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Nuovi farmaci contro l’epatite C e coinfezione

di Luca Negri
problemi cardiaci e renali nelle persone che vivono con l'HIV

I risultati di una serie di studi presentati alla Conferenza sembrano indicare che i nuovi antivirali DAA (ad azione diretta) rivoluzioneranno il trattamento del virus dell’epatite C (HCV) nei pazienti con coinfezione HIV/epatite C.

Le patologie epatiche causate dall’HCV rappresentano una causa di morte molto frequente nei pazienti coinfetti. Al momento, il
trattamento standard dell’epatite C consiste in una duplice terapia a base di interferone pegilato e ribavirina. Per “cura dell’epatite C” si intende generalmente il raggiungimento di una risposta virologica sostenuta (indicata con la sigla inglese SVR), ossia una persistente negativizzazione dell’HCV dopo il termine della terapia.
Si tratta però di un trattamento che può dare pesanti effetti collaterali e che non sempre ha esito positivo.

farmaciLa risposta al trattamento migliora con l’aggiunta di un inibitore della proteasi dell’HCV. Attualmente sono disponibili due farmaci di questa classe: il telaprevir (Incivo, Incivek) e il boceprevir (Victrelis). Entrambi sono però associati a una serie di pesantissimi effetti collaterali, senza contare che il regime è complesso e che possono esserci interazioni con svariati farmaci anti-HIV.

Si sta però mettendo a punto tutta una serie di farmaci antivirali ad azione diretta (DAA), più sicuri ed efficaci, tra cui l’inibitore della proteasi simeprevir. I risultati di alcuni studi presentati alla Conferenza ne confermano l’efficacia nei trattamenti combinati con interferone pegilato e ribavirina, sia in pazienti che intraprendono per la prima volta la terapia anti-HCV sia in soggetti che non avevano risposto a trattamenti precedenti.

Del virus dell’HCV esistono diversi tipi, che rispondono diversamente al trattamento. I genotipi 1 e 4 sono solitamente i più difficili da trattare. In uno studio condotto su pazienti con coinfezione da HIV e HCV genotipo 1 è stata osservata una risposta virologica persistente a 12 settimane dalla conclusione della terapia nel 79% dei pazienti naïve al trattamento e nel 57% di quelli con già alle spalle un fallimento terapeutico (detti ‘null responders’).
Il farmaco è risultato sicuro e ben tollerato. Gli effetti collaterali più frequenti sono stati spossatezza, emicranie, nausea, eruzioni cutanee, prurito e alcune anomalie ematiche.

Da uno studio separato è emerso che le combinazioni farmacologiche con simeprevir risulterebbero efficaci anche in pazienti con monoinfezione da HCV genotipo 4. A quattro settimane dal completamento della terapia, si è osservata una risposta virologica nel 90% dei pazienti che assumevano il trattamento per la prima volta e nel 67% di quelli che avevano invece sperimentato una recidiva – ossia che inizialmente avevano risposto al trattamento, ma una volta smesso di assumere i farmaci erano tornati ad avere una carica virale HCV rilevabile (i cosiddetti ‘prior relapsers’).

Anche l’inibitore della proteasi dell’HCV faldaprevir è stato associato a buoni tassi di risposta precoce al trattamento.
In uno studio condotto su un totale di 308 pazienti con coinfezione da HIV/HCV, i partecipanti hanno assunto il faldaprevir in combinazione con l’interferone pegilato e la ribavirina. A ognuno è stato somministrato faldaprevir in uno di tre dosaggi che lo studio si proponeva di valutare, per un periodo di 12 o 24 settimane. Circa un quinto dei partecipanti erano reduci da un ciclo di trattamento dell’HCV fallito.

A quattro settimane dalla conclusione della terapia si è osservata una risposta al trattamento nel 74% dei partecipanti. Il tasso di risposta più elevato (84%) si è avuto nei pazienti trattati con il dosaggio più alto di faldaprevir per 24 settimane.

FONTE: aidsmap.com

 

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