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I racconti di Viruz: Zingari

di Luca Negri
I racconti di Viruz: Zingari

I racconti di Viruz: Zingari

I racconti di Viruz: Zingari
Di Pino Zumbo

La prima cosa che balza agli occhi è la condizione delle strade.
Sono costellate di gobbe,  fosse, buche, e qualche vera e propria piccola voragine.
Le macchine compiono gimcane incredibili per percorrerle.
Provatissime Dacia, auto che sembrano residuati bellici, inquinanti e traballanti.
Zigzaganti  nei loro rumori sinistri, mezze arrugginite, e dai colori improbabili.
I veicoli che le percorrono, sono molto variegati.
La maggior parte sono carretti medioevali, trainati da ronzini rimbambiti dalla stanchezza.
Man mano che si esce dalla città, il numero dei cani e dei gatti straziati ai bordi ed in mezzo alla strada diventa esponenziale.
Cavalli capre e mucche pascolano beatamente, legate a pochi centimetri dalla carreggiata.
Cumuli di terra e detriti sono una costante del paesaggio rurale.
Ogni casa, ha il suo mucchietto di macerie e i suoi animali da cortile.
Mi viene automatico, pensare alla sfiga nera di questo popolo.
A tutto quello che hanno dovuto passare sotto quel boia di Ceausescu, fino a quando non l’hanno tolto di mezzo nel ’89, (un mesetto dopo la caduta del muro di Berlino).
Anche se chi è arrivato dopo, è stato meglio, solo perché peggio di Ceausescu non si poteva fare.
Ora hanno un presidente eletto, di cui sembrano contenti. Buon segno di speranza.
Dopo due ore di viaggio su queste strade infami arriviamo al villaggio.
È composto da case rabberciate alla meglio, con tetti in eternit, in legno e/o lamiere.
Le macchine sono rare, la maggior parte si muove a piedi, o con questi carretti, fatti di tronchi e tavole assemblate su ruote di macchina.
Toader ferma un carretto con due ragazzi, chiedendogli della famiglia in questione.

Toader, uomo austero dal sorriso raro, pacato, educato e disponibile.
Emana dignità in ogni suo gesto, da ogni suo poro.
Colpito dalla disgrazia di amare due figlie con la mia stessa infezione.
Due gemelle diciassettenni.

La ragazza scende dal carretto accompagnandoci a piedi, è la sorella.
Aspettiamo fuori, ci raggiunge un signore con tratti zingari e una moglie con un bel sorriso ed un dente in bocca, ci guardano con sospetto.
Toader con molta educazione e calma, gli spiega chi sono, e del perché sono lì.
Ci fanno entrare ed accomodare su una sedia in ‘salotto’.
Ci raggiunge il bambino, Costantino, ha 15 anni ma ne dimostra 10.
È piccolo di statura, paffutello, profondamente triste.
Tiene gli occhi bassi, semicoperti dal cappello di lana blu.
Siede composto, con le braccia conserte, su un divanetto a fianco del padre.
Appoggiata sopra una credenzina con poche misere cose all’interno, c’è una piccola tv a colori, che diffonde canti e balli rumeni, Qualche quadretto religioso è appeso ai muri.
Mostrano dei documenti, e quello che mi sembra un blocchetto d’assegni.
Il dialogo tra la famiglia e Toader è pacato ma serrato.
Deve spiegare alcuni diritti di cui è stato privato il bambino.
Che la famiglia accetta per assoluta ignoranza e scarsità di mezzi.
Alessandra, con molto riserbo e a voce bassa, mi traduce il dialogo.

Alessandra è una bellissima ragazza, sana, robusta, piena di vita, con un sorriso che t’illumina, dai modi gentili,  di una dolcezza infinita.
Ha vissuto per otto anni a Palermo, parla e scrive bene l’italiano.
Ha subito una grave operazione, conosce bene, cos’è la sofferenza e la paura.
Figlia di Stelian e Claudia, abita tre piani più in su, dall’appartamento dove vengo ospitato.
Mi hanno praticamente ‘adottato’ e messo a mio agio, anche questo, è stato importante per me.


A me oltre i diritti sacrosanti, interessano specialmente le sue condizioni fisiche, il suo calvario, mi preme sapere cosa prende, e soprattutto, come cazzo sta’.
Toader spiega che sono italiano, che sono lì per sapere come sta’ e cercare d’aiutarli come potrò.
In pratica, gli effetti collaterali fanno stare male il bambino.
Aimè, Non avevo nessun fottuto dubbio…
Vomita spesso e si sente male.
Saluto, e ribadisco che anche io ho lo stesso problema di Costantino, da 23 anni.
Chiedo che farmaci prende, mi fanno vedere le confezioni di AZT, Epivir, e Crixivan.
Sono farmaci, che purtroppo conosco molto bene.
Li ho preso anch’io in combinazione, so che cosa sta provando il bambino e come si sente.
Suggerisco di prenderli a stomaco pieno e non vuoto, come ha sempre fatto.
Deve bere almeno due litri d’acqua al giorno (sembra una cazzata, ma non lo è, in verità i litri dovrebbero essere tre), assolutamente,  per evitare che gli s’inchiodino i reni.
I grossi e dolorosissimi calcoli, sono inevitabili col Crixivan, se non si beve abbastanza acqua da sciacquare e pulire i reni.
Annuiscono tutti.
Il bambino finalmente alza la testa, mi guarda negli occhi, abbozza un sorriso.
Tocco il cielo con un dito. Una vera conquista.
Chiedo se a scuola sia discriminato. Risponde di no.
Sembra essere sereno, sotto questo profilo, ha amici con cui giocare.
Il problema è, che il suo malessere lo costringe spesso a casa, saltando le lezioni.
Il preside gli ha strappato in faccia gli ultimi due assegni del sussidio, per ‘colpa’ delle assenze.
Toader e la famiglia parlano ancora a lungo.
Chiariscono la situazione, cosa fare e come muoversi, sembra abbiano capito.
Ho l’anima incastrata tra i glutei, ma devo mantenere un’espressione normale.
Uscendo chiedo se posso fare una piccola ripresa fuori la casa col bambino.
So che sembra una bestialità, ma mi necessitavano.
Come prova documentale per il mio progetto Barabba, che a parte accordi scritti e firmati precedentemente, era ancora sostanzialmente, tutto nella mia testa.
Dovevo certificare e prendere coscienza dei bisogni, per poi trasmetterli ai partner del progetto.


Mi dicono di si. Il bambino accetta di buon grado.
Sorridendo facciamo una foto e pochi istanti di riprese, non voglio essere troppo invadente.
Giusto le riprese che documentino come sono messi, e di cosa sto parlando.
Tutta la famiglia ci accompagna fino all’uscio salutandoci.
Costantino sorride e muove la mano fino a quando la macchina non gira la curva scomparendo.
Più tardi Toader mi spiegherà che suo padre beve, e che pensa sia inutile mandare a scuola il figlio, perché tanto sa che deve morire.
Il sussidio di Costantino serve al bilancio famigliare.
Per cui, anche i viaggi pagati dallo stato per eseguire gli esami di controllo, restano una chimera. Povero Costantino, infettato all’ospedale come migliaia di altri.
Infettato da trasfusioni di sangue non testato,con materiale che sarebbe dovuto essere sterile e monouso…


Mi viene da pensare al cardinale di Genova Siri, da qualche decennio tornato polvere alla polvere, quando coniò l’aberrante e simbolica “Peste del 2000”…
La punizione divina, che appesta per colpa, per peccato.
Uno stigma iniquo e indelebile.


Dov’è la ‘colpa’ di quest’innocente? Che ha una vita segnata, e forse breve.
Uno strazio, difficile da spiegare a parole.
Riprendiamo la strada.
Toader mi anticipa che stiamo andando da una ragazza che vive una storia  assurda, allucinante. Finalmente dopo una cifra di sballottamenti sulle strade rurali,  avvolte nello squallore, arriviamo in questo posto di merda.
Si colgono nitidamente gli sguardi furtivi, curiosi, maligni, che ci colpiscono alle spalle.
Quell’orrido buco fangoso, nel nulla cosmico, trasuda ignoranza, diffidenza.
Ci fermiamo davanti ad un piccolo podere, sembra disabitato.
Dopo un insistente bussare al cancelletto dello steccato, una donna anziana ci apre.
Ci fa entrare nell’aia, stracci e detriti sono ammonticchiati sotto un capannone di legnacci.
Qualche gallina razzola in cerca di qualsiasi cosa, sembrano possedute da una fame arretrata.
Secchi, secchielli, pignatte, contenitori, pentolini, sparsi ovunque.
La ragazzina è fuori, dai fratelli, in un altro posto, anche la mamma è fuori.
La vecchina, rigorosamente scalza con calzerotti spessi (come da prassi consolidata), è la zia.
Parla animatamente con Toader, è avvilita, sofferente.
Spiega con voce concitata la situazione che affligge e incombe sulla famiglia.
La ragazza è figlia adottiva.
Quando il padre ha scoperto la malattia della figlia nel 93, ha deciso di separarsi dalla moglie.
Le ha buttate entrambe fuori di casa.
Da quel giorno, gira ubriaco maledicendo e sputtanando la figlia per tutto il paese.
Ha minacciato pesantemente la madre a sparire…
In Romania quando ci si separa, la casa va divisa in due.
Ha costruito una tomba in giardino e ci ha messo dentro un vestito nero.
Le candele sono sempre accese, questo monito ha terrorizzato sia lei che la figlia.
Vivono insultate e additate da tutto il paese, è diventato praticamente un rito, passare davanti allo steccato e gridare SIDA! SIDA!
Tutto questo col consenso e lo sprono dell’infame e indegno padre (adottivo).
Un vero ratto di fogne da porto.
Da allora, entrambe vivono con la zia, (la donna con cui stiamo parlando), la sorella della mamma. La ragazzina è terrorizzata.
Vive una discriminazione medioevale, l’ostilità dell’ambiente toglie il respiro.
Una storia così… è inaccettabile.
La donna parla a lungo, le budella mi s’attorcigliano al collo.
Sapevo, di dovermi immergere nella miseria fino alla cintola, ma ero appena arrivato, e mi trovavo già in fondo al pozzo e senza boccaglio.
Abbraccio la donna con amore e avvilito, m’infilo in macchina.
Alessandra mentre si siede, mi dice che quelle due passanti che l’hanno fermata,  gli hanno chiesto chi siamo, lei ha risposto: Parenti.
Ho gli occhi persi nel vuoto, non riesco a pensare a niente.
Toader mi conferma che tutte le cose dette sono vere, niente di più, niente di meno.
Durante il silenzioso tragitto, un’autostoppista sventola il pollice.
È un poliziotto in divisa, lo carichiamo dandogli un passaggio, (anche loro non se la passano alla grande.), scenderà senza dire una parola, senza uno sguardo, dopo qualche chilometro, con un cenno e un sorriso.
Dai miei occhi l’angoscia traspare, mentre la miseria scorre fuori dal finestrino.
M’incoraggiano, spiegandomi che stiamo andando da un altro bambino.
Dopo qualche ora di strada disastrata arriviamo in una cittadina decorosa.
La macchina si ferma davanti ad uno stabile di 5 piani.
Da un gruppetto, un bambino si stacca venendoci incontro sorridendo, saluta Toader.
È Giuliano, un bellissimo bambino, con un sorriso dolce.
Dopo averci dato un’occhiata furtiva, spiega che i suoi sono fuori e che torneranno a breve.
Sono già passate molte ore, da quando abbiamo cominciato le visite.
Approfittiamo dell’inevitabile attesa per andare a mangiare un panino e bere un bicchiere d’acqua, in un chioschetto a poca distanza.
Anche Giuliano ha 15 anni, ma come Costantino, ne dimostra 10.
Finito il frugale pasto, ritorniamo davanti allo stabile, Giuliano ci accompagna su per le scale.
Al quinto piano, troviamo la porta aperta.
Casualmente entro per primo, mi trovo tutta la famiglia riunita, in una piccola e stretta stanza. Giuliano ha due sorelle, che sembrano più grandi di lui.
La mamma rimane in piedi, con lo sguardo severo.
Il papà ha i capelli rossi ed è visibilmente alticcio, è seduto sul divano con Giuliano e una sorella ai fianchi.
Ci accomodiamo, Toader comincia a discutere con i genitori e mi presenta.
Dopo qualche minuto, la mamma mi chiede se vogliamo un caffè, noi accettiamo volentieri.
Faccio qualche domanda, mi rispondono facendomi vedere le confezioni di Epivir, AZT e Kaletra. Il padre sbotta a piangere, dice di non sopportare lo strazio ogni volta che il figlio prende la terapia, mi chiede per quanto dovrà prenderle…
Glielo spiego con gli occhi, ma non rispondo.
Giuliano mi dice che sono due anni che non fa le analisi, intuisco parte dei motivi…
Ottocento chilometri, non sono uno scherzo, lo stato paga per i loro viaggi a Bucarest, ma sono rarissimi i genitori, che ce li portano adeguatamente per essere monitorati.
Toader spiega tra le alte cose,  cosa vorrei fare, e tutta la famiglia… sorride.
Mentre ci congediamo, ricevo le benedizioni della madre.
Il padre stringendomi energicamente la mano, mi abbraccia forte.
Mi dice grazie, e che mi aspettano.
Giuliano scende con noi, e dopo averci sorriso e ringraziato, torna a giocare con i suoi amici a pallone, anche lui non è discriminato.
Meno male, l’unico motivo per cui sorridere, mentre ci allontaniamo dico che la casa mi è sembrata bella a confronto delle altre, Alessandra mi risponde che la casa era tutta lì.
Quella stanza e un cucinino, dormono in 5 in meno di 20 metri quadrati.
Ormai siamo in ballo, andiamo da un’altra bambina che dista a una cinquantina di chilometri.
Non la troviamo.
La mamma ci spiega che ha problemi ai denti e che è molto arrabbiata, perché discriminata.
Spiega anche che lo stato, le ha tolto dei diritti perché avevano due maiali.
Quindi sforavano il 740… Belin, roba da matti!
La prendo con ironia perché altrimenti, ci sarebbe da impazzire. La cosa più grottesca, è che se li sono dovuti vendere, per sbarcare il lunario e sopravvivere, così ora, non hanno più né uno né l’altro, cazzo, piove sempre sul bagnato.


Come primo approccio è stato abbastanza pregno, certamente pesante, torniamo a casa.
Altre due ore di macchina su strade allucinanti.
Al nostro ritorno a casa, c’è Corina.

Corina mi accompagna, siamo nella sua città d’origine, mi ospita in casa sua.
Vive da molti anni a Palermo, ed è presidente di un’ associazione.
Si occupa di Hiv/Aids, come me.
È giovane, paziente hiv, come me.
Le stanno a cuore i bambini, specie quelli malati, i più sfigati, come a me.
Siamo nella sua città d’origine, nei suoi posti, tra la sua gente…

Mostra sorridente il documento firmato dell’accordo, l’escamotage ha funzionato.
Il primo importante tassello, si è incastrato.
Si chiamerà ‘Studio dentistico per le affezioni che necessitano protezione speciale’.
Corina mi consegna l’accordo firmato e timbrato da tutte le istituzioni.
Molto bene, lo metto via con molto orgoglio, è il primo documento che vedo materializzarsi.
Io che non sono nessuno, solo un pregiudicato, ex tossico, con l’aids conclamato.
La schiuma della merda sociale.
Tutto procede secondo accordi, e sembra filare più liscio delle premesse.
Siamo tutti molto stanchi e domani ci aspetta un’altra giornata di visite a domicilio.

Fine prima parte.

 

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