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Da Fuoriluogo.it: La cannabis che cura – Febbraio 2021

di Luca Negri
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Numero 36 – La cannabis che cura – Febbraio 202
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A cura di Francesco Crestani
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La cannabis non causa diabete

Cannabis che cura: Scienziati tedeschi hanno voluto determinare se l’uso di cannabis possa avere un impatto sullo sviluppo del diabete di tipo 2, ovvero quello che di solito si evidenzia in età adulta. Lo studio è stato condotto sui dati relativi a 180.000 persone e a 74.000 pazienti diabetici, e non ha portato a prove che la canapa abbia un ruolo causale nello sviluppo del disturbo. https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/adb.13020

Non dimostrati rischi cardiovascolari

La rivista medica Cureus ha pubblicato uno studio effettuato su circa 57.000 persone riguardante la relazione sull’uso di cannabis e la  possibile diagnosi di malattie cardiovascolari. In passato vari studi concludevano che l’uso della pianta potrebbe avere un impatto sulla salute cardiovascolare, ma già una revisione sistematica (Ravi et al. 2018) aveva concluso che non vi erano dati sufficienti per trarre conclusioni riguardanti l’uso di cannabis ed effetti negativi cardiovascolari a lungo termine.

I ricercatori oggi hanno trovato che,  “dopo aver controllato per diverse variabili confondenti, c’era una diminuzione nella prevalenza di eventi cardiovascolari con l’uso di marijuana”. Essi concludono che: “Il nostro studio ha rilevato che non vi è alcun legame con l’uso di marijuana e un aumento delle malattie cardiovascolari.

Inoltre, potrebbe esserci un legame tra l’uso di marijuana e un ridotto rischio di malattie cardiovascolari, ma i dati non erano statisticamente significativi quando si aggiustavano le variabili confondenti. Questo studio, tuttavia, implica la necessità di studi futuri con altri metodi e / o campioni di dimensioni maggiori per fornire maggiori informazioni su questa potenziale associazione “. https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/33409101/

Migliorano i sintomi della colite ulcerosa

Cannabis che cura: L’uso di cannabis è associato a miglioramenti clinici nella colite ulcerosa, secondo uno studio controllato randomizzato in doppio cieco svolto in Israele e pubblicato su Plos One.  I pazienti (32) ricevevano per otto settimane due sigarette contenenti mezzo grammo di fiori secchi con 80 mg di THC o placebo. Alla fine del periodo si aveva remissione clinica e miglioramento della qualità della vita. Alla domanda sull’effetto del trattamento su sintomi specifici, i pazienti nel gruppo di cannabis riportavano un miglioramento della loro salute generale, dell’appetito, della libido, della concentrazione e riduzione del dolore.

Il gruppo placebo non riferiva cambiamenti simili. La soddisfazione generale per il trattamento era alta nel gruppo trattato con cannabis. È interessante notare che il miglioramento è stato notato entro una settimana. Al contempo, però, non vi era miglioramento nelle endoscopie e nei marker laboratoristici di infiammazione. https://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0246871

Distrofia miotonica

In Canada sono state fatte interviste telefoniche a 72 pazienti con distrofia miotonica tipo 1. Ne è risultato che il 22% dei partecipanti allo studio usava cannabis, e la maggioranza di questi (il 56.9%) la usava per alleviare i sintomi. I maschi avevano il doppio della possibilità di usarla rispetto alle femmine. https://www.nmd-journal.com/article/S0960-8966(21)00004-3/fulltext

Uso della cannabis medica negli Stati Uniti: studio retrospettivo

L’indagine è stata svolta sui registri di 33 centri di prescrizione di cannabis medica negli USA, con i dati registrati dal 18 novembre 2018 al 18 marzo 2020. Si è avuto un totale di 61.379 pazienti. L’età media era di 45,5 anni, il 54,8% era di sesso maschile. La maggioranza utilizzava cannabis prima di avere anche la prescrizione. Le prime tre indicazioni erano il dolore cronico, l’ansia e il disordine da stress post-traumatico. Il numero medio di comorbidità era di 2,7, e tra queste l’ansia era la più frequente. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC7819290/

Sclerosi multipla: un’esperienza danese

In questo studio prospettico osservazionale svolto in Daminarca 28 pazienti con Sclerosi Multipla sono stati trattati con oli di cannabis terapeutica (prodotti combinati ricchi di THC, ricchi di CBD e THC + CBD) e sono stati seguiti durante un periodo di titolazione di quattro settimane. I pazienti sono stati valutati all’inizio del trattamento (Visita 1) e dopo quattro settimane di trattamento (Visita 2).  

I risultati sono che durante il trattamento con preparati di cannabis contenenti 10-25 mg / mL di THC, gli eventi avversi più comuni sono stati secchezza delle fauci, sonnolenza, vertigini e nausea di grado da lieve a moderato. Due pazienti hanno manifestato sintomi pronunciati rispettivamente con sogni eccessivi e sonnolenza, che hanno portato all’interruzione del trattamento durante la titolazione. Le dosi medie di THC e CBD erano rispettivamente di 4,0 mg e 7,0 mg, somministrate principalmente come dose serale una volta al giorno.

Inoltre, il dolore è diminuito da un punteggio NRS mediano di 7 a 4, (p = 0,01), la spasticità è diminuita da un punteggio NRS mediano di 6 a 2,5 (p = 0,01) e i disturbi del sonno sono diminuiti da un punteggio NRS mediano di 7 a 3 ( p <0,001). Non è stata osservata alcuna riduzione di disabilità, deambulazione, destrezza o velocità di elaborazione.

Gli autori concludono che “il trattamento con oli di cannabis medica è stato sicuro e ben tollerato e ha portato a una riduzione dell’intensità del dolore, della spasticità e dei disturbi del sonno nei pazienti con SM. Ciò suggerisce che gli oli di cannabis medica possono essere utilizzati in modo sicuro, specialmente a dosi relativamente basse e con una titolazione lenta, come alternativa per trattare i sintomi correlati alla SM quando la terapia convenzionale è inadeguata.” https://www.msard-journal.com/article/S2211-0348(20)30782-3/fulltext

La cannabis che cura - Febbraio 2021

USA: più cannabis, meno morti da oppioidi

Negli Stati Uniti, i tassi di mortalità correlata agli oppioidi sono aumentati notevolmente negli ultimi decenni. Diversi studi hanno trovato un’associazione negativa tra i tassi di mortalità correlata agli oppioidi e la cannabis medica e gli eventi di legalizzazione della cannabis ricreativa; altri hanno riscontrato che questa è un’associazione spuria o non significativa.

Questo studio ha esaminato l’associazione tra le attività dei dispensari di cannabis e i tassi di mortalità correlata agli oppioidi a livello di contea, sia per quanto riguarda i dispensari di cannabis medica che ricreativa. Sono stati prese in considerazione 812 contee in 23 stati. Il numero più alto di dispensari di cannabis era associato a tassi ridotti di mortalità correlata agli oppioidi. Questa associazione, che  vale per i conteggi dei dispensari di cannabis medica e ricreativa e sembra particolarmente forte per i decessi associati agli oppioidi sintetici (non metadonici), incluso il fentanil e i suoi analoghi. https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/33504472/

Canada: più cannabis, meno uso di oppiacei (e non solo)

Lo studio ha valutato l’uso di oppiacei, ed inoltre di gabapentin e pregabalin (farmaci usati nel dolore neuropatico) prima e dopo la legalizzazione che si è avuta in quel paese. E’ stata dimostrata una riduzione della richiesta (da una media di 22,3 mg equivalenti di morfina a 4,1, considerando che sono stati studiati i dati riguardanti morfina, codeina, fentanyl, idrocodeone, idromorfone, meperidina, ossicodone e tramadolo), e inoltre risparmio per le spese correlate, da 267.000 dollari canadesi per mese a 95.000. Dimostrato inoltre minor consumo di pregabalin e gabapentin. https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/33491149/

Nessun problema per i trapiantati di fegato

Lo studio di 926 pazienti trapiantati di fegato presso un unico centro per trapianti a Los Angeles non ha dimostrato alcun effetto negativo dell’uso di cannabis. https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/ctr.14215

Uso nel Parkinson: il punto di vista dei pazienti

In Germania si è voluto studiare mediante un questionario la conoscenza generale e l’interesse per la cannabis medica, nonché la frequenza, le modalità, l’efficacia e la tollerabilità della terapia. I questionari sono stati distribuiti a livello nazionale tramite la rivista della Associazione tedesca del  Parkinson e localmente nella clinica di Amburgo. Complessivamente, sono stati analizzati 1.348 questionari (1.123 a livello nazionale, 225 locali). Il 51% dei partecipanti era a conoscenza della legalità dell’applicazione della MC, il 28% delle varie vie di somministrazione e il 9% della differenza tra delta9-tetraidrocannabinolo (Δ9-THC) e cannabidiolo (CBD).

Il consumo di cannabis correlato al Parkinsonè stato segnalato dall’8,4% dei pazienti e associato a un’età più giovane, alvivere in grandi città e a una migliore conoscenza degli aspetti legali e clinici della cannabis medica.

La riduzione del dolore e dei crampi muscolari è stata segnalata da oltre il 40% dei consumatori di cannabis. Rigidità / acinesia, tremore, depressione, ansia e sindrome delle gambe senza riposo sono migliorate soggettivamente per oltre il 20% e la tollerabilità complessiva è stata buona. Il miglioramento dei sintomi è stato segnalato dal 54% degli utenti che applicava CBD per via orale e dal 68% di coloro che inalavano cannabis contenente THC. Rispetto all’assunzione di CBD, l’inalazione di THC è stata segnalata più frequentemente per ridurre l’acinesia e la rigidità (50,0% contro 35,4%; p <0,05). L’interesse per l’utilizzo di MC è stato segnalato dal 65% dei non utenti. https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/33216043/

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Fonte: Fuoriluogo.it

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