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Medicina dietro le sbarre: molti anziani, disabili e malati

di Luca Negri
case studies dal ECDC

“Molti dicono che in carcere si stava meglio prima. Ma il passaggio della medicina penitenziaria al sistema sanitario nazionale ha scoperchiato tante situazioni che prima restavano chiuse negli istituti”.

Secondo Fabio Gui, segretario generale del Forum per il diritto alla salute delle persone private della liberta’ personale e operatore dell’ufficio del Garante per i diritti dei detenuti della regione Lazio, dire “si stava meglio prima” e’ “un discorso rischioso”.

Medicina dietro le sbarre: molti anziani, disabili e malati

In carcere Si faceva abuso di psicofarmaci- spiega-, mancava la presa in carico della persona, non c’era continuita’ terapeutica e si verificavano troppi episodi di sfollamento, ovvero spostamenti da una struttura all’altra”. Questo vuol dire che un percorso sanitario iniziato in un carcere puo’ essere bruscamente interrotto per via del trasferimento in un altro istituto determinato dall’eccessivo sovraffollamento, dal superamento del primo grado di giudizio o semplicemente da “ragioni di opportunita’”.

“Per esempio- prosegue Gui- accade che i risultati di un test sull’Hiv non possano essere recapitati al detenuto perche’ nel momento in cui sono pronti questo e’ stato ormai spostato in un altro carcere. Oppure c’e’ il caso del malato di Aids che assume farmaci anti-retrovirali, che viene trasferito senza scorta di medicinali e per poter riprendere la terapia deve attendere la presa in carico e la prescrizione da parte del medico della nuova struttura. E sono proprio le persone piu’ fragili e piu’ problematiche ad essere spostate per ragioni di sicurezza e di opportunita’”.

Vi e’ poi il problema di quel che avviene al momento delle dimissioni.

“Fino a oggi l’amministrazione, una volta terminata la pena, abbandonava il detenuto al proprio destino. Ora la riforma prevede la presa in carico della persona da parte del territorio”. Ma cio’ richiede un investimento economico sostanzioso, e i soldi destinati al carcere sono sempre stati e restano pochi. “Perfino quegli oltre 150 milioni annui stanziati dal governo e mai arrivati alle regioni sono troppo pochi- precisa il segretario-. Il Forum l’ha detto a chiare lettere: se ci fossero sarebbe meglio, ma comunque non bastano. Bisogna investire di piu’, perche’ quando il detenuto esce dal carcere, quella domanda di salute negata torna indietro come un boomerang”.

Un’altra questione aperta e’ quella degli anziani, sempre piu’ presenti tra la popolazione carceraria.

“L’eta’ porta con se’ una domanda di salute particolare, che va dall’alimentazione alla deambulazione fino al superamento delle barriere architettoniche- spiega Gui-. E in un discorso di presa in carico e’ giocoforza inserire anche questa parte della popolazione carceraria in un disegno piu’ ampio: nel territorio esiste una zona che si chiama carcere e all’interno di questa zona esistono situazioni sanitarie critiche”. Ogni istituto, infatti, ospita un certo numero di detenuti disabili, anziani o affetti da problemi psichiatrici.

“E allora la riforma puo’ essere l’occasione non solo per una presa in carico delle persone, ma anche per portare avanti un discorso di omogeneita’, che e’ fondamentale- conclude Gui-. Perche’ in carcere non si verifica soltanto la perdita del diritto alla salute, ma anche quella dei diritti civili“.

Nelle prigioni italiane c’e’ di tutto: dagli internati che restano anche venti anni negli Ospedali psichiatrici giudiziari per via di una misura amministrativa a coloro che escono dal carcere senza neppure la residenza amministrativa. “Si tratta di diritti che qualunque cosa una persona abbia commesso non possono essere messi in discussione. Sono argomenti sui quali bisogna cominciare a riflettere”.(Dires – Redattore Sociale)

Fonte: dire.it

 

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