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Insufficienza epatica acuta. Placenta decellularizzata supporta crescita nuovo tessuto

di Luca Negri
L'epatite cronica

Insufficienza epatica acuta. Placenta decellularizzata supporta crescita nuovo tessuto

(Reuters Health) – La placenta umana decellularizzata permetterebbe di supportare la crescita di nuovo tessuto epatico. L’esperimento, condotto su un modello animale di insufficienza epatica acuta da un team di scienziati, guidati da Sanjeev Gupta, dell’Albert Einstein College of Medicine di New York, e da Zurab Kakabadze, della Tbilisi State Medical University, in Georgia, è pubblicato su Hepatology.

La placenta umana contiene reti di vasi per lo scambio di sangue venoso/arterioso.

Inoltre, presenta ampi spazi per il trapianto di cellule o tessuti, e anche componenti della matrice extracellulare che contengono fattori benefici associati a diverse tipologie di cellule. Le strutture vascolari della placenta sarebbero rimaste intatte e lo stroma sarebbe stato ben conservato anche dopo liofilizzazione e crioconservazione per mesi.

I ricercatori, dopo la decellularizzazione, hanno iniettato nella placenta umana il tessuto epatico prelevato da un’epatectomia parziale di una pecora. Il tessuto epatico iniettato nella placenta avrebbe, poi, mantenuto una struttura adeguata e sarebbe rimasto sano dopo tre giorni di perfusione in vitro. Inoltre, la placenta ‘epatizzata’ avrebbe mostrato evidenze di trasporto epatico e funzioni di sintesi e di perfusione dell’innesto.

Dopo il trapianto di placenta epatizzata sulla pecora, entro 60 minuti dall’intervento di epatectomia, è stato osservato un corretta corretta ripresa dii diverse funzioni del fegato senza eccessiva distensione o rottura. Successivamente, i ricercatori hanno valutato gli innesti da uno a 45 giorni dopo il trapianto, evidenziando un buon collegamento tra vasi placentari e femorali, mentre gli esami istologici avrebbero confermato la formazione di fogli epatici con epatociti contenenti sangue e altre cellule.

Inoltre, ci sarebbe stata evidenza di comunicazione cellula-cellula, così come di conservazione di glicogeno e produzione di albumina.

Infine, dopo 20 giorni, gli innesti sarebbero aumentati di peso, raggiungendo, in media, i 193 grammi dai 163 di partenza. E cinque dei sette animali trapiantati con la placenta ‘epatizzata’ sarebbero sopravvissuti contro nessuno degli animali che non avevano ricevuto alcun trattamento.

“Questo approccio è essenzialmente pronto per procedere alla sperimentazione sull’uomo – affermano Gupta e Kakabadze. Secondo i due esperti, “la preparazione in anticipo dell’innesto e l’organizzazione della fornitura di organi potrebbero risultare utili”, mentre l’utilizzo di tessuto da donatori non corrispondenti “richiederà una immunosoppressione simile a quella per il trapianto di organi allogenici”.

E mentre Biman Mandal, dell’Indian Institute of Technology Guwahati, invita a condurre più studi per valutare la rigenerazione di altri organi o tessuti non funzionanti. T. K. Maiti, dell’Indian Institute of Technology Kharagpur, in India, è sicuro che “questo studio aprirà nuove strade per l’utilizzo della placenta umana all’ingegneria tissutale. Anche se non è stata fatta un’approfondita valutazione della funzionalità degli epatociti a lungo termine”.

Inoltre, Maiti ha evidenziato anche gli aspetti etici di ottenere campioni di placenta, limite che potrebbe essere risolto “prendendo la placenta da altri mammiferi”, ha concluso l’esperto.

Fonte: Hepatology
di Will Boggs

(Versione italiana Quotidiano Sanità/ Popular Science)

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