi raggi a soccorso di tutti i naviganti…
Salvando anche i relitti come me, fasciame logoro e infettivo in balia della risacca.

Non doveva mollare, non ancora, non per ora…
L’istinto di sopravvivenza forse non c’entrava… almeno, non stavolta. Oppure sì?

Forse ce la potevo fare… ma quei 15 gradoni… rappresentavano per me, un’utopia.
Il cucuzzolo della montagna… della cima… della salvezza.
Mi guardavo fisso, riflesso negli occhi del mio cane, spaventati, stupiti.

Sembrava gli parlassero:

Che succede capo? Cosa facciamo qui?
Saliamo di sopra? Si sta’ meglio… ti aiuto io.

Salire in cima a quella insormontabile vetta?  Stìcazzi… Magari!

L’unico modo possibile, era cercare di strisciare come i vermi, un gradone alla volta.

Appoggio un gomito allo scalino e mi attacco alla coda del cane.

Lo incita ad andare su, ma le scale sono laccate, scivola, non riesce ad agguantare, sgomma a vuoto.

Non ce la faremo mai…
Rimango col mento appoggiato al primo gelido scalino.
Il corpo disteso davanti alla porta.
Il fiato è mozzato, respiro solo boccate d’olezzo di lettiera rovesciata.
La febbre mi fa tremare, le giunture scricchiolano, sono tutt’ossa…
Senza un filo di grasso né muscoli, rinsecchiti anch’essi dalla lipodistrofia e dalla cronica cachessia.
Ogni angolo dei miei spigoli poggia direttamente sul duro. Un dolore allucinante.

A Giuseppe spesso, si lacera la pelle, come nel caso delle piaghe da decubito.

Gomiti e mento, …non ho altro per aggrapparmi.

Un’autentica scalata per sopravvivere…
Al settimo gradino sono massacrato, e nonostante gli sforzi, nuovamente intirizzito.
Mi lascio andare, facendo sdraiare il cane a cavalcioni su di me.
È una posizione scomoda e innaturale, fatica molto a stare in equilibrio, ma ce la mette tutta.

La vista comincia a cedere, la denutrizione, la debolezza, la botta, lo stress, … era inevitabile.
E’ la bioplia, che comincia a bussare alle porte.

Tra pochi minuti non vedrò più nulla, anche se arrivo in cima, come farò?
Il telefono è vicino al letto, ma già lo uso male vedendoci male, figuriamoci vedendoci doppio.
Anche la testa comincia a girarmi.
Mi assopisco nuovamente.

Il buio resta impenetrabile, solo una flebile luce filtra, attraverso la tv in camera.

Ogni tanto passa qualche auto, ma non si vede comunque una mazza.
Per fortuna, non mi sono rotto gli occhiali.
Qualche tempo dopo, riprendo la scalinata con molta fatica, alla fine, conquisto il pianerottolo dove staziona la cuccia del cane.
Lo stesso punto, da dove poche ore prima, ero partito volando in senso contrario.
Mi rannicchio nella cuccia, mi copro con le sue coperte.

Che per sua fortuna, aveva lavato a mano pochi giorni prima.
Evitandosi pertanto, quell’aroma ferale che riesce a deragliarli i sensi.
Adesso doveva scaldarsi un po’, e poi strisciare fino a raggiungere la sua stanza…

Impossibile arrivare al termostato dei caloriferi spento, abbisognava di posizione eretta…
Io al massimo, riuscivo a scimmiottare malamente un lombrico.

Ma, se riesce a guadagnare la stanza, e ad aggrapparsi alla branda, lo scaldino è rimasto acceso.

Trascinandomi come un invertebrato, riesco ad arrivare al sudario.

Adesso si presenta  un altro problema: come riuscire a rimettersi nel fodero.

Se mi aggrappo a peso morto… tiro giù tutto e… addio.

Al terzo dolorosissimo tentativo, riesce ad entrare nel letto e a coprirsi.

Il caldo mi fa rinascere…
Per arrivarci, mi rendo conto di aver consumato tutta la poca adrenalina rimastami.
I dolori e la febbre mi devastano, non ho assolutamente fame.
Lo stomaco è chiuso come un vicolo cieco, una tradizione.
Comunque sia, non ho niente da mangiare a portata di mano.

Per la sua condizione, la cucina è lontana, arrivare al suo desolante frigo semivuoto, è impossibile.

Sul comodino c’è un rimasuglio d’acqua, una confezione di latte e cacao, qualche biscotto malbecciato, e due pocket coffe abbandonati a se stessi chissà da quanto.
Menomale che c’è anche qualche bustina di Aulin.

Giuseppe resiste… resiste… resiste.

Guardo il cellulare, ho ricevuto dei messaggi e qualche telefonata persa.
Non riesco a distinguere chi abbia chiamato.
Provo a schiacciare dei tasti a caso, ma combino solo casino, lascio perdere.

Tanto non ha una lira di credito, ma non importa, non lo cerca nessuno.
Un abominio umano, per chiunque.
Specie per un conclamato, barbaramente abbandonato così da sua moglie…
Un’altra persona conclamata, come lui.
La sua vita, che per nessun motivo (ne avrebbe avuti tanti…) avrebbe mai abbandonato.
Nonostante tutto…

Una porcheria infinita, sotto qualsiasi profilo.
Un raccapricciante gorgo abissale, senza fine.
Ormai… Meglio fare di necessità virtù, farsene una ragione…
Era ‘destino’ che andasse così, con quelle modalità, … e così è andata.

È rimasto imbalsamato e febbricitante, immobile per  tre notti e due giorni.
Senza mangiare e bere, come il cane e Sputnik (la sua gatta).
Hanno cagato e pisciato ovunque.

La gatta ha distrutto mezza cucina, rovesciato il sacchetto delle crocchette di prepotenza.
Il cane invece, mi è restato sempre a fianco, accucciato in terra.
Con gli occhi tristi e le orecchie a tortiglione…
Ogni tanto, gli gettavo un’occhiata, lui la ricambiava muovendo leggermente la coda.
Il pappagallo è pieno e puzza, anche se sto’ una chiavica e mi fa male tutto, lo devo svuotare.
Soffro, non ho scelta, m’affronto…
Lo lavo e acchiappo il termometro al volo dallo stipetto.
Svaligio il mio frigo vuoto,  trasportando tutto sul comodino.
Mentre cerco di chinarmi per prendere il cibo per gli animali, scappa la solita vertebra che ogni tanto esce dal gruppo, come Jimmy Frusciante.

Un dolore pazzesco.
Lo costringe a strisciare passi millimetrici… ad ogni centimetro un grido.
Ci vede male, riesce ad trascinarsi fino alla cucina, ma non ad arrivare alla valvola della pressione dello scaldabagno, non riesce ad alzare le braccia sopra la sua testa.
Quindi niente caloriferi, e niente acqua calda… per ora.

Devo fare uscire il cane, …almeno lui.
Devo scendere e risalire quelle fottute scale, per forza.

Però c’è il fondato pericolo, che ripeta l’esperienza ancora in corso.
Dovrebbe stare perfettamente eretto, altrimenti è come sentire un prelievo midollare ogni volta.

Non posso rischiare, non me la sento.
Il pappagallo è a posto, gli animali pure, abbiamo da mangiare e bere, forse più tardi starò meglio.
La gatta continuerà a fare i bisogni davanti alla porta di casa, tanto… la lettiera è sparsa ovunque, stronzetti e cristalli compresi.
Il cane eventualmente cagherà nell’angolo del bagno, il luogo prediletto per le sue sorpresine fetide.

Si rinfodera in branda, sperando in un domani migliore.

La barretta del termometro, indica trentanove e due.
Mi abbiocco, mentre il mio corpo scivola cercando una posizione naturale, che non incida sulle ossa e le piaghe da decubito. Ma scatta l’ernia iatale…

È costretto a dormire seduto da oltre un decennio, è scafato ormai, ma quando si è tutto piagato, è difficile dormire seduti. Inizia la solita solfa.

Sudo come un maiale, ho il corpo che brucia, ma le ossa  congelate.
Il secchio della spazzatura è a meno di trenta centimetri, ma gestire contemporaneamente i conati con i dolori per gli spasmi, non è semplice.
Riesco a ficcarci la testa dentro e vomito bile e saliva, le uniche cose che ho nello stomaco.
Gocciolo, sono bagnato fradicio e un gelo alle ossa della madonna.
Se resto così, bagno il letto ed è finita, devo cambiarmi per forza.

Il comò è a un metro, ma arrivarci, non è mica una cosa da ridere…

Rimango una decina di minuti rannicchiato, ma gocciolo copiosamente.
Se inzuppo le lenzuola e il materasso, è un bel casino.
So benissimo che devo cambiarmi alla svelta…
Ma so’ anche, che l’ennesima botta di freddo potrebbe essermi fatale.

Si alza gridando, scricchiolando e sbandando.

Apro il primo cassetto, meccanicamente lancio sul letto quello che c’è, qualsiasi cosa.

Vola anche un asciugamano da bidè e le braghe di una tuta.

Mi rimbuco, coprendo tutta la roba raccattata dentro il letto con me.
L’asciugamano l’infilo nel torace, intanto tampono il rivolo di sudore.
Spero di asciugarmi un po’, mentre mi riprendo dallo shock termico.

Si scalda il vestiario, che è tanto umido e freddo da sembrare bagnato anch’esso.
Mentre si squaglia dal caldo e gela dal freddo, si dice che ha passato tante cose, schivato la morte molte volte, specie negli ultimi ricoveri, ma non è mai rimasto, completamente da solo.
Giuseppe non ha mai avuto paura di morire, ma ha sempre avuto uno spauracchio: morire da solo.

Non sto bene, questo è certo, ma chissà, se stavolta ce la farò…

Ancora oggi, quella frase gli rimbomba nella testa.
Ha fatto una vita abbastanza di merda, ma quella era una fine che forse non meritava.
Durante quel solstizio d’inverno ce la fece, da solo, a superare tutto quello scempio.
Riuscì a gettare un ponte sul profondo abisso.
Che lo ricollegasse a questa vita apparentemente insulsa, a questo mondo assurdo.
Un mondo, costellato di carriere senza talenti e di talenti senza carriere.
La sua compagna sta’ per tornare a casa dal lavoro…

Buon fottuto Natale, mondo pittoresco.

Fin che c’è vita c’è speranza…
E la speranza, se non l’hanno spostata ieri… è l’ultima a morire.

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