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I racconti di Viruz: Buon fottuto Natale

di Luca Negri

I racconti di Viruz: Buon fottuto NataleI racconti di Viruz: Buon fottuto Natale
Buon fottuto Natale
Di Pino Zumbo

Fuori nevica.
Un manto soffice e candido, avvolge silente la città.
Giuseppe passeggia con se stesso, sul bianco litorale innevato, sente il fottuto Natale arrivare.
Il celo è plumbeo, incombente, paternamente severo, affascinante, gelido.
Come l’inverno che ha nel cuore.
Non perché sia infelice, non lo è, anzi.
La vita gli riserva ancora sorprese, finalmente gradevoli.
Ma per la depressione, che puntuale come la morte, si presenta ad ogni giro di feste natalizie, lo schiaccia, come sempre.
Non c’è un motivo, o forse, …ce ne sono troppi.
Durante queste feste ‘comandate’, tutti sembrano ipocritamente più buoni, più bravi, apparentemente più disponibili.
Il mare si srotola svogliatamente appesantito, s’appoggia pigramente allo splendente bagnasciuga, mentre passeggiando come un lupo solitario, Giuseppe svergina il manto immacolato lasciando le sue impermanenti impronte.
Pensa ai suoi morti, a una famiglia che non ha più.
Ai regali e agli auguri, che non ha mai fatto o ricevuto.
A una ricorrenza che non esiste. Il santissimo Natale.
Gesù non è nato il 25 dicembre, tantomeno nell’anno che segna il calendario.
Una delle tante mistificazioni tramandate nei secoli.
Con Babbo Natale (edulcorazione di S.Nicola…) ha avuto solo rapporti epistolari da piccolissimo.
Ma non gli ha mai risposto, né tantomeno esaudito nessun desiderio, quindi il rapporto si è logorato quasi subito, merito indiscutibile di due genitori inesistenti.
La notte dello smarrone, cuccò la madre mentre s’accucciava coi regali sotto l’alberello.
Erano due giorni che Giuseppe non dormiva, aspettando Babbo Natale al varco, come Leonida.
Quando riconobbe la madre… rimase profondamente deluso, i suoi amichetti avevano ragione.
Non disse nulla, tornò a dormire nella stanza con le sorelline.
L’unico regalo che si ricorda, giusto quello, aveva 6 anni.
Una macchina della polizia che suonava la sirena, telecomandata.
Distrutta dopo mezz’ora, a martellate.
Quando la madre lo cazziò di brutto, spiegò che voleva solo aggiustarla, perché era un meccanico…
Una macchina della madama, per Giuseppe, …era destino.
In questo mattino prenatalizio, la temperatura è pungente, picchia duro:
È ora di tornare a casa, ho un freddo che mi si gelano i pensieri.
Messosi in vestaglia e ciabatte, prepara il cibo per i gatti e i cani, e una caffettiera per lui.
Si rolla una canna piazzandosi sulla poltrona davanti alla finestra, osserva la porzione di circondario urbano concessogli dalla visuale.
I palazzi circostanti la rendono angusta e chiusa, ma il fascino della neve e del silenzio, resta.
Atmosfera rarefatta, sospesa, quieta, silenziosa, immobile.
Una spirale di fumo sale dalla canna, mischiandosi ai vapori del caffè e ai ricordi.
Il fottuto e ipocrita Natale… certo ci ho messo molto del mio.
Quando la famiglia c’era, spesso erano liti.
S’incontravano una volta all’anno, radunandosi da mezza Italia, come ogni buona famiglia tradizionale di origine meridionale, nella norma,  per passare le feste natalizie assieme.
Cioè a scannarsi con faide famigliari, gelosie, invidie, spesso incomprensibili.
Parole grosse e toni accesi, per poi finire a tarallucci e vino. Una tradizione.
E io dov’ero? A fare il giro della tavola e sgommare il più presto possibile.
I parenti non li sopportavo, sorrisi di plastica e frasi di rito, che palle.
Preferivo drogarmi, stare fuori dai maroni, con gli amici e/o le fidanzate di turno.
Non tutti gli anni nella famiglia di Giuseppe c’erano liti furibonde, ma per lui era lo stesso.
La spasmodica bramosia di farsi, era identica tutti i giorni dell’anno, un’incombenza ineluttabile.
Natali, capodanni, compleanni, ferragosti e pasque comprese.
Un vero tossico, non gode di ferie, è sempre in pista, …sempre e comunque.
La neve continua a fioccare, porta con se sapori che impastano ancora la bocca, dopo quasi vent’anni, che compaiono come mummie fuoriuscite da uno scavo.
Ricordi gettati, scomposti, seppelliti in una fossa comune… dove c’era tanto posto.
Dove le droghe, la malattia, le morti, il dolore, seppellivano tutto, assieme alla coscienza.
Ricordi di un flagello, uno sterminio, un olocausto.
Che puntualmente, ritualmente,  gli ricordano chi era, ma soprattutto da dove proviene.
Un mondo di overdosi, di conclamazioni funeste, segnato dalle carcerazioni, dalle comunità, dalla strada, scandito dagli abbandoni.
Tutti i mezzogiorno dei natali dal 1980 al 1996, li ho passati alla somministrazione metadone del pronto soccorso dell’ospedale della mia città.
Insieme a centinaia di altri sfigati come me… forse era solo un senso d’appartenenza, o semplicemente… mal comune mezzo gaudio.
Se non era in somministrazione, vuol dire, che era morto, in comunità o in galera.
I cani fanno casino rotolandosi nella neve in giardino, si sporge alla finestra sorridendo.
Le rimembranze ripercorrono il secolo scorso…
I natali in comunità. Il più bello, nel 1987, a Mulinetti (GE).
Quarantaquattro drogati in via di (apparente) guarigione, pieni di vita e di speranze, compagni di sventura, accomunati da una via crucis difficile e dolorosa.
Ci scambiammo tanti regalini artigianali, sembravamo tornati bimbi, semplici, genuini, reali.
Fu bellissimo, molto intenso, pregnante.
La maggior parte, non ci sono più, sono passati a miglior vita.
Uccisi dall’aids o dalla droga, o in altre incognite della vita.
Giuseppe li ha visti evaporare lentamente, uno dopo l’altro, spesso sentendosi escluso, senza capirne il perché.
Conserva ancora affettuosamente dentro una scatola, i vecchi ricordi di quel periodo, tutti i compi mese, e i pensierini artigianali che ha ricevuto durante i suoi tre anni di permanenza.
Il più assurdo nel 1991 ai piedi dei Pirenei, in Francia.
Il gruppo di cui facevo parte, era partito da Lisbona e attraversando tutta la Galizia e i paesi baschi, era giunto finalmente in questo centro francese.
In culo ai monti.
Il freddo si tagliava col coltello, il castello era una figata, ma non l’andazzo.
Ero di passaggio, destinato ad un altro centro, come gli altri.
Il 21 dicembre eravamo partiti repentinamente senza preavviso, staccandoci dal nostro centro a S.Margherita, vicino Lisbona, dove stavo da quattro mesi e conoscevo tutti, avendo anche un certo grado di movimento, fiducia e rispetto.
I tre anni di ceis che avevo sulle spalle, contavano.
Il natale lo passammo in tensione, litigando e discutendo col responsabile svizzero che dirigeva.
Il nocciolo della questione era, che lì non ci volevamo stare, per mille motivi che sarebbe lungo spiegare e che, volevamo andare nella nostra destinazione finale, e non romperci i coglioni lì.
Ma con una scusa assurda, ci tenevano inchiodati a quel centro sperduto nel nulla cosmico, non ci davano i documenti e rischiavamo una bella mano di mazzate.
Ho assistito a molti pestaggi, senza parteciparvi (una volta rischiandolo), ed erano pesanti.
Sette, otto carogne avvelenate, che sfogavano tutte le repressioni sul malcapitato fuggiasco.
Botte vere, toste, invasive.
La cena natalizia fu surreale.
Nel grande salone da pranzo, c’erano 160 drogati (di cui molti, ancora in scimmia….) che parlavano a tavola nella propria lingua d’origine.
Una babele di scoppiati proveniente da ogni dove, da ogni angolo di questo fottuto mondo.
La mattina del 31 lui e Alfredo, un canario di Tenerife, passarono davanti a tutti, con gli zaini sulle spalle, un piccone e un palo in mano, senza documenti e senza soldi.
In mezzo al nulla di chissà dove, ma era ora di andarsene, ormai avevano fatto il loro tempo.
Riuscimmo a seminare le due squadre furgonate che ci avevano sguinzagliato alle calcagna.
Dopo molte ore, tra camminare carichi come somari, e una brevissima passata finale in autostop, arrivammo a Bordeaux.
Ci buttammo su un treno, a stomaco vuoto, ma ci beccarono dopo poche fermate.
Siccome non avevamo documenti, né soldi, decidemmo di non scendere a prescindere.
Eravamo alla frutta, esausti, facemmo rimostranze, spiegammo la situazione.
Niente, alla fine scoppiò un casino internazionale.
A Marsiglia, la polfer ci venne a prendere direttamente dentro la carrozza.
Io ero stato in galera a Lione nel 79… non era stato bello.
La madama inizialmente ci trattò alla cazzo, ma spiegate le nostre ragioni, e al corrente di come funzionassero le cose in quelle comunità, compresero, abbassarono la guardia.
Cazzo, dopotutto, mancavano pochi minuti all’inizio del fottuto anno nuovo…
Belin, pensa che bel culo, se quello era l’inizio… figuriamoci la fine.
Brindammo con l’umana sbirraglia, tra impaccio ironia e amarezza.
Due cracker, un sorso di spumante in un bicchiere di carta.
Dentro una questura, brindando grottescamente con i nemici di sempre…
Auguri!
Auguri ‘sta minchia.
Il capodanno di due anni fa, l’ultimo del suo secondo matrimonio, lo fece in ospedale.
Gli telefonarono il 31 mattina, all’improvviso, intimandogli che se voleva operarsi, doveva presentarsi l’1 mattina alle 7 in ospedale, per essere operato il 2, all’aorta femorale destra.
Dovevano impiantargli un necessario by-pass, e l’operazione era molto a rischio per le sue condizioni generali.
Lo dovettero riaprire il 3, d’urgenza, per un ematoma.
Ne uscì vivo, ma molto provato, ciononostante, il 21, due giorni dopo le dimissioni (rilasciate senza troppo entusiasmo per via di una febbricola che non mollava da 14 giorni), andò ugualmente (in sedia a rotelle e con una marea di punti freschi) a Barcellona.
Ci teneva, era relatore ad un congresso carcerario europeo, era importante, e stringendo i denti riuscì ad andarci e svolgere decorosamente il suo lavoro.

Se c’è una cosa che sa’ fare un conclamato di lungo corso, oltre a saper morire, è saper sopravvivere. Necessariamente.
Sempre, comunque e dovunque, …fino alla fine del mondo.
Se non altro (se ce la faccio), …per vedere l’effetto che fa’.
Anche se non vorrebbe, il ricordo dell’ultimo Natale, non può dare scampo.
Il tempo trascorso è ancora troppo poco.
I lividi e le cicatrici all’anima, sono ancora troppo freschi.
La sua compagna lavora tutto il giorno, e lui alla lunga, nella solitudine di una giornata triste e fredda, viene risucchiato nel gorgo dell’angoscia di quel lugubre e straziante periodo.
Quando mi sono svegliato il cane mi leccava la faccia, era buio pesto.
La sua lingua calda, mi scaldava come una madre.
Ero disteso davanti alla porta.
La stracolma lettiera del gatto era ribaltata.
Mi aveva cosparso di sabbia, pezzetti di stronzi e cristalli di piscio.
Non riuscivo a muovermi, solo alcune dita delle mani bluastre, ma quasi impercettibilmente.
A conti fatti, sono rimasto svenuto per circa tre ore.
Probabilmente mi stavo assiderando, ormai, credo bastasse ancora poco.
Non potevo avvertire nessuno, e nessuno, …mi stava cercando.
Una cosa sola rimbalzava nella sua testa confusa.
Ci siamo. Cazzo! Stavolta ci siamo.
Il gelo, filtrando attraverso la porta d’ingresso, lo aveva reso rigido come uno stoccafisso.
Assiderato, surgelato tra cristalli di piscio e stronzetti di gatta.
I frammenti della vita scorrono come su un nastro, che non puoi fermare.
Tutto appare in significative e rapide tappe, rimaste incastrate nel subconscio ad aspettarti…
Tutto scorre, poi si ferma.

Respiri a fatica la realtà morente, e pensi a quanto meschina sia la tua fine.
Altro che bara con la bandiera della Sampdoria, i miei tre pezzi musicali preferiti, la bevuta all’irlandese, accompagnato all’aldilà dalla moglie e gli amici di sempre.
Che avrebbero presenziato con un sorriso e una birra in mano, alla mia cremazione.
Al definitivo riempimento del loculo che mi aspetta da anni al Cimitero di Staglieno a Genova,  insieme alla mia unica famiglia, manco solo io.
Ricorda ogni iniquo istante…
Mi fa male tutto, cuore e anima comprese.
Le mani e i piedi sono un atroce supplizio.
Arti ormai ridotti a gelide barre di metallo bluastro.
Indosso solo la vestaglia di panno, e la  roba che avevo a letto.
Mi sembra di non avere niente di rotto, ma non sono sicuro, perché ho molte fratture in tutto il corpo, tra cui la spina dorsale e il bacino (in due punti) che… potrebbero aver ceduto.
E’ notte, la strada dista pochi metri dall’uscio, spesso è congestionata da un passaggio a livello, ma non c’è nessuno, è buio, disteso sull’androne non vede nulla, a parte qualche faro ogni tanto.
Sono rassegnato, troppe mazzate, forse è finalmente giunta l’ora del commiato.
L’ora di allontanarsi, di lasciarsi andare, e far compiere il destino che m’è toccato.
Che fine di merda, morire così, solo, come un gatto malato.
In fondo ad una rampa di scale, nell’indifferenza generale.
Il risultato finale, di una vita mal spesa.
Nonostante il dolore e lo sgomento, non sentivo paura.
Anche se mezzo rintronato dall’assideramento, dalla caduta e dalle botte sulla rampa di scale (forse solo per quell’innato spirito di sopravvivenza che ognuno ha),  sono riuscito a sussurrare “giù”.
Raà  si è  accovacciato accanto a me, gli ho messo le mani sotto la pancia.
Niente, era freddo.
Segno che non mi aveva solamente ‘vegliato’, ma probabilmente leccato, spintonato a lungo.
Ho infilato le mani fino all’estremità delle zampe davanti, trovando finalmente il tepore che speravo.
Il suo reietto cane da arena, il suo fedele amico, infatti, …lui c’è.
Respiro attraverso la maglia, per scaldarmi col fiato caldo, almeno un minimo.
Appena si ravvivano un pochino le mani, penso ai piedi.
Cerco con molta fatica e dolore di metterli (a turno) sotto la sue zampe posteriori.
Nel torpore è passato del tempo, non sa quanto.
Ad un tratto, ho sentito delle presenze.
In realtà erano luci e sagome in penombra, forse solo suggestione indotta dalla ‘coscienza’.
La sensibilità si sa, è un capriccio delle percezioni.
La livella è nitida, presente, sempre uguale.
Sta’ in piedi, sul primo gradone, gli volge lo sguardo, non parla.
Elegante, col cilindro, avvolta nel suo ampio mantello felpato.
Il viso è sottile, un po’ spigoloso, marmoreo.
Un monocolo scuro campeggia sul naso affilato, due baffetti da sparviero gli contornano le labbra.
Indossa pantaloni alla creola, dolcevita di seta, scarpe lucide con ghette.
Tutto rigorosamente nero.
La mano guantata, poggia su un vecchio bastone da passeggio, in ebano, con punta di rame.
Il pomello è d’avorio, finemente cesellato.
Simboleggia una piccola mano scheletrica, che impugna un falcetto d’argento.
Non è la prima volta che c’incontriamo…

Fine prima parte.

 

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