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La libertà ritrovata dei migranti omosessuali

di Luca Negri
Omotransfobia: legge regionale subito, via gli emendamenti

La libertà ritrovata dei migranti omosessuali
Igiaba Scego è una scrittrice di origine somala. È nata nel 1974 a Roma, dove vive.
Un mese fa ho invitato due amiche per cena. Volevo preparare il riso somalo ma mi sono accorta che non avevo la bamia, una verdura a forma di zucchina molto usata nella cucina del Corno d’Africa.

Per fortuna a Tor Pignattara, il quartiere di Roma dove vivo, la bamia si trova facilmente.Scendo dal fruttivendolo bangladese all’angolo, ma arrivata lì mi scordo della bamia. Nel negozio è in corso una discussione dai toni pacati ma con messaggi a dir poco infuocati. Un cliente del Bangladesh sta dicendo a una ragazza bionda sui vent’anni che non esistono gay e lesbiche nel suo paese. La ragazza, dubbiosa, gli chiede: “Ma vivono nascosti?”. E l’uomo: “No, non esistono proprio. Al massimo lo è qualche ricco corrotto. Da noi un bambino non può diventare omosessuale: è contro natura. Nel nostro paese nessuno va contro natura”.

Le parole di quell’uomo le ho già sentite molte volte, spesso pronunciate da uomini e donne somali. “No, da noi non esistono proprio”. Una volta su Hiiraan.com – uno dei portali più cliccati della diaspora somala – è apparso l’annuncio di un sito gay, chiamato Bulshada Khaniisiinta Soomaaliyeed (sito della comunità gay e lesbica somala in Gran Bretagna). Il link è stato cancellato a furor di popolo. Per mesi Hiiraan.com è stato criticato per aver ospitato “gli invertiti, i senza dio, i senza vergogna”. I più maliziosi, invece, dicevano: “Nessun somalo è veramente gay. Avranno aperto quel sito per spillare quattrini al welfare britannico”.

Ebbrezza e pregiudizi
Quindi, le parole dell’uomo del Bangladesh non mi erano nuove. E mi hanno fatto riflettere sulla condizione di “discriminazione multipla” dei migranti omosessuali che vivono in Italia e in Europa. Giorgio Dell’Amico si occupa da anni di discriminazioni multiple per conto dell’Arcigay.
Insieme a Miles Gualdi ha curato un volumetto dal titolo Io. Immigrazione e omosessualità. Tracce per operatrici e operatori, che è stato presentato a luglio al meeting internazionale antirazzista di Cecina.
(disponibile in 5 lingue sul sito Arcigay)

“Non dobbiamo presupporre che tutti i migranti siano etero”, ha detto Dell’Amico. Quello tra i migranti omosessuali e l’Italia è un rapporto particolare. Da una parte, molti stranieri gay possono esprimere liberamente la loro sessualità. Vivono in uno stato di ebbrezza, di libertà ritrovata. Arrivati qui, molti fanno coming out, anche se tornano a far finta di nulla quando frequentano i connazionali. Altri fanno una doppia vita: si fingono eterosessuali con i connazionali e omosessuali solo negli ambienti dove sanno di essere accettati.
C’è anche chi fa scelte radicali.

“Ho cancellato tutti gli albanesi dalla mia vita”, dice uno degli intervistati per il libro di Dell’Amico e Gualdi. Tagliano i ponti e cominciano una vita nuova, anche se l’Italia è considerata uno dei paesi più chiusi e omofobi in occidente. Ancora pochi fanno coming out nelle comunità di origine. Tra questi, molti sono figli di migranti.

In Italia ci sono anche pregiudizi da affrontare. Alcuni italiani, per esempio, credono alla leggenda metropolitana secondo cui il gay migrante è la causa principale del contagio da hiv (quando invece, dati alla mano, scopri che spesso la malattia è contratta in occidente).
Anche trovare un partner a volte diventa difficile. “Non sei il mio tipo perché sei extracomunitario” e, a quel punto, molti uomini dell’est si fingono americani.

La legge è un altro ostacolo: adeguandosi alla Bossi-Fini, molti ragazzi vengono assunti dai compagni come badanti. In Italia è difficile anche trovare protezione internazionale se si proviene da un paese che perseguita gli omosessuali. Servono delle prove, ma sono difficili da raccogliere.

Quella sera ho portato le mie amiche al ristorante, mi era passata la voglia di cucinare.

Igiaba Scego

 

Fonte: internazionale.it

 

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