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In Italia quasi la metà degli infettati non si cura

di sert_budrio

In Italia quasi la metà degli infettati non si curaQuando nel luglio del 2011 Roma ospitò la conferenza dell’International Aids Society, si iniziò a parlare della possibilità di arrivare finalmente a un controllo dell’epidemia da Hiv.

L’idea era legata al fatto che c’erano molti mezzi di prevenzione disponibili: quelli vecchi naturalmente, dal condom alla circoncisione, ma anche alcuni nuovi.
La star della conferenza fu infatti lo studio, condotto su coppie nelle quali un partner è positivo e uno è negativo, che dimostrava come se si inizia prima il trattamento, si previene un alto numero di infezioni. Già studi precedenti, meno rigorosi, portavano a pensare che una persona trattata in modo efficace – e quindi che ha un abbattimento di quantità di virus circolante – diventava poco o addirittura per nulla contagiosa. E anche studi successivi hanno confermato questa scoperta. Fu lanciata così l’idea del “trattamento come prevenzione”. Trattare in modo efficace le persone con infezione da Hiv non solo migliorava la loro condizione di salute, ma era anche un mezzo per mettere sotto controllo l’epidemia.

Nella conferenza ICAR (Italian Conference on Aids and Retrovirus) che si è chiusa due giorni fa sempre a Roma, si è notato che, nonostante questo approccio abbia portato molte più persone alla terapia, anche nei paesi poveri, si stenta a vedere gli effetti sperati: non sembra che l’aumento delle persone in terapia abbatta la diffusione del contagio. Due esempi: in Italia ogni hanno ci sono 4.000 nuove diagnosi di Hiv e il numero è costante da anni; negli Usa sono 50.000 ogni anno, stabili nell’ultimo decennio.
E quindi ci si è chiesto: perché non si vede l’effetto che ci si aspettava?

Una risposta possibile è: perché ci sono dei “buchi” nel sistema. Non tutte le persone con l’infezione sanno di esserlo, non tutti quelli che lo sanno vanno a farsi curare, non tutti quelli che si vanno a curare restano in cura. Inoltre, la terapia, benché funzioni egregiamente, non ha un’efficacia del 100 %. Tutti questi “buchi” fanno stimare che in Italia solo il 60% delle persone con Hiv sia trattato in modo da ottenere il controllo dell’infezione virale. Nel nostro Paese 130.000 persone hanno l’infezione da Hiv e, nonostante il sistema italiano sia efficiente, 60.000 persone dovrebbero essere trattate e non lo sono. E’, la nostra, una situazione simile a quella del Canada e dell’Inghilterra, ma migliore di quella degli Usa dove si stima che solo il 25% delle persone ricevano una terapia efficace.

Il problema dunque è mondiale. Cosa si può fare? Da una parte bisogna cercare di intervenire migliorando l’offerta dell’accesso al test. Oggi esistono anche test che permettono di fare la diagnosi dell’infezione sulla saliva. Si basano sul fatto che anche se il virus non è presente nella saliva, gli anticorpi contro il virus sì. Si tratta di test molto semplici da eseguire, tanto che in alcuni paesi ne è autorizzata la libera vendita in farmacia. I primi a dare l’autorizzazione sono stati gli Stati Uniti, ma da un mese si vendono anche nel Regno Unito e, dalla fine del 2014, dovrebbero essere disponibili in farmacia anche in Francia.

D’altra parte bisogna migliorare l’offerta delle cure, anche se bisogna tener presente che la cura non si dà per fare un bene agli altri. Migliorare le condizioni per l’accesso alle cure vuol dire continuare a lottare contro la stigmatizzazione, contro le immagini false che circolano intorno alla malattia, ma vuol dire anche rendere le cure più facili da gestire e meno tossiche perché possano essere continuate dalle persone per lungo tempo.

Infine, bisogna operare non solo bloccando la trasmissione dell’infezione, ma anche evitandone l’acquisizione. Tra gli strumenti più efficaci a questo scopo c’è ancora il condom. Ma rimane una domanda: perché la gente non lo usa? Evidentemente non basta dire: usate il condom, bisogna trovare un approccio innovativo.
La Gates Foundation ha lanciato un bando internazionale proprio per incrementare l’uso del condom attraverso lo sviluppo di nuovi profilattici che possano diventare qualcosa di desiderato o attraverso un nuovo design che renda più facile il loro uso corretto. Alla fine del 2013 la Fondazione ha dato 11 finanziamenti da 100mila dollari a ditte che hanno presentato progetti “innovativi”, come un condom rivestito di nanoparticelle che lo rendono molto resistente nonostante sia sottile, o un condom che a contatto col corpo modifica la forma per essere più aderente, o ancora condom fatti con il grafene, un materiale molto elastico e che conduce il calore.

*Direttore dipartimento di epidemiologia, Istituto Nazionale per le Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani Roma.

 

FONTE: l’unità.it

 

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