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Il difficile cammino dalla discriminazione alla tutela

di Luca Negri

 Il difficile cammino dalla discriminazione alla tutela a cura dell’avv. Matteo Schwarz- consulente legale NPS

Da anni ormai si parla spesso, con riferimento all’universo HIV, di “nuova realtà”, di “nuovo corso”. Ancora più frequente è l’utilizzo di termini, talvolta abusati, come “cronicizzazione” e “normalizzazione” della malattia.

Il difficile cammino dalla discriminazione alla tutela

Già nel precedente numero di Real Life abbiamo denunciato le inadeguatezze del nostro ordinamento, che non ha saputo adattare ai progressi della ricerca scientifica gli strumenti di tutela, promozione ed integrazione dei cittadini che convivono con l’HIV.
È tempo di formulare proposte concrete, di dare voce alle istanze che ci giungono dagli utenti che quotidianamente ci contattano per denunciare le enormi difficoltà di chi, volendo cominciare o ricominciare a camminare con le proprie gambe, si vede troppo spesso “ricacciato” in una condizione di emarginazione e di bisogno.
Stiamo parlando dell’inserimento delle persone con HIV/AIDS nel mondo del lavoro, del mantenimento del posto da parte di chi lavora già, del superamento di una norma non scritta, ma consolidata da una atroce consuetudine: quella che impone al lavoratore di nascondere la propria condizione a colleghi e datori di lavoro.

Un realistico approccio al problema non può prescindere dalla considerazione che pur disponendo di un sistema normativo (Legge 135/90) che sanziona le discriminazioni dei lavoratori e ne tutela sulla carta il diritto a mantenere il riserbo sul proprio stato sierologico, di fatto non siamo in grado di portare la maggior parte dei casi di violazione della legge all’esame dell’autorità giudiziaria. L’ostacolo principale è dato proprio dalla ineludibile necessità che il paziente/lavoratore si esponga, in un procedimento giurisdizionale, ad una indesiderata pubblicità.

Di qui la rassegnazione dei molti che preferiscono tacere e subire in silenzio l’abuso piuttosto che affrontare l’inevitabile conseguenza che in termini di visibilità deriva dalla promozione di un procedimento giurisdizionale. Sperare che si possa giungere in tempi brevi ad una legge che, promuovendo le cosiddette azioni collettive (class actions, negli ordinamenti anglosassoni), permetta alle associazioni di categoria (consumatori, utenti, e dunque anche pazienti) di stare in giudizio in rappresentanza di un numero indefinito di lavoratori discriminati da uno stesso datore, è ad oggi illusorio.

E comunque si tratterebbe di uno strumento cui potrebbe ricorrersi soprattutto in casi di grandi società o gruppi con centinaia o migliaia di dipendenti, in cui è presumibile che si verifichino più violazioni dello stesso tipo nei confronti della categoria di volta in volta considerata. In un paese dove l’unità economica predominante è ancora costituita dalla piccola e media impresa, l’unica via percorribile è quella che prevede un coinvolgimento diretto del datore di lavoro nella formazione e nell’integrazione del lavoratore/paziente all’interno dell’unità produttiva.

E ciò sarà possibile solo attraverso la predisposizione di un sistema premiale che renda appetibile, da parte delle imprese, una scelta di investimento in lavoratori appartenenti a determinate categorie. In primo luogo, quindi, occorrerà formare ed informare i molti datori di lavoro e colleghi che percepiscono ancora come un pericolo il semplice fatto di condividere l’ambiente di lavoro con una persona con HIV/AIDS. Successivamente, si dovrà promuovere l’inserimento del lavoratore, specie nei casi in cui, per una riconosciuta invalidità, questi già risulti iscritto nelle liste speciali per il collocamento mirato, non senza averne preventivamente curato, ove necessario, la riqualificazione professionale.

Esigenza, quest’ultima, particolarmente sentita con riferimento alle molte persone che, avendo a lungo vissuto in precarie condizioni di salute a causa della malattia, sono rimaste per troppo tempo fuori dal mondo del lavoro, ma che ora, grazie ai benefici delle nuove terapie, possono e devono poter sperare di rientrare a far parte della popolazione attiva. Tutto questo sarà realizzabile solo se esisterà la volontà, prima di tutto politica, di costituire una sinergia che coinvolga da un lato le Regioni, competenti ad autorizzare, con oneri a proprio carico, le attività di riqualificazione professionale, e dall’altro i competenti Servizi di Sostegno e di Collocamento Mirato, che operano con modalità alquanto differenziate a seconda delle esigenze del territorio e che hanno il compito di interfacciarsi con gli uffici periferici del Ministero del Lavoro, i datori di lavoro, i sindacati e la pubblica amministrazione.

Allo stesso tempo è indispensabile la promozione di opportuni incentivi alle imprese che scelgono di aprirsi ai lavoratori con HIV/AIDS, riconoscendo loro agevolazioni anche fiscali e facilitandole nella promozione del part-time e nella regolarizzazione dei lavoratori in nero. Iniziative di questo tipo, infine, andrebbero non soltanto fortemente sostenute sul piano politico ed incentivate economicamente per l’elevato beneficio sociale ed economico che sono suscettibili di produrre, ma dovrebbero altresì essere opportunamente pubblicizzate, per promuovere il nome e l’immagine dell’impresa che le ha volute.

Un discorso che da tempo è già condotto con successo in altri paesi con riguardo ad altre categorie spesso oggetto di discriminazioni. Ogni anno, Stonewall, associazione britannica attiva nella tutela dei diritti della comunità GLBT, aggiorna il proprio “Workplace Equality Index”, una classifica che indica i primi cento luoghi di lavoro del Regno Unito in cui è garantita la parità di trattamento fra lavoratori GLBT ed eterosessuali.

Attribuire un giusto riconoscimento anche formale a chi sceglie una politica di tutela delle categorie più deboli è importante anche e soprattutto nella misura in cui la conseguente visibilità dell’impresa considerata permette agli utenti che ne utilizzano i servizi o ai consumatori che ne acquistano i beni, di effettuare scelte più consapevoli e rispondenti ai propri valori.

Fonte: Reallife Network

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