Home Carceri Il carcere è ammalato, ma la riduzione del danno non entra

Il carcere è ammalato, ma la riduzione del danno non entra

di Luca Negri

Oltre il 50% di persone in carcere per motivi legati alla droga, almeno un detenuto su 4 tossicodipendente, una presenza di Hiv/Aids intorno al 5% mentre un terzo della popolazione carceraria non si sottopone al test, e il 60% dei detenuti con un’epatite, il tutto aggravato dal sovraffollamento, questa la fotografia dello stato della salute nelle carceri italiane.

 

Una situazione che secondo la Lila richiederebbe, oltre a una migliore e più diffusa applicazione di misure alternative alla pena detentiva, il ripensamento degli interventi di riduzione del danno.

Diversa la posizione del ministro Fazio, che in occasione della Giornata mondiale contro l’Aids, lo scorso 1° dicembre, al periodico di informazione Anlaids Notizie ha dichiarato che gli interventi di riduzione del danno in ambito carcerario, quali la disponibilità di siringhe sterili o di strumenti per la loro sterilizzazione, «presentano diverse controindicazioni, e in molti casi non esistono evidenze di efficacia degli interventi stessi nel ridurre la trasmissione dell’infezione da Hiv». Mentre la disponibilità di preservativi per i detenuti «può apparire come una legittimazione dell’omosessualità coatta».

Il ministro Fazio pare dimenticare che fin dagli anni Novanta da organismi quali la World Health Organization, le Nazioni Unite, il Consiglio d’Europa, arrivano ben altre indicazioni. E che nella letteratura scientifica le evidenze di efficacia di tali interventi nel ridurre la diffusione di Hiv e altre patologie sono ormai ben documentate.

«Signor Ministro, il sesso in carcere è praticato, e non attende certo la nostra “legittimazione”, ma non può essere “safe”. Così come esiste, per quanto altrettanto proibito, il consumo di stupefacenti, ma non con aghi sterili. È una realtà che non si può negare, sulla quale voglio richiamare la Sua attenzione, dal momento che oggi, a differenza del passato, anche la salute nelle carceri compete al Suo Ministero», scrive la presidente Lila Alessandra Cerioli, in una lettera pubblicata oggi da Anlaids Notizie.

Citando il recente documento della Commissione Europea “La lotta contro l’Hiv/Aids nell’Unione europea e nei paesi vicini 2009/2013”, dove si legge: “L’accesso ad aghi sterili, il trattamento della tossicomania sulla base di dati scientifici, tra cui la sostituzione e le altre misure di riduzione dei danni, sono risultati strumenti molto efficaci, anche nelle zone a prevalenza elevata e in ambienti particolari come le carceri“.

La Lila chiede al ministro Fazio di rivedere le proprie affermazioni sulla riduzione del danno in ambito carcerario alla luce della documentazione proposta. Assieme a quelle, sempre negative, espresse nei confronti di uno strumento che, contrariamente al Governo italiano, istituzioni ed esperti internazionali giudicano positivamente: il profilattico femminile.

«Non esiste alcuna evidenza che la commercializzazione del condom femminile, la cui accettabilità fra le donne risulta essere piuttosto bassa, possa favorire la riduzione della diffusione dell’Hiv», ha affermato il ministro, ancora nell’intervista ad Anlaids. Ma Lila, che da molto tempo, e in buona compagnia (Oms e Unaids), spinge per la diffusione di questo strumento di prevenzione, rifiuta di vedere vanificati i suoi e altrui sforzi in nome di una convinzione basata non si sa su cosa, dato che, sottolinea la presidente Cerioli, «la sua efficacia nel prevenire le infezioni sessualmente trasmesse, Hiv compreso, è provata in molti studi clinici, e il fatto che il sia a oggi l’unico strumento di prevenzione che può essere utilizzato in prima persona dalla donna, lo rende importantissimo. Data la maggiore possibilità che hanno le donne di infettarsi. E data anche la difficoltà delle donne, più volte emersa, a contrattare il sesso sicuro».

FONTE: imgpress.it

 

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