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Il virus della cella accanto

di Luca Negri
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Il virus della cella accantoAll’interno delle carceri italiane la percentuale di malati contemporaneamente di virus dell’epatite B, epatite C e HIV è più elevata che fra la popolazione normale. Questi risultati, non del tutto sorprendenti, che confermano la denuncia lanciata nei giorni scorsi dal Gfk Eurisko, emergono dall’approfondito studio condotto su un migliaio di detenuti di sesso maschile nelle carceri del basso Lazio (Frosinone, Cassino, Latina) da un gruppo di ricercatori dell’Istituto di Igiene e dell’Istituto di Medicina Interna dell’Università Cattolica di Roma, e dell’Università di Cassino, pubblicato di recente dalla rivista internazionale BMC Infectious Diseases.

 

Secondo i dati ricavati dalle carceri del sud del Lazio, che riguardano le cartelle cliniche di tutti i carcerati fra il 1995 e il 2000, la coinfezione fra HIV ed epatite C riguardava il 4% dei casi, quella fra epatite B e C il 18% dei casi e quella fra HIV e epatite B il 3% dei casi.
“I risultati sono in piena sintonia con quanto denunciato nei giorni scorsi dalla Società italiana di medicina e sanità penitenziaria, anche se non sono sorprendenti”, spiega l’epidemiologo Giuseppe La Torre, primo autore dell’articolo. “Si tratta infatti di una popolazione molto particolare, formata per la metà da tossicodipendenti – e questo stesso è un dato molto significativo. Inoltre la popolazione carceraria presenta solitamente un livello socioeconomico piuttosto basso e infine in Italia rispetto agli altri Paesi in generale si trova una più elevata incidenza di sieropositività fra gli eroinomani”.

“Lo studio”, spiega ancora l’internista Antonio Grieco, “oltre alla ovvia correlazione con la tossicodipendenza, ha analizzato anche gli altri fattori di rischio che sono più spesso associati a queste infezioni, come lo stato civile e la nazionalità”.

I ricercatori sottolineano la disponibilità e la collaborazione del Ministero della Giustizia che ha incoraggiato questo tipo di ricerca e che ha fornito tutto il sostegno per consentire l’accesso alla storia sanitaria della popolazione carceraria.

“Vale la pena di rimarcare”, aggiunge La Torre, “che il personale sanitario carcerario ha livelli elevati di professionalità. Non solo ci ha fornito ogni tipo di collaborazione alla ricerca, ma segue con molta attenzione i pazienti che vivono in carcere”. Tanto che, paradossalmente, come sottolineano gli autori nello studio, per questi pazienti problematici, “all’interno dell’ambiente carcerario c’è una maggiore opportunità di ricevere una buona cura” e di essere seguiti correttamente di quanto non accadrebbe all’esterno.
Per quanto riguarda la prevenzione, sottolinea invece Grieco, “è evidente che bisogna migliorare la qualità della vita nel carcere, riducendo i fattori di promiscuità e rischio, favorendo l’igiene e i sistemi di controllo, nonché combattendo il sovraffollamento”.
Ma i ricercatori dell’Università Cattolica hanno in mente anche un altro obiettivo scientifico, da perseguire in prossime ricerche. “In molti servizi sanitari carcerari”, racconta infatti La Torre, “sierotipizzano il virus dell’epatite C per ottimizzare la terapia. La sierotipizzazione comporta l’individuazione del ceppo del virus che ha infettato il paziente. Considerato che esistono moltissime varianti del virus dell’epatite C, andarle a studiare in popolazioni selezionate, come quella carceraria, aggiungerà moltissimo alla nostra conoscenza dell’epidemiologia dell’infezione sostenuta da questo virus”.

Fonte: www.policlinicogemelli.it

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