Home Congressi la conferenza CROI appena conclusasi a Seattle, tutti i bollettini in italiano

la conferenza CROI appena conclusasi a Seattle, tutti i bollettini in italiano

di Luca Negri
GILEAD ANNUNCIA I DATI DI DUE STUDI CHE SUPPORTANO L’ULTERIORE SVILUPPO DI GS-6207, UN NUOVO INIBITORE SPERIMENTALE DEL CAPSIDE DELL’HIV-1 COME COMPONENTE DELLE FUTURE TERAPIE DELL’HIV A LUNGA DURATA D’AZIONE


Difetti del tubo neurale e inibitori dell’integrasi: si attendono evidenze più solide

Conferenza CROI: I ricercatori non sono ancora in grado di stabilire se l’esposizione agli inibitori dell’integrasi intorno al momento del concepimento e agli inizi della gravidanza aumenti il rischio che il nascituro sviluppi difetti del tubo neurale, stando ai dati presentati questa settimana a CROI 2019.

Quando si verifica un difetto del tubo neurale, la colonna vertebrale, il cervello e/o i relativi organi del feto non si formano nel modo corretto. La causa più frequente è una carenza di acido folico durante la gravidanza, ma possono essere implicati anche alcuni farmaci. Il rischio che si sviluppi un difetto del tubo neurale è massimo al momento del concepimento e nel primo trimestre di gravidanza, quindi è importante poter escludere che i farmaci assunti in questo periodo abbiano effetti nocivi.

Nel 2018, ha destato preoccupazioni il tasso più elevato di difetti del tubo neurale in bambini esposti a dolutegravir intorno al momento del concepimento e nel primo trimestre di gravidanza che è stato osservato nell’ambito dello studio Tsepamo, in Botswana. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha risposto emanando delle indicazioni con cui si raccomandava una contraccezione efficace alle donne che potevano rimanere incinte qualora decidessero di assumere dolutegravir.

Gli studiosi stanno ora cercando di verificare se l’aumentato rischio emerso dallo studio Tsepamo rappresenti un effettivo segnale d’allarme oppure se si tratti solo di un’anomalia circoscritta o un caso fortuito. Dato che il dolutegravir è un inibitore dell’integrasi, sono stati condotti studi anche su un farmaco simile, il raltegravir.

Una serie di ampi studi presentati a CROI 2019 non hanno trovato evidenze di un aumentato rischio di difetti del tubo neurale. Gli autori hanno tuttavia sottolineato i limiti dei sistemi di sorveglianza attuati, auspicando che siano avviati ulteriori studi prospettici sui farmaci antiretrovirali. Entro la fine dell’anno si attendono ulteriori dati dallo studio Tsepamo.

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Virus dell’immunodeficienza eliminato dai tessuti di primati infetti con le ‘forbici molecolari’

Conferenza CROI: Un’équipe di ricercatori della Temple University di Philadelphia, Stati Uniti, è riuscita a rimuovere i geni retrovirali dalle cellule di due primati infettati da SIV, un virus considerato l’analogo dell’HIV nelle scimmie. Nello studio, presentato a CROI 2019, è stato impiegato un enzima che funziona come un paio di “forbici molecolari’ (CRISPR/Cas9), contenuto nell’involucro di un diffuso virus del raffreddore, con cui si è riusciti ad eliminare i geni dell’SIV dalla maggioranza – e forse dalla totalità – delle cellule di ogni parte dell’organismo dei primati in cui sono state eseguite misurazioni dei livelli virali.

Dato che gli animali coinvolti nella sperimentazione sono stati eutanizzati dopo l’intervento per poter effettuare la biopsia di tutti i loro tessuti, non si può dire che questo risultato equivalga ad aver curato l’infezione da SIV. Resta però che si sono ottenuti risultati straordinariamente esaustivi, senza contare che ogni tentativo di far riprodurre l’SIV in coltura dalle cellule immunitarie ematiche dei primati trattati non ha prodotto virus. Il prossimo passo sarà ripetere la procedura su primati SIV-positivi trattati con antiretrovirali e interrompere il trattamento per vedere se l’SIV ricompare.

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Inibitori dell’integrasi associati a maggiore aumento di peso

Conferenza CROI: Questa settimana a CROI sono state presentate anche ulteriori evidenze che l’assunzione di un regime farmacologico con inibitori dell’integrasi HIV è associata a un aumento di peso corporeo, e che chi inizia un trattamento con un inibitore dell’integrasi aumenta maggiormente di peso rispetto a chi assume farmaci di altre classi.

L’aumento di peso associato all’assunzione degli inibitori dell’integrasi è stato segnalato per la prima volta verso la fine del 2018 e da allora è stato studiato da altri team di ricercatori in un ventaglio più ampio di gruppi di pazienti.

La North American AIDS Cohort Collaboration ha rilevato che, in un campione di individui che iniziavano per la prima volta ad assumere la terapia antiretrovirale, il trattamento con inibitori dell’integrasi risultava associato a un aumento di peso maggiore rispetto ai regimi con inibitori non nucleosidici della trascrittasi inversa (NNRTI). L’analisi ha preso in considerazione 24.001 persone che hanno iniziato le terapie tra il 2007 e il 2015: dopo cinque anni in trattamento, chi assumeva inibitori dell’integrasi pesava 6 chili in più (valore mediano), contro i 4,3 chili di chi assumeva un NNRTI.

Anche due altri studi più piccoli hanno trovato un’associazione tra inibitori dell’integrasi e aumento di peso, mentre un terzo non ha riscontrato alcuna associazione.

L’aumento di peso è una diretta conseguenza dell’assunzione di antiretrovirali o piuttosto il risultato di un ambiente che incoraggia ad alimentarsi in modo poco sano e a fare una vita sedentaria? Moderando una discussione sull’argomento, Jane O’Halloran della Washington University di St Louis ha fatto presente che fino alla metà degli adulti che iniziano una terapia antiretrovirale negli Stati Uniti potrebbero essere già obesi. L’aumento di peso dopo l’inizio del trattamento potrebbe inoltre interessare individui la cui alimentazione e il cui stile di vita già li predispongono ad aumentare ulteriormente di peso.

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  • Mercoledì 13 marzo 2019 (HTML | PDF)
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