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In piccole dosi, la cannabis e’ un antidepressivo

di Luca Negri
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In piccole dosi, la cannabis e' un antidepressivoUna sostanza sintetica, simile al THC della cannabis, assunta in piccole dosi potrebbe essere un efficace antidepressivo, ma con dosi massicce potrebbe produrre l’effetto contrario e accentuare nei malati i sintomi. E’ noto in medicina che la scarsita’ di serotonina conduce alla depressione, e sono disponibili sul mercato alcuni medicinali (Prozac e Celexa) che cercano di aumentarne la concentrazione nel cervello.

Quest’ultima ricerca rivela che anche la cannabis aumenta la serotonina, ma in piccole dosi.
A cavie di laboratorio sono state iniettate dosi di cannabinoidisintetici (WIN55,212-2) e sono state sottoposte a tests specifici. Iricercatori hanno verificato l’efficacia dei cannbinoidi dato l’aumentodi attivita’ dei neuroni produttori di serotonina.
“Ma un aumento nelle dosi ha rovinato i positivi effetti raggiunti”, ha dichiarato la dottoressa Gabriella Gobbi della McGill University. “Piccole dosi sono un potente antidepressivo,ma aumentandole si e’ visto diminuire la serotonina nel cervello delle cavie. Abbiamo dimostrato un doppio effetto: con un basso dosaggio si aumenta la serotonina, ma con un aumento si procura l’effetto contrario”.
La Gobbi, e il gruppo dei ricercatori dell’universita’canadese che stanno studiando le potenzialita’ della cannabis come antidepressivo, ha aggiunto: “Come psichiatra ho notato che diversi pazienti, depressi, nel passato avevano fumato la cannabis. Da articoli scientifici sappiamo che malati di sclerosi multipla e aids fumatori di cannabis a scopo terapeutico sono soggetti a sbalzi di umore, ma non c’erano studi specifici che dimostrassero la funzione antidepressiva della cannabis”.
La ricerca e’ pubblicata sul “Journal of Neuroscience” ed e’ stata condotta dalla dottoressa Gabriella Gobbi,della McGill University, e dal Centro di ricerche Fernard Seguindell’Ospedale Louis-H Lafontaine, dall’universita’ di Montreal, daidottorandi Francis Bambico e Noam Katz, e dal dottor Guy Debonnel del dipartimento di psichiatria della McGill.

Fonte: droghe.aduc.it/

 

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