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Per l’insegnante sieropositivo la privacy è sacra

di Luca Negri
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Per l’insegnante sieropositivo la privacy è sacra

In Italia, non si possono divulgare informazioni relativamente alla sieropositività di un lavoratore, neanche nel caso in cui servano per fargli ottenere la pensione di inabilità.

Per l’insegnante sieropositivo la privacy è sacraA dirlo è la Corte di Cassazione che ha giudicato illecito il comportamento sia dell’ente ospedaliero che del Circolo didattico dove prestava servizio la docente, per aver entrambi trasmesso i suoi dati personali circa il suo stato di salute, compreso quello relativo all’infezione da Hiv. I Supremi Giudici hanno fatto presente che una tale violazione della privacy non può essere giustificata in nessun caso. Anche perché la documentazione poteva essere trasmessa in modo parziale, contenendo solo la parte relativa alla valutazione medico-legale circa l’inidoneità all’impiego.

Fonte: .west-info.eu

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CORTE DI CASSAZIONE
Sentenza 29 maggio 2015, n. 11223
Ragioni in fatto e in diritto della decisione

 

1. -ML ha proposto reclamo al Garante della Protezione dei dati personali lamentando la detenzioneda  parte  del  3°  Circolo  didattico  di  Grosseto,  presso  cui  era  in  servizio  come  insegnante,  di  copia integrale  del  verbale  relativo  all’accertamento  sanitario  effet tuato  dalla  Commissione  medica  di verifica  di  Grosseto,  in  relazione  alla  richiesta  dell’interessata  volta  ad  ottenere  la  pensione  di
inabilità; documento contenente, oltre alla  valutazione  medico legale circa  l’inidoneità all’impiego, altri  suoi  dati  personali  relativi  alla  diagnosi,  agli  esami  obiettivi  e  agli  accertamenti  clinici  e strumentali  effettuati,  nonché  informazioni  anamnestiche,  tra  cui  quella  relativa  all’infezione  da Hiv, contratta dalla reclamante stessa nel 1987.

Per quanto ancora interessa,  il Garante, con provvedimento del 24.9.2009, ha evidenziato che  il 3° Circolo  didattico,  in  ottemperanza  al  quadro  normativo  vigente,  stante  l’inutilizzabilità  dei  dati sensibili  dell’interessata  contenuti  nella  documentazione  trasmessagli  dall’organo  di accertamento sanitario, avrebbe dovuto astenersi da ogni ulteriore operazione di trattamento dei dati in questione, ad  eccezione  dell’informazione  relativa  alla  valutazione  medico-legale  effettuata,  adottando  ogni misura  idonea  a  limitarne  rigorosamente  la  conoscibilità,  senza  pregiudicare  la  prosecuzione  del procedimento    nel    quale    era    legittimamente    coinvolto,    essendo    destinatario    dell’istanza dell’interessata volta ad ottenere  la pensione di  inabilità (art. 11, comma 1,  lett. a) e 11, comma 2,
del  Codice).

Per  contro  il  3°  Circolo  didattico  aveva invece inviato  il  verbale,  nella  sua  versione integrale,  al  4°  Circolo  individuato  successivamente  quale  istituzione  scolastica  competente  ad adottare il provvedimento conseguente all’accertata inabilità al lavoro della M. Ha pertanto, ritenuto che  la  comunicazione  al  4°  Circolo  didattico  delle  informazioni  sulla  salute  dell’interessata contenute nella versione integrale del verbale di visita collegiale configurava un trattamento illecito di dati, dal  momento che il 3°  Circolo, avrebbe potuto conseguire ugualmente  la prosecuzione delprocedimento  trasmettendo  una  copia  parziale  della  documentazione  pervenutagli  da  cui
fosse omessa  la visibilità di dati sanitari riferiti all’interessata ultronei rispetto a quello dell’accertata inabilità al lavoro e riguardanti la diagnosi accertata, gli esami obiettivi e gli accertamenti clinici e strumentali  effettuati,  nonché  l’anamnesi  da  cui  emerge  anche  l’informazione  relativa  all’Hiv,  in maniera  tale  da  rendere  nota  all’istituzione  scolastica  competente  ad  emettere  il  provvedimento
finale  soltanto  l’informazione  relativa  al  giudizio  medico-legale  di  inidoneità  all’impiego  (art.  11, comma 2, del Codice; punto 8.4 delle Linee guida).

Adito  con  ricorso  proposto  ai  sensi  dell’art.
152  d.lgs.  n.  196/2003  da  MLA  in  proprio  e  quale dirigente  del  3°  Circolo,  il  Tribunale  di  Grosseto,  con  sentenza  depositata  in  data  11.11.2010,  ha annullato  il  provvedimento  del  Garante  nella  parte  in  cui  aveva  ritenuto  illecito  il  trattamento  dei
dati sensibili da parte del 3° Circolo (in tal senso modificando il dispositivo letto in udienza di totale
annullamento del provvedimento).
In  sintesi,  secondo  il  giudice  del  merito  la  mera  trasmissione  del  documento  in  maniera  riservata
non aveva integrato il comportamento di trattamento dei dati sensibili.

1.1.  Contro  la  sentenza  del  tribunale  ML  proposto  ricorso  per  cassazione  affidato  a  tre  motivi.
Resiste con controricorso mentre non ha svolto difese il Garante per la protezione dei dati personali.

2.1.  Con
il  primo  motivo  la  ricorrente  denuncia  violazione  e  falsa  applicazione  dell’art.  4  d.lgs.  n.169/2003 (n.d.r.) art. 4 d.lgs. n. 196/2003) lamentando che il tribunale non abbia ritenuto sussistente l’ipotesi  di  trattamento  di  dati  sensibili  nella  trasmissione  integrale  del  documento  contenente riferimenti alla patologia da HIV di essa ricorrente.

2.2.  Con  il  secondo  motivo  la  ricorrente  denuncia  violazione  e  falsa  applicazione  del  D.P.R.  29 ottobre 2001, degli artt. 11, comma 1, lett. d, 18, 20, 22, commi 1, 3 e 5, 112, commi 1 e 2 lett. d e f del d.lgs.  n. 169/2003 (n.d.r. d.lgs. n. 196/2003) nonché della  legge n. 135/1990  lamentando che  il tribunale abbia escluso l’illiceità della comunicazione della patologia da HIV da parte del dirigente scolastico  ad  altro  Circolo  solo  per  avere  apposto  la  dicitura  riservato  sulla  busta  contenente  il documento,  non  ritenendo  tenuto  il  predetto  dirigente  ad  omettere  i  dati  clinici  relativi  a  quella patologia.

2.3.  Con  il  terzo  motivo  la  ricorrente  denuncia  vizio  di  motivazi one  in  ordine  al  fatto  controverso consistente   nell’avvenuta   diffusione,   in   ambito   scolastico,   dei   dati   sensibili   della   ricorrente medesima.

3. I primi due motivi del ricorso sono fondati nei sensi di seguito precisati mentre è inammissibile la terza censura, tendente ad introdurre nel giudizio fatti verificatisi successivamente al provvedimento del  Garante.  L’art.  11,  comma  1,  lett  a)  del  d.lgs.  n.  139/2003  (
n.d.r. art.  11,  comma  1,  lett  a)  del d.lgs. n. 196/2003) dispone che <<i dati personali oggetto di trattamento sono trattati in modo lecito
e  secondo  correttezza»  e,  al  comma  2,  che  <<i  dati  personali  trattati  in  violazionedella  disciplina rilevante in materia di trattamento dei dati personali non possono essere utilizzati>>.

A  sua  volta,  l’art.  4,  comm
a  4,  del  DPR  n.  461/2001  (Regolamento  recante  semplificazione  dei procedimenti  per  il  riconoscimento  della  dipendenza  delle  infermità  da  causa  di  servizio,  per  la concessione   della pensione   privilegiata   ordinaria e   dell’equo   indennizzo,   nonché   per   il
funzionamento  e  la  composizione  del  comitato  per  le  pensioni  privilegiate  ordinarie),  dispone  che
«resta  fermo  quanto  previsto  dalla  legge  5  giugno  1990,  n.  135,  in  ordine  alle  misure  anche organizzative da  adottare per la tutela della riservatezza  in casi di  infezione da HIV o di  AIDS>>.

Infine,  l’articolo  5  della  legge  5  giugno  1990,  n.  135  (Piano  degli  interventi  urgenti  in  materia  di prevenzione e lotta all’AIDS), con la rubrica «Accertamento dell’infezione», dispone, ai commi 4 e 5, che «La comunicazione di risultati di accertamenti diagnostici diretti o indiretti per infezione da HIV  può  essere  data  esclusivamente  alla  persona  cui  tali  esami  sono  riferiti»  e  che  «l’accertata
infezione  da  HIV  non  può  costituire  motivo  di  discriminazione,  in  particolare  per  l’iscrizione  alla scuola, per lo svolgimento di attività sportive, per l’accesso o il mantenimento di posti di lavoro».
La  violazione  di  tale  ultima  disposizione  da  parte  dell’ente  ospedaliero-come  correttamenteevidenziato dal Garante-aveva reso inutil
izzabili quei dati poi trattati dalla resistente.

D’altronde,  ai  sensi  dell’art.  4,  lett.  1),  codice  privacy,  si  intende  per  “comunicazione”,  «il  dare conoscenza   dei   dati   personali   a   uno  o   più   soggetti   determinati   diversi   dall’interessato,   dal rappresentante del titolare nel territorio dello Stato, dal responsabile e dagli incaricati, in qualunque forma, anche mediante la loro messa a disposizione o consultazione>>.
Come ha rilevato la dottrina, la natura della comunicazione è, quella di una trasmissione a persone determinate  dal  cui  novero,  per ovvie  ragioni,  sono  stati  esclusi  i  soggetti  innanzi  indicati.
Sì  che, riservata   o   meno,   la   mera   trasmissione   ritenuta   non   illecita   dal   tribunale   costituiva   una comunicazione   dei   dati.

Conclusivamente,   vi   è   stata   “comunicazione”   di   dati   sensibili   (inprecedenza)   illecitamente   trattati   dall’ente   ospedaliero   (perché   non   comunicati   direttamente all’interessata).  Quindi,  la  resistente  ha  operato  un  “trattamento”  (con  la  trasmissione)  dei  dati illecitamente trattati da altri (art. 4 cit.: «Ai fini del presente codice si intende per: a) “trattamento”, qualunque  operazione  o  complesso  di  operazioni,  effettuati  anche  senza  l’ausilio  di  strumenti elettronici, concernenti … la comunicazione .. di dati>>).
Ai  sensi  dell’art.  22 d.lgs.  n.  196/2003,  poi,  i  soggetti  pubblici  conformano  il  trattamento  dei  dati
sensibili secondo modalità volte a prevenire violazioni dei diritti, delle libertà fondamentali e della dignità  dell’interessato.
In  particolare,  «possono  trattare  solo  i  dati sensibili  …  indispensabili  per volgere  attività   istituzionali   che  non  possono  essere  adempiute,  caso  per  caso,  mediante  il trattamento di dati anonimi o di dati personali di natura diversa».

Talché,  correttamente  il  Garante  ha  ritenuto  che  la  comunicazi one  al  4°  Circolo  didattico  delle informazioni  sulla  salute  dell’interessata  contenute  nella  versione  integrale  del  verbale  di  visita collegiale configurasse un trattamento illecito di dati, dal momento che il 3° Circolo, avrebbe potuto conseguire  ugualmente  la  prosecuzione  del  procedimento  trasmettendo  una  copia  parziale  della documentazione  pervenutagli  da  cui  fosse  omessa  la  visibilità  di  dati  sanitari  riferiti  all’interessata ultronei  rispetto  a  quello  dell’accertata  inabilità  al  lavoro  e  riguardanti  la diagnosi  accertata,  gli esami  obiettivi  e  gli  accertamenti  clinici  e  strumentali  effettuati,  nonché  l’anamnesi  da  cui  emerge anche  l’informazione  relativa  all’Hiv,  in  maniera  tale  da  rendere  nota  all’istituzione  scolastica competente ad emettere il provve dimento finale soltanto l’informazione relativa al giudizio medico- legale di inidoneità all’impiego (per una fattispecie analoga cfr. Sez. 1, n. 10947/2014).

Pertanto,  in  accoglimento  dei  primi  due  motivi  del  ricorso,  la  sentenza  impugnata  deve  essere cassata  e,  non  sussistendo  necessità  di  ulteriori  accertamenti  in  fatto,  la  Corte  può  decidere  nel merito la causa ai sensi dell’art. 384 c.p.c., rigettando l’opp osizione proposta dalla A, la quale deve essere  condannata  al  pagamento  delle  spese  processuali  del  giudizio  nella  misura  determinata  in dispositivo.
P.Q.M.
La  Corte  accoglie  il  ricorso  nei  sensi  di  cui  in  motivazione,  cassa  la  sentenza  impugnata  e, decidendo   nel   merito   ai   sensi   dell’art.   384   c.p.c.,   rigetta   l’opposizione   proposta   da   AML provvedimento  del  Garante  per  la  protezione  dei  dati  personali  del 24.9.2009.  Condanna  la resistente al pagamento delle spese processuali che liquida in euro 7.200,00, di cui euro 200,00 per esborsi oltre accessori e spese forfettarie come per legge, quanto al giudizio di legittimità e in euro 3.200,00, di cui euro 2.000,00 per onorario, oltre accessori di legge, quanto al grado di merito.
In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri dati identificativi delle parti a norma dell’art. 52 d.lgs. 196/03 in quanto imposto dalla legge.

CORTE DI CASSAZIONE
Sentenza 29 maggio 2015, n. 11223

 

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