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I racconti di Viruz : La via del gommino

di Luca Negri

I racconti di Viruz : La via del gomminoI racconti di Viruz : La via del gommino
Di Pino Zumbo

Sotto un sorprendente Aprile, il sole picchia a martello.
Batte a picco sulla pornocrazia in onda, su questo governicchio in decomposizione.
La primavera è arrivata anche sul sesto continente…
Quello che galleggia alla deriva, in mezzo all’oceano Pacifico, formato interamente da spazzatura di plastica, grande due volte la Germania… lo nazione più grande d’Europa.
Chissà, forse qualcuno un giorno la renderà abitabile, e ci scaricherà sopra tutti gl’infettivi del mondo. Anche quelli con solo l’Hcv.
Virusland. L’isola dei rifiuti, in tutti i sensi.
I pensieri di Livio, sono vari ed eventuali, come le competenze dell’Assessore di Zelig.
Sarcasticamente, pedala sorridendo verso la spiaggia libera.
Niente casino eccessivo, la transumanza non è ancora iniziata.
La vecchia bicicletta da donna, cigolando procede sul lungomare di Rimini.
Il mare dista un centinaio di metri dalla sua nuova casa.
Ha le gambe piene di magagne e neuropatie, ma lui procede, stoico, indefesso.
Certo, gli arti inferiori gli procurano un dolore intenso, ma sa benissimo che quel dolore può fargli solo bene, e che presto si abituerà. (Come necessità impone).
Le neuropatie lo assillano, ma lui vuole stare bene. Si sente vivo.
È meravigliato, non pedalava da quando portava il grembiule a scuola.
Livio se la ride…
Non avrei mai pensato di ritrovarmi conclamato, ancora vivo, su una bici da donna, alle soglie del mezzo secolo. Cazzo, c’è da sorridere ed essere raggianti solo per questo, chi lo avrebbe mai detto?
Nessuno avrebbe scommesso un bottone, su questa inverosimile testa di minchia.
Procede lungo il molo, le sue esche sono fresche, la sua inseparabile borsa contiene tutto l’indispensabile, le sue canne (da pesca e non) sono tirate a lucido.
Appoggia la bici al muretto e lo scavalca, ha un posto preferito, ma sa benissimo che l’orario è sbagliato e non prenderà una bella cippa. Ma non importa.
Se ne fotte, l’importante per lui, è la qualità, la sacralità e il rispetto dello scorrere del tempo.
Una specie di ringraziamento per quello concessogli.
A lui piace la vista e l’odore del mare, respirarlo.
Perdersi nei pensieri, davanti allo spazio ubriacante, sempre in movimento, che si staglia verso la linea dell’orizzonte
Sul suo massello c’è già qualcuno…
Porca troia! C’è qualcuno sul ‘mio’ posto. Chi cazzo è? Non l’ho mai visto.
Il pescatore, sentendo movimento, si gira.
A quel punto si riconoscono. E’ Frillo. Si sorridono.
Ciao! Che ci fai qui? Non sei di Faenza?
Ciao Livio, da ieri sono ospite di un’amica, vado via stasera.
Mi fa strapiacere vederti.
Anche a me, avrei voluto chiamarti, ma non ho il tuo cellulare.
Rimedieremo.
Si sono visti un paio di volte a Faenza, con amici comuni HIV, come loro.
Sono in sintonia su molte cose, anche se non sono coetanei…
Si trovano bene anche nei discorsi profondi, nelle filosofie di fondo, è una questione di pelle.
Hanno il background simile, senso dell’umorismo spiccato, autoironia, e tanta voglia di vivere.
Insita in qualunque malato inguaribile, sotto terapia, che si è tolto dalla merda della droga.
Non fosse altro, che per cercare di recuperare il tempo perduto, buttato via.
Non si possono strappare le pagine del libro della vita, non sarebbe neanche giusto.
Si deve imparare a leggerla nella giusta ottica, dopo l’accettazione, la ripartenza.
Comunque sia, a qualsiasi costo, chi si ferma è perduto.
Le dipendenze si sconfiggono, le malattie si contrastano…
Per entrambi, non c’è altro da fare… fino alla fine del mondo.
Che esche usi?
Ho comprato delle sarpe sul molo, le sfiletto. Tu?
Vermi. Cagnotti, e Tremuisa Coreana.
Ho anche un paio di cucchiaini artificiali, ma non ho mai visto tirare su un belino a nessuno.
Livio monta le canne e si mette vicino a X.
Dopo qualche minuto di assorto silenzio, attenti al movimento delle canne tese, Frillo intraprende il discorso interrotto l’ultima volta che si sono visti.
Se non ricordo male, l’ultima volta stavamo disquisendo sui gommini…
Tu, che rapporto hai col preservativo?
Conflittuale.
Da pivello li rompevo sempre, con la mia ragazza passavamo momenti drammatici.
Più che un preservativo, avrei dovuto mettergli la maschera di Hannibal  (the Cannibal) Lecter, come nel Silenzio degli Innocenti.
Poi lei iniziò a prendere la pillola e, …fine del thrilling.
Anni più tardi, durante la dipendenza, scoprimmo di essere Hiv insieme.
Nello stesso giro d’esami, c’eravamo appena sposati e avremmo voluto avere un figlio.
Bel casino. Come la prendesti?
Molto male. Fu devastante. Nel 1984 non si sapeva praticamente una mazza.
Livio recupera un po’ di lenza…
Eravamo giovanissimi, l’unica cosa che ci dissero chiaramente, fu che si moriva in fretta.
La nostra disperazione toglieva il fiato.
Nessuno ci dava uno straccio di speranza, c’infondeva coraggio.
Il mulinello gira, Livio prende la lenza in mano, controlla l’esca.
Un prete un giorno ci disse, che non aveva senso procreare un orfano, un infelice.
Fummo tacciati anche di egoismo, perché secondo lui, non c’importava della sua esistenza.
Cazzo come si sbagliava…
In quel momento crollò l’ultima vestigia del mio cattolicesimo, e dei miei fottuti sacramenti.
Ero incazzato con tutto l’universo, Dio, mi doveva delle spiegazioni.
E appena sarebbe stato il momento del mio commiato… gliele avrei chieste senza tante remore, senza indugi o riverenze, confidando nella sua infinita giustezza.
Se tutta quella merda iniqua aveva un senso, doveva rendermela comprensibile.
I pensieri s’accavallano ai ricordi…
In quel momento abominevole, attanagliati dal panico, entrambi volevamo lasciare un’impronta del nostro fugace passaggio su questa terra.
Non riuscivamo ad accettare di morire così presto, e in un modo così inaspettato.
Avevamo sempre voluto un figlio, fin da piccoli.
Il nostro frutto, avrebbe continuato ad esistere, portando avanti anche un po’ della nostra vita.
Una vitale prova della nostra esistenza, del nostro passaggio, del nostro amore.
La nostra speranza, anche se inconfessabile (perché utopistica in quel tempo) era quella di sopravvivere, non di morire. Non si sa come, non si sa perché, ma la speranza recondita era quella.
Ma la realtà ci bruciava attorno…
Livio era un problematico, fin da piccolo, sempre additato come un ribelle.
Mi sono sempre ribellato, alle cose che trovavo assurde o ingiuste.
L’ho fatto a scuola, in famiglia, sul lavoro, nella vita, perché mai, non avrei dovuto ribellarmi anche a questa fottuta malattia?
Frillo sorride, condivide lo stesso spirito…
Ribellarsi è giusto.
Ma la riflessione è amara.
Anzi, lo era, pare che ormai, sia un esercizio che non fa più nessuno.
Livio entra brevemente nel merito.
A partire dagli ominicchi che infestano il parlamento, inutili garzoni da bottega al servizio del piccolo arrogante imbonitore. Ma non divaghiamo…
Rientra nel discorso.
Dopo un anno, eravamo ancora vivi e senza troppi problemi fisici.
Sostanzialmente, conducevamo la stessa vita di prima, anche se psicologicamente eravamo defunti.
La speranza era l’ultima a morire, sempre e comunque, atavicamente.
È innaturale scoprire repentinamente e senza nessuna avvisaglia, di aver poco da vivere.
Niente obiettivi, niente sogni, niente di niente.
È inaccettabile, scoprire di dover morire a vent’anni, di una malattia sconosciuta.
Di cui non conoscevamo origine ed esistenza, e che invece ci stava stritolando.
Livio posa la canna sul treppiede e si siede sul massello.
Non morimmo, venne al mondo nostro figlio.
Nacque inevitabilmente positivo, ma si negativizzò al quinto mese, com’era nelle più rosee previsioni prospettate dal primario del giurassico reparto infettivi.
Una persona lungimirante, sensibile, competente e degna.
Dottore per vocazione, con scrupolo, sensibilità, ma soprattutto, con quell’umanità necessaria ad ogni medico, una bella responsabilità… ci vuole ‘spessore’.
Un malato è una persona sofferente, che ha paura, spesso il medico è l’unico punto di riferimento.
Ma purtroppo, l’esperienza mi ha insegnato, che pochi sono veri medici, degni del giuramento d’Ippocrate, la maggioranza, sono semplici burocrati o cicisbei d’azienda.
Frillo è completamente in sintonia:
Indossano un camice bianco, ma potrebbero essere salumieri o gelatai.
Fuori contesto… nessuno scorgerebbe della differenza.
Una qualità imprescindibile, ma riscontrabile molto raramente.
Quell’uomo, con la saggezza di molte persone in là con gli anni, che conosce e ha esperienza delle pieghe della vita, quel professore, oltre a seguirci sanitariamente, ci instillò quel minimo di speranza e incoraggiamento per provarci, seguendo tutti i consigli che si sentì di darci.
Tieni presente che erano tempi, dove nessuno sapeva nulla.
Tutto era impostato a muzzo. Ma lui era un professore…
I consigli furono seguiti alla lettera. Non fu indolore, né semplice, lo sapevamo.
Il bimbo ebbe grossi problemi respiratori alla nascita. Bronchiolite.
Dopo due mesi di paura preghiere e pianti, stampati dietro una vetrata, tutto andò bene.
Fummo fortunati. Nostro figlio era un combattente… come i suoi genitori.
Come sta ora?
Adesso ha 25 anni, ed è sano come un pesce, grazie a Dio… e un po’… anche a noi.
Per molti anni, il preservativo non fu preso in considerazione.
Eravamo entrambi positivi, monogami e mia moglie riprese immediatamente la pillola.
Frillo interviene doverosamente.
In realtà, ora sappiamo che non è una cosa tanto normale.
Già, ora sappiamo che anche tra sieropositivi, possono scambiarsi resistenze e altro, ma ai tempi… figuriamoci… buio pesto. Comunque resta una scelta personale.
Noi, una grazia l’avevamo ricevuta e ciò non solo bastava, ma avanzava.
Eravamo grati.
Nel 1985, i parametri della carica virale non esistevano (arrivarono più di un decennio dopo).
Lo so. I controlli ciclici, si facevano ancora carbonaramente, senza dare nome o cognome.
Lo stesso nome Hiv non esisteva ancora, si chiamava Htvl3
.
Si eseguiva una semplice visita generica, le analisi per la conta dei T4 e… stop.
Niente terapia, niente cure, niente medicine… Niente di niente.
Solo paura e sgomento.
Morivamo come le mosche e nessuno poteva farci niente.
Se non accompagnarci alla morte con un sorriso, nel modo più umano e dignitoso possibile.
Livio tira fuori l’attrezzatura per assimilare un po’ di molecole di Thc.
Giro una trombetta per stabilizzarmi l’umore, tanto non abbocca niente.
Tu invece, come te lo vivi il gommino?
Imparai subito, che questa malattia voleva dire tante cose.
In primis: La morte. Con decorrenza veloce.
Ma nel frattempo… in attesa della dipartita, ponderavo molti aspetti.
Quando l’ho scoperto io, non si moriva più come ai tuoi tempi, ma era angosciante pensare a come sarei potuto sopravvivere.
Nell’amore, nell’affettività, o nell’intimità in generale, sarebbe cambiato tutto
.
La voce si spezza un po’ per l’emotività.
Il mio uccello, non era più un dispensatore di piacere, ma un potenziale assassino.
Senza gommino, potrei uccidere, invalidare, rovinare vite, creare dolore ed infelici.
Un prezzo troppo alto, specie per uno come me.
Tra me e la procreazione, tra me e la genitorialità, tra me e una qualsiasi lei…
Ci sarebbe stato un bastione di lattice. Per sempre.
Niente figli, niente famiglia.
A ventitre anni, si possiede una testa di cazzo e tanti limiti, ma anche una scatola piena di sogni. Privilegio della gioventù. L’aids cancellava la lavagna, tutto finito.
Livio ricorda una storia emblematica.
Io ho fatto certe figure di merda… allucinanti.
Tipo?
Sebbene non omettessi quasi mai la mia condizione, c’erano delle volte, che non mi andava di mettermi un cartello al collo. Specie con le partner molto occasionali.
Una volta, dopo una serata molto piacevole, mi ritrovai in casa di una bellissima donna, che aveva una decina d’anni più di me. Bella libera e benestante.
Al momento del dunque, tirai fuori un condom dal portafoglio…
Mi arrivò uno schiaffone che mi girò la testa.
Divenne tutto buio con una miriade di puntini rossi.
Per chi mi hai preso? Stronzo! Vattene immediatamente.
Mi ritrovai con le braghe in mano sul pianerottolo del condominio.
È proprio il caso di dire, che me ne andai con la ‘coda’ in mezzo alle gambe.
Ci rimasi così di merda, che per molti mesi, lo tenni riposto nel fodero.
Separati in casa, anzi, nelle mutande.
Frillo si fa una bella risata, Livio gli passa la molecola fumante.
E oggi… che ne pensi del preservativo?
Penso che sia scomodo, menoso e poco pratico.
Ma è l’unico mezzo che ho per proteggere la donna che amo, che per fortuna non ha la mia malattia.
Non avevo mai avuto una compagna fissa negativa. Due ex mogli, entrambe col mio stigma.
Indossarlo regolarmente è stata una scoperta anche per me.
Anche io avevo un casino di dubbi… però… si può fare.
Si può e si deve fare.
Hai delle paranoie?
È stato difficile all’inizio, con una ragazza che non sapeva praticamente nulla di questo casino di virus, e che mi avrebbe visto star male.
Per me c’è voluta tanta pazienza e coraggio, per lei, tanto coraggio e fiducia.
Senza l’amore, sarebbe stato impossibile anche provarci, per entrambi.
Lei è ipocondriaca, di brutto.
Anche se non ci siamo mai messi a rischio, qualche motivo per imparanoiarsi lo trova sempre. Magari s’è rotto, oppure questo, oppure quello…
Roba della serie: Ai confini della realtà… con la sua sigla inconfondibile.
Da ragazzino me li scoppiavo tutti.
Mi faceva impazzire quella sigletta…narìnarànarìnarànarìnarà…
E giù un’altra bella risata.

Fine prima parte.

 

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