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La galera è una livella

di Luca Negri
Poloblog

La galera è una livellaPremetto che tutto quello che affermerò da questa volta in poi è visto e vissuto in prima persona dal sottoscritto in 18 anni di galera  di cui 12 continuativi, quindi me ne assumo tutte le responsabilità, anche se scrivo non per fare polemiche, ma piuttosto per trovare collaborazione affinchè si possano migliorare le cose.

All’interno degli istituti penitenziari Italiani, la gestione dei pazienti hiv+  avviene in maniera diversa in termini di tutela della privacy e cura vera e propria, entrambi temi che affronto e vi illustro in più articoli di cui questo è il primo.

In un ambiente promiscuo come il carcere è difficilissimo, se non impossibile, avere un solo attimo di privacy  nella cella, anche quando sei in isolamento perché in quel caso è un agente che staziona davanti alla cella e vigila sulla tua giornata.
Accade anche che  negli angusti locali che ospitano le infermerie si abbia lo stesso effetto di totale mancanza di privacy,  soprattutto nelle carceri vecchie perché in quelle nuove si è provveduto a creare spazi medici degni di tale nome.
Partiamo dalla somministrazione dei farmaci che avviene ad orari standard, nelle infermerie e generalmente nelle prime ore del mattino, verso le 09.00, ma qui già incappiamo in un grosso problema che è la presa di terapia più volte al giorno, caso che tocca la stragrande maggioranza di persone Hiv/Aids.
In libertà ognuno si gestisce i propri flaconi giustamente, ma in carcere no, perché per ovvi motivi di sicurezza non si possono dare farmaci, di nessun genere, neppure salvavita, se non per una dose soltanto.
E allora cosa succede?
Succede che la prima e unica somministrazione controllata ad orario sicuro diviene quella del mattino, quando si va in infermeria, ma poi ogni giorno diventa una vera e propria odissea per chi intende aderire alla terapia in maniera corretta e vi spiego perché.
Per le altre prese giornaliere tutto è lasciato alla disponibilità dell’infermiere/a di turno, alla disponibilità oraria dell’apertura di un pronto soccorso interno, dove esiste chiaramente, alla esigenze interne di circolazione delle persone detenute che fa si che un agente a volte non possa neppure aprirti la cella e intanto il tuo orario di presa va a farsi benedire.
Nel 90% degli istituti non esiste una somministrazione programmata di antiretrovirali più volte al giorno, cose che per fortuna accade per i diabetici insulinici, quindi mi chiedo dove stia il problema a fare altrettanto per i pazienti detenuti Hiv/Aids.
Basterebbe consegnare al paziente la sua “razione di farmaci giornaliera al mattino” e lasciarne a lui la gestione.
Alcuni addetti ai lavori penitenziari rispondono che in alcune perquisizioni nelle celle, che avvengono sistematicamente ogni settimana, sono stati rinvenuti scorte di farmaci.
Certo questo è possibile, è avvenuto, e probabilmente avverrà ancora purtroppo,  (il fai da te, dovuto alla paranoia di rimanere senza, è fisiologico, specie in un’ambiente difficile). Ma questo non può e non deve penalizzare, chi intende curarsi in maniera ottimale ed efficace, come impongono cura e medici. Secondo molti di noi, ci vorrebbe almeno la presenza di un infermiere per garantire, efficacia, monitoraggio e risultati, sotto ogni profilo.  Certo l’infermiere si può sempre ‘fregare’ in mille modi, ma aderire alla cura salva la nostra vita, non la loro. Purtroppo questo atteggiamento è diffuso tutt’ora.
Pensate alla privacy con i compagni di cella…
Poche righe per questa volta.
Tornerò sulla problematica di somministrazione della terapia, la prossima volta.

Vi lascio con una riflessione: Come si può aderire ad una terapia antiretrovirale se non è garantita una corretta somministrazione?

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