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L’HIV è ancora tra noi, ma i ragazzi non lo sanno

di sert_budrio
Pubblicato: Ultimo aggiornamento il

Gli adolescenti temono il pancione, non le malattie sessuali. Se ne conoscono una, è tanto. E l’HIV?

Fuori moda. Riconosciuta negli anni Ottanta, cresciuta nei Novanta, decaduta nei Duemila. L’incubo della malattia tabù non esiste più tra i giovani. Immobilizzato il virus nel ’96, è crollato il numero dei decessi. Quello dei contagi spiazza invece i ragazzi, ignari di troppe cose.

Il Dipartimento di Malattie Infettive del S. Matteo di Pavia, in collaborazione con la Provincia pavese, forma, informa e discute da tre anni di questi temi con centinaia di studenti nelle scuole superiori. «Un programma educazionale – spiega Loredana Pavesi, infermiera-counselor tra i responsabili del progetto – per portare i ragazzi ad una vita sessuale consapevole, responsabile e sana».

Su 550 studenti, il 72% teme una gravidanza indesiderata. Solo il 50% è preoccupato di acquisire una malattia sessualmente trasmissibile (MST), il 36% ne sa indicare una e meno del 20% più di una. «I ragazzi vivono nel senso dell’onnipotenza – sostiene Pavesi – l’adolescenza è un mondo bellissimo e pericoloso».

Nella sola provincia di Pavia ogni anno vengono diagnosticati 40 nuovi casi di HIV: il 25% dei quali in soggetti di età compresa tra i 17 e i 25 anni. Ma i ragazzi non lo immaginano neppure. Retaggio di stereotipi anni Ottanta: ancora oggi l’HIV è (solo) la malattia del tossico. «Se non mi drogo, non mi viene»: così si considerano immuni, ci spiega Pavesi. E come si prende una MST?

Tra i banchi i ragazzi ridono e con aria spavalda rispondono «facendo sesso». Non ne hanno idea. In un recente articolo apparso sul Fatto Quotidiano emerge un quadro poco edulcorato del sesso tra le quattordicenni, in cui spicca un’amichevole consuetudine ai rapporti orali. «Quando gli dico che le malattie si trasmettono anche per quella via, iniziano a preoccuparsi», racconta Pavesi.

Informazione insufficiente, stereotipi e abitudini sbagliate. L’attenzione sull’HIV è calata in modo proporzionale ai progressi della ricerca. Di pochi giorni fa la notizia di una seconda bambina curata dal virus, dopo il primo caso annunciato nel 2013, e l’annuncio di una nuova probabile terapia, premiata dal successo dopo la prima fase di sperimentazione clinica.

Nell’epoca in cui ai social si addebita la responsabilità di tristi accadimenti tra i giovani, il progresso arriva anche da post e ciguettii. Un team di ricercatori dell’UCLA ha scoperto che con Twitter si possono monitorare le epidemie di HIV e i comportamenti a rischio, potenziando gli sforzi di rilevamento e prevenzione. I risultati positivi dei programmi educativi nelle scuole, e i 35 milioni di uomini e donne contagiati oggi nel mondo, ne mostrano utilità e urgenza.


FONTE: corriere.it

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