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I racconti di Viruz: Zingari II

di Luca Negri

I racconti di Viruz: Zingari II

I racconti di Viruz: Zingari IIDi Pino Zumbo
Sottotitolo: Storie d’ordinaria nefandezza

E’ il 1 giugno, le dieci del mattino, Toader ci viene a prendere.
La giornata dell’infanzia, …la festa del bambino.
Per l’occasione, abbiamo comprato una chilata di caramelle.
Partiamo verso la prima famiglia in lista, ci spiega, che andremo più lontano.
Anticipa subito, che le strade saranno anche peggio di quelle di ieri.
Stento a crederlo.
Dopo ore di paesaggi bellissimi, lussureggianti, incredibili, che fanno a botte con la miseria del circondario, arriviamo in un insediamento di semibaracche in mezzo al nulla.
Aspettiamo che Toader ci faccia un segno prima di scendere.
Dico a Corina di levare la telecamera, non voglio incomprensioni o scazzi, non voglio sembrare un giapponese in cerca di souvenir.
Sull’uscio di quello che a me sembra un ovile, fa capolino Giovanni e suo padre.
Qua e là, spuntano ad una ad una, le testine curiose di altri bambini più piccoli.
Dopo qualche minuto, in silenzio e disparte, ne conto una decina.
Giovanni ha diciotto anni, e se non fosse per la peluria che le contorna la bocca…
Ne dimostrerebbe dieci, come gli altri.
E’ senza scarpe, come tutti quelli che ci sono.
Vedo ammonticchiato fuori dall’uscio, tra le cianfrusaglie arrugginite, stivali di gomma tagliati e qualche ciabatta infangata.
Non ci fanno entrare in casa.
Dopo averli ascoltati ed avere annuito in silenzio, faccio le solite domande di rito.
Mi fanno vedere AZT Epivir e Videx.
Il bambino non sorride mai, è perplesso.
Il padre ha gli occhi azzurri e un dente ogni fermata d’autobus.
Dice che il figlio ha grossi problemi di comprendonio…
Motivo per cui, ha deciso di non mandarlo più a scuola.
Dopo quanto ho già visto con i miei occhi, e sentito da Toader, non mi stupisco.
Anche se interiormente, i bradisismi della rabbia, fanno fatica a placarsi.
Poveri ragazzini… tagliati fuori dal mondo e dalla famiglia, immersi nel nulla, con le stesse possibilità di un tonno in una vasca di squali.
Vite inique, carne da cannone, malacarne, senza santi in paradiso né mecenati in terra.
Spezzo l’angoscia consegnando manciate di caramelle ai bambini che mi fanno capolino.
Sopravvivo all’angoscia, nutrendomi dei loro sorrisi e tengo botta.
Ci lasciano filmare l’esterno e l’atrio, facciamo anche una fotografia tutti insieme.
È l’unico momento, in cui intravedo una bozza di sorriso a Giovanni, certo ne conosco il suo retrogusto amaro, ma mi accontento. Non ho scelta.
Le manine che si agitano per salutarci, sono l’ultima cosa che osservo mentre ci allontaniamo dallo sfintere del mondo. Giuro a me stesso che tornerò.
Mentre zigzaghiamo nelle contorte strade, ci dirigiamo verso una città.
Guardo le fabbriche di tessuti chiuse da anni, arrugginite, in sfacelo, chiedo come mai.
Mi risponde che ci lavoravano ventimila persone, che ora stanno a casa.
Era stata presa da un italiano dopo Ciaucescu… ma ha fallito e chiuso.
I bambini e la disoccupazione… sembrano le uniche cose, di cui la Romania abbonda.
Arriviamo davanti alla casa della ragazzina diciassettenne.
La mamma e i numerosi fratellini, hanno tratti zingari. Lei non c’è, è fuori per la festa.
Prende una coperta stesa, la mette su una panca di legno e ci fa accomodare nell’aia.
Corina chiede il permesso di poter girare qualche secondo, io consegno caramelle a tutti, ci congediamo con la solita formula.
Un altro buco nell’acqua, è la terza ragazzina sieropositiva, che non troviamo.
Chiedo, se possiamo andare a trovare i due gemellini di tre mesi, di cui avevo sentito parlare.
Toader dice a Corina che è molto lontano, io recedo, ma a quel punto, lui decide che mi ci porta lo stesso. Ingrana la marcia con coraggio, la strada è molta, ed è un casino veramente…
Ad un bel momento, ci ritroviamo davanti ad un fiume.
Belin! Un fottuto fiume, in mezzo alla strada!
In pratica, mi spiegano che bastano poche ore d’intensa pioggia, per far ingrossare il fiume.
L’inverno è stato molto piovoso e rigido.
Il fiume ha spazzolato il ponte che si vede in lontananza, rendendolo inagibile.
Hanno costruito un passaggio di fortuna, per non rimanere tagliati completamente fuori dal mondo, ma bisogna immergersi nell’acqua praticamente fino alle portiere, e percorrere un pontino di tavole che mi fa stringere le chiappe al solo pensiero.
Avessimo una jeep… ma siamo su una Dacia, che tra l’altro, ha un sacco di magagne…
Chi si ritira dalla lotta…
Passiamo.
Attraversiamo boschi lussureggianti, distese verde brillante che sembrano non finire mai.
Ogni tanto qua e là, spuntano lucidi tetti d’alluminio su case che paiono di marzapane.
Arrivati al paesino, chiediamo della famiglia in questione, poco dopo siamo davanti alla casa.
Un cane supermegaultra incazzato ci accoglie abbaiando di brutto, come se fosse l’ultima volta.
C’accoglie il papà, visivamente toccato dalla lipodistrofia, ci fa entrare in casa.
Anche la mamma è giovane, entrambi Hiv.
I gemellini sono coricati insieme su un ampio letto matrimoniale.
La temperatura è calda, afosa, sono tutti sudaticci.
Ci spiegano subito che sono discriminati e additati da tutto il paese.
Hanno anche minacciato di portargli via i figli…
Il ragazzo è molto avvelenato, lo vedo molto convinto.
Capisco che non farà avvicinare nessuno, piuttosto si farà ammazzare.
Chiedo le cose che voglio sapere, rispondono entrambi ch’erano ignari di essere infettati
.
Toader mi ha raccontato la storia, e ve la risparmio.
La mamma è arrivata all’ospedale all’ultimo secondo…
Non c’è stato il tempo per le analisi, dopo è venuto fuori tutto, …troppo tardi.
Ai gemellini, Valentino e Nicola, viene somministrato l’AZT per le prime settimane di vita.
Il latte artificiale viene dato dallo stato, ma non in maniera sufficiente a nutrirli adeguatamente.
Anche i genitori, assumono AZT, con Epivir e Ziagen.
Toader parla a lungo con loro, io mi godo i bimbi e mi ci rotolo insieme sul lettone.
Corina fa qualche foto, vado via col cuore piccolo piccolo.
Mentre torniamo a casa, la sera ci coglie di sorpresa.
Rimugino che la giornata dell’infanzia in Italia, è molto diversa…
Alla loro età, chiedono il telefonino che fa anche la maionese, o rifarsi le tette o le labbra.
Il sarcasmo mi schiaccia.
Mi sfogo un po’ a tavola, con Stelian e la sua accogliente famiglia.
La mattina dopo andiamo a vedere la nuova sede dell’associazione di Toader, è bella.
Sta facendo fare lavori di miglioria, per dotarla anche di un bagno e di un’entrata propria.
Il lavoro è praticamente terminato, lo spazio era condiviso con il gruppo degli alcolisti anonimi, ora invece, ognuno ha la sua giusta privacy.
Fuori c’è anche un bel giardino, con giochi per bambini.
Finalmente un po’ di decompressione dopo l’apnea profonda.
La sera siamo invitati a casa sua a cena, un bel momento, una bella famiglia.
La mattina dopo dormo come un sasso… ed hanno pietà di me.
La giornata scorre serena, facciamo due passi, Corina mi fa vedere cose precluse a molti.
La sera, veniamo invitati nello studio all’avanguardia del Dott. Gheorghe.

 

Gheorghe è il presidente dei dentisti della sua città, che dista quattrocento chilometri da Bucarest.
Sobbarcandosi ottocento chilometri di viaggio in tutto, ci venne a prendere all’aeroporto, di notte.
Ci aspettava con una busta di panini fatti in casa, e un termos di caffè caldo.
Toader, tra le richieste preliminari, aveva evidenziato la necessità di uno spazio per impiantare uno studio dentistico, e di un dentista che prendesse in carico i bambini Hiv, che purtroppo, di fatto, non ne hanno accesso.

Molto bello, tanto che sembrava impossibile.
Due studi attrezzati, rubinetti con fotocellula di cui va’ orgogliosissimo.
Un tv al plasma è appeso nell’atrio, un’assistente giovane e cordiale, ci offre Coca Cola e salatini.
Ha la faccia buona Gheorghe, si vede ch’è un bravo Cristo.
C’invita a casa sua e ce la fa visitare, anche quella, si staglia da tutto il resto.
Mi regala una bottiglia di bianco e mi schiaccia l’occhiolino come a dire: Questo è buono!
Mi congedo salutandolo come un amico di sempre.
La mattina del sabato, c’è la riunione con le famiglie.
Toader mi dice che per via del maltempo, non s’aspetta ci saranno tutti.
Mi spiega, che il guado che abbiamo attraversato due giorni prima, non esiste più.
Che le popolazioni che vivono al di là del fiume, rimarranno tagliate fuori per parecchio tempo…
Quando arriviamo dentro la sala della chiesa battista, le famiglie sono una ventina.
C’è solo un nucleo famigliare intero, col padre, le altre, sono tutte mamme coi figli.
Hanno tutti più o meno la stessa età, tutti bambini infettati negli ospedali del loro Paese, con le stesse modalità e gli stessi effetti devastanti.
Molti, sia maschi che femmine, portano un cappellino con la visiera calata fino al naso.
Come per vergogna, a volersi celare il viso.
Un maschietto in terza fila, ha la faccia devastata dalla lipodistrofia, non ha più di 12 anni.
Molte le bambine, alcune hanno facce serene, altre meno.
I genitori hanno tutti facce tese, probabilmente si chiedono chi è quel piccoletto, brutto, senza capelli, col giubbotto alla Fonzi.
Purtroppo non ci sono sedie in circolo, ma solo una platea e una scrivania dove prendo posto tra Alessandra e Corina.
Mi sento un po’, come l’ambasciatore europeo della suburra.
Toader resta in piedi, appoggiato ad una colonna, spiega chi sono, perché sono lì.
Sento molti sguardi fissi su di me, mentre le parole e le traduzioni scorrono.
Tocca a me.
Mi presento come faccio ovunque e con chiunque.
Spiego sommariamente le mie cose, e cosa avrei intenzione di fare.
Una mamma, mi ringrazia per aver detto che anch’io soffro dello stesso male di sua figlia.
Io sorrido, rispondo che non ho nulla da nascondere.
Sono uno come loro, e non me ne vergogno, non sono un medico, né ci tengo ad esserlo.
Condivido il loro dolore, la loro grinta e abnegazione.
Pian piano la cappa si crepa, finalmente entriamo in un clima più disteso.
Toader spiega a lungo e bene, alla fine si rompe le righe.
Si parla, si sorride, si fanno riprese e foto, garantisco la privacy.
Chiedono conferme sulla data… io rassicuro, ma non posso garantirla, perché non dipende da me.
Questa è la speranza. Questo gli basta.
Un bel momento, vederli contenti e sorridenti, sfuma i tratti di dolore che gli scolpiscono il viso.
La domenica mattina seguente, dulcis in fundo, siamo andati al reparto di malattie infettive dell’ospedale.
Un bel colloquio franco col dottore, che mi ha spiegato il loro iter e di come possono ricevere quello di cui necessitano.
Mi spiega molte altre cose, come le mentalità arretrate, di come abbiano bisogno di materiale informativo, specie nutrizionale.
Quello era l’ultimo impegno rumeno che mi ero prefissato.
Per ora… liberi tutti!
Toader e Stelian, hanno riunito le famiglie, e siamo partiti per una scampagnata.
Cazzo, sono in Valacchia… la terra del conte Vlad… la Patria di Dracula il vampiro.
Cibo a sacco, preparato da mani caserecce e sapienti.
Volevano portarmi in un lago naturale, affascinate, stupendo.
Ma l’unica strada d’accesso, stava sprofondata in una profondissima gola.
Due pareti di roccia alte molte decine di metri, lunga molti chilometri, una gola interminabile.
Un torrente la percorre, di fianco alle curve inerpicate della carreggiata a doppio senso.
Il traffico di trabiccoli e pullman, sprigiona monossido di carbonio a profusione continua.
Un groviglio indissolubile, di gente e ferraglia inquinante, incastrato nel traffico della gola.
La mia malattia, a braccetto col citomegalovirus che ha scavato un paio di gallerie nel mio polmone destro, alla lunga, mi hanno presentato il conto.
Sono dovuto scendere dalla macchina e salire velocemente su un costone di roccia, una decina di metri sopra il casino universale. Non riuscivo più a respirare, stavo malissimo.
Troppi mezzi obsoleti, concentrati in una trappola di smog allucinante.
Abbiamo tagliato la corda, trovando uno spazio per fare la brace a valle.
Ma probabilmente, quel giorno… non era cosa.
La grandine ci ha dato una bella ramazzata, e fatto fuggire molto repentinamente.
Probabilmente, stavo sui coglioni a Dracula, non ne voleva sapere.
Finalmente, alle 18 abbiamo pranzato e cenato allo stesso tempo, tutti insieme, a casa di Stelian.
La mattina del lunedì, Stelian e Claudia hanno fatto il pieno alla Dacia, preparato panini e acqua.
Per accompagnarci, si sono scoppiati, quattrocento chilometri ad andare e altrettanti quattrocento a tornare, a settanta chilometri all’ora…
Non ci vuole una scienza, per capire la fatica e il cuore che ci hanno messo.
Un grande popolo, accogliente, con una sfiga titanica, che mi ha trattato come uno di famiglia, per tutto il tempo. Ci siamo parlati, ascoltati, condiviso cibo, usanze e pensieri.
È stato tosto, ma gratificante per la mia cultura, importante per il mio modo di essere.
Ho preso atto di realtà che io e Gianni, avevamo intravisto solo in tv, quando Mino Damato girava per le strade di Bucarest, mandando in onda storie e immagini, difficili da credere.
È tutto vero. Purtroppo.

Questo racconto, è dedicato a Pierluca, membro marchigiano del gruppo.
Scomparso prematuramente, ancor prima di Barabba.
Un ragazzo riservato, silenzioso, gentile, educato.
Che primo tra tutti noi, colse l’idea di usare il web.
Per informare, fare prevenzione, condividere, raggiungere più persone.
Anche Gianni, ci credeva molto. Io no, perché non capivo un belino.
Loro erano più avanti di me.
Idea che concretizzarono due ragazzi, due bravi amici, che vivono a Ravenna.
Silvia e Luca. Un grazie di cuore anche a loro, che mi onorano della loro amicizia
.

 

 

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