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Impedire a gay di donare sangue risulta oggigiorno del tutto senza senso

di Luca Negri
La squadra di calcio che con una parola spegne l’omofobia

Impedire a gay di donare sangue risulta oggigiorno del tutto senza sensoIntervista a Marco Coppola, Aiuto AIDS Ticino
Sabato scorso TicinoLibero ha pubblicato la notizia del rifiuto di una donazione di sangue durante un corso di ripetizione a “Mister Gay Svizzera”, solo perché omosessuale. La notizia ha suscitato un certo dibattito fra i blogger, motivo per cui siamo andati a sentire Marco Coppola, operatore MSM (maschi che hanno rapporti sessuali con altri maschi) di Aiuto AIDS Ticino.

 

Sabato 21 agosto TicinoLibero ha pubblicato la notizia concernente il fatto che “Mister Gay Svizzera”, Dominic Hunziker, in un corso di ripetizione dell’esercito elvetico gli è stato impedito di fare una donazione di sangue, adducendo ragioni di sicurezza, visto che la categoria degli omosessuali è al 30% più a rischio degli altri.
Risulta vero questo dato?

I dati disponibili fino all’anno 2008 ci dicono che in Svizzera le persone sieropositive sono circa 25’000. Nello stesso anno i casi di infezione riscontrati sono suddivisi per vie di contagio nel 48% dei casi con rapporti eterosessuali, nel 47% per rapporti omosessuali e nel 5% per endovena di droga; dati confermati anche per il 2009 (I dati disponibili fino all’anno 2008 ci dicono che in Svizzera le persone sieropositive sono circa 25’000. Nello stesso anno i casi di infezione riscontrati sono suddivisi per vie di contagio nel 48% dei casi con rapporti eterosessuali, nel 47% per rapporti omosessuali e nel 5% per endovena di droga; dati confermati anche per il 2009 (dati UFSP).

E’ evidente che dai dati disponibili non esiste un orientamento sessuale nel quale ci siano maggiori casi di infezione per numero assoluto. È vero nonostante questo che dal 2002 è progressivamente aumentato il numero di nuovi contagi tra maschi omosessuali, numero che è nuovamente diminuito a partire dal 2008. Nel 2009 il numero di nuovi contagi tra MSM (maschi che hanno rapporti sessuali con altri maschi) è diminuito del 17%. C’è da aggiungere a questo il numero sommerso di nuovi contagi che non risultano all’interno delle statistiche perchè possiamo ragionare solo sulle persone che hanno deciso di fare il test HIV, mentre non sappiamo nulla su chi invece non ha fatto il test per paura o disinformazione.
Trovo in ogni caso limitante e fonte di discriminazione ragionare ancora per categorie quando invece è sempre più importante riflettere sui comportamenti a rischio.

Ai profani in materia di trasfusioni, risulta essere un po’ strano che si selezionino i possibili donatori di sangue in base a categorie, e non più semplicemente in base alle analisi del sangue, che dicono se uno ha contratto l’HIV o altre patologie o meno. Non è un metodo un po’ discriminatorio selezionare i donatori in funzione di presunte categorie di rischio?

Da molti anni all’interno della comunità scientifica internazionale si è aperto un ampio dibattito sull’uso delle categorie a rischio nelle politiche sulle trafusioni di sangue ma anche sulla prevenzione. Pian piano l’uso delle categorie sta lasciando posto a studi e politiche riguardanti invece i comportamente a rischio. È infatti evidente che alcuni comportamenti sono più a rischio di altri in relazione alla trasmissione dell’HIV e di altre malattie sessualmente trasmissibili ma che lo sono indipendentemente dal soggetto che li mette in atto. La trasmissione dell’HIV per via sessuale avviene mettendo in contatto diretto sperma o sangue con le mucose, questo avviene indipendentemente che il rapporto sia etero oppure omosessuale.

Non permettere ad un ragazzo che non ha avuto comportamenti a rischio di donare il sangue credo sia a tutti gli effetti una forma di discriminazione. All’interno del questionario medico che si compila prima di poter donare è possibile fare tutte le domande del caso per accertare possibili comportamenti a rischio e in secondo luogo le analisi del sangue riveleranno la possibilità o meno di donare. Impedire a gay o più in generale a maschi che hanno avuto rapporti con altri maschi di donare sangue risulta oggigiorno del tutto senza senso.

Oggi la vita sessuale delle persone è molto eterogenea. Ad esempio ci sono eterosessuali che hanno rapporti occasionali con transessuali o persone del proprio sesso. Dal vostro osservatorio, quanto è ancora possibile ragionare per categorie a sé stanti e “impermeabili” oggi giorno?

Ragioniamo da anni sulla popolazione MSM proprio per non definire a priori come omosessuali quegli uomini che hanno rapporti sessuali con altri dello stesso sesso, ma che non si riconoscono come gay. Questo perché da una parte è molto difficile nella società in cui viviamo riconoscersi serenamente e pubblicamente come gay a causa delle diverse forme di discriminazione di cui veniamo a conoscenza direttamente dai racconti degli utenti del nostro servizio.

E’ vero altrettanto che l’orientamento sessuale non è statico nè duale, non esistono solamente omosessuali ed eterosessuali ma tutta una serie di sfaccettature, comportamenti ed identità del tutto eterogenee, bisessualità compresa. Per questo motivo troviamo inutile ragionare per categorie, men che meno impermeabili, e continuiamo a lavorare sui comportamenti e sulle persone nella loro complessità. Ogni categoria inflessibile genera stereotipi che si legano inevitabilmente a quei pregiudizi che proprio nei confronti della popolazione omosessuale non fanno altro che diminuire il benessere e aumentare comportamenti a rischio.

La comunità gay, già da anni, è molto sensibile alla questione inerente l’HIV e l’AIDS. Inoltre in Svizzera da più di 20 si fanno campagne pubblicitarie, che fanno sempre discutere, per promuovere la prevenzione. Ciononostante sembra che il numero di persone che in Svizzera ha contratto l’HIV sia in aumento. Come si spiega questo fenomeno?

Una serie di diversi fattori hanno portato all’aumento dei contagi, purtroppo scarsamente studiati dalla comunità scientifica. Potrei dire che nell’ultimo decennio è rimasta costante l’omofobia (l’odio irrazionale e il pregiudizio nei confronti delle persone omosessuali) all’interno della società, sono cambiati gli strumenti di comunicazione e socializzazione all’interno di ciascun gruppo, molte persone continuano a non riconoscersi come gay oppure a non riconoscere i propri comportamenti sessuali come a rischio di contagio, è diminuita la paura della morte, è diminuita l’aggregazione ed aumentato invece l’individualismo che se da una parte ha permesso maggiore libertà dall’altra ha diminuito l’effetto positivo della comunità sui singoli.

Il pregiudizio fa nascondere ancora oggi molti omosessuali che cercano incontri sessuali in luoghi protetti rimanendo ancora scarsi gli esempi di istituzionalizzazione delle coppie gay come di quelle lesbiche. Il non riconoscimento della propria omosessualità aumenta i fattori di rischio a causa della diminuzione del benessere, della paura di parlare di sè e della propria sessualità, del vivere la propria vita e delle proprie relazioni in clandestinità.

E’ evidente che ancora molto è necessario fare continuando da una parte a puntare sulla prevenzione dall’HIV e l’informazione; dall’altra riducendo attraverso attività culturali e informative l’omofobia ancora dilagante. Questo compito, come la riduzione di qualunque forma di discriminazione, dovrebbe essere un dovere della società e certamente prime fra tutte ad occuparsene dovrebbero essere sempre più le Istituzioni e le agenzie educative come la Scuola.

Una serie di diversi fattori hanno portato all’aumento dei contagi, purtroppo scarsamente studiati dalla comunità scientifica. Potrei dire che nell’ultimo decennio è rimasta costante l’omofobia (l’odio irrazionale e il pregiudizio nei confronti delle persone omosessuali) all’interno della società, sono cambiati gli strumenti di comunicazione e socializzazione all’interno di ciascun gruppo, molte persone continuano a non riconoscersi come gay oppure a non riconoscere i propri comportamenti sessuali come a rischio di contagio, è diminuita la paura della morte, è diminuita l’aggregazione ed aumentato invece l’individualismo che se da una parte ha permesso maggiore libertà dall’altra ha diminuito l’effetto positivo della comunità sui singoli.Il pregiudizio fa nascondere ancora oggi molti omosessuali che cercano incontri sessuali in luoghi protetti rimanendo ancora scarsi gli esempi di istituzionalizzazione delle coppie gay come di quelle lesbiche.

Il non riconoscimento della propria omosessualità aumenta i fattori di rischio a causa della diminuzione del benessere, della paura di parlare di sè e della propria sessualità, del vivere la propria vita e delle proprie relazioni in clandestinità.E’ evidente che ancora molto è necessario fare continuando da una parte a puntare sulla prevenzione dall’HIV e l’informazione; dall’altra riducendo attraverso attività culturali e informative l’omofobia ancora dilagante. Questo compito, come la riduzione di qualunque forma di discriminazione, dovrebbe essere un dovere della società e certamente prime fra tutte ad occuparsene dovrebbero essere sempre più le Istituzioni e le agenzie educative come la Scuola.

Marco Coppola è l’operatore MSM (maschi che hanno rapporti sessuali con altri maschi) di Aiuto AIDS Ticino. Aiuto AIDS upa da anni di prevenzione dell’HIV e di informazione con il progetto MSM attraverso il lavoro costante di prevenzione nei luoghi d’incontro e aggregazione degli MSM, attraverso campagna informative dirette alla popolazione maschile e contro l’omofobia, con consulenze all’interno di ZonaProtetta (www.zonaprotetta.ch)

FONTE: ticinolibero.it

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