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I racconti di Viruz: corsia

di Luca Negri
I racconti di Viruz: corsia

I racconti di Viruz: corsiaI racconti di Viruz: corsia
Corsia
di Pino Zumbo

Il giorno dopo essere tornato dalla Thailandia, dove è rimasto più di tre mesi, lo ricoverano d’urgenza, neanche il tempo di togliersi la sabbia dalle infradito.
Zed sapeva certamente di stare male, ma non riusciva a capire, cosa cazzo potesse essergli accaduto.
Cosa gli stava succedendo? Stava diventando stupido, rimbambito, rintronato o cosa?
Si esprimeva come un balbuziente, un mezzo mongoloide, non riusciva ad articolare le parole.
Quando parlava, non riusciva a capire neppure lui, cosa stesse dicendo. Un bel casino davvero.
Anche i suoi ragionamenti, apparivano spesso confusi, appannati, imparanoiati.
Non riusciva più a scrivere, né leggere niente, da oltre due mesi, un dramma nel dramma per lui.
Lo facevano impazzire, specialmente i numeri, li pensava giusti, ma non ne azzeccava uno.
Li sbagliava sistematicamente, solo super concentrandosi, facendo mente locale, riusciva a capirli e scriverli finalmente giusti, sempre dopo molti tentativi, era molto penoso, frustrante.
Non riusciva a scrivere al pc, non riconosceva più la tastiera, l’attrezzo che usava per molte ore al giorno da una vita. Una cosa sconosciuta, aliena.
Questo lo faceva letteralmente uscire di testa, mentalmente e materialmente.
Per lui scrivere è un bisogno. Una necessità. Uno sfogo. È l’unica cosa che gli è rimasta.
Da moltissimo tempo, non riesce più a dipingere, tantomeno disegnare. Tutto scomparso.
Ha passato interminabili notti a piangere, con rabbia, impotente davanti a una tastiera che non lo riconosceva più, si sentiva perso. Nonostante l’enorme fatica mentale, non ci riusciva.
A volte provava a scrivere a mano.
L’obbligavano gli amici, per cercare di farlo reagire, a quei giorni di delirio.
Lo costringevano a scriversi un numero di telefono, o il nome di un posto.
La sua calligrafia era scomparsa, assieme al resto, somigliava ai caratteri cuneiformi dei Sumeri.
Scriveva storto in lungo, frammezzando le parole, come un bambino.
Quando rileggeva, non ci capiva una mazza, neppure lui che li aveva scritti, un angosciante delirio. Si sviliva ancora di più, era penoso. Geroglifici indecifrabili, spesso persi o dimenticati, un minuto dopo averli scritti. Affidabilità zero, sotto ogni aspetto.
La vista andava malissimo, nonostante avesse cambiato gli occhiali, il bifocale era insopportabile.
Zed era terrorizzato dal citomegalovirus, che avrebbe spento la luce dei suoi occhi.
Ne aveva già passate tante quel piccolo uomo, ma questa, non se l’aspettava proprio.
Era senza dubbio diventato ‘picchiatello’, non ci stava con la capoccetta matta. Dava i numeri.
Il valzer dei controlli inizia subito.
Prelievi a pentolate, risonanze magnetiche, TAC, lombari e compagnia bella.
Scongiurato da subito il citomegalovirus agli occhi, tirò un sospirone di sollievo.
Quando era partito, aveva tutti i farmaci, stava seguendo tutte le terapie adeguatamente.
Aveva 135 T4 e la carica virale a 3000, aveva appena cambiato finalmente la nuova terapia, tutto sembrava a posto. Invece era un casino…
Gli esiti delle prime analisi, i T4 erano aumentati a 220, e la carica abbassata ulteriormente, erano un buon segno, voleva dire che la vecchia carcassa, stava agguantando…
Zed è uno, che malgrado le sfighe, lotta sempre, non molla mai.
Per un paio di settimane, dovette aspettare gli esiti della TAC. Quelli, erano fondamentali.
Nel mentre, gli facevano il famoso ‘tagliando’, quello che avrebbe dovuto fare molto tempo prima.
Gli avrebbe permesso di sapere, come stavano le cose e sarebbe corso ai ripari.
Le settimane passavano inesorabili, impietose, tutte uguali.
Giornate inutili, insulse, noiose, assurde, immerse nella più totale solitudine.
Inzuppate di disperazione, di dubbi, d’incertezze, di paure.
Non solo dal lato medico, ma soprattutto quello sociale.
Le vicissitudini della sua surreale e malata esistenza, lo avevano portato a naufragare.
Da quella catastrofe umana, Zed n’è uscito a pezzi.
Adesso, sta pagando il prezzo che gli veniva. Senza sconti.
Non ha casa una casa, né più residenza. Un randagio.
Le sorella gliela aveva concessa a tempo, per poter avete un ospedale di riferimento, per le medicine, ma soprattutto la posta.
Residenza subito tolta, appena arrivata la convocazione della commissione dell’INPS.
Zed è alla terza visita legale, l’ultima, per la conferma dell’accompagnamento d’invalidità.
Se passa quella, sarà la definitiva, non più precaria. Non faticherà molto a passarla, sembra la morte in vacanza, ha un plico di casini allucinanti, tutti freschi di stampa.
Il dieci ottobre è stato convocato, ci andrà accompagnato dall’ambulanza, più accompagnamento di così? L’aspettava con molta ansia, sapeva di doverla ricevere, per lui è grottesco, verificare che?
La guarigione miracolosa? Il miracolo? Come se uno, che ha le sue allucinanti patologie croniche, potesse improvvisamente guarire. Cosa devono verificare? Sta gargiazza di minchia?
Una vera merdata, che crea solo ansia gratuita nel malato, che se lo porta già menato, da casa.
Ha già passato due commissioni, l’ultima dieci mesi prima, un’assurdità, un’offesa, una burla.
Invalido, non autosufficiente, con la testa in brodo di cozze, cosa cazzo devono verificare?
È un conclamato di lungo corso, un campionario di virus e malattie, ogni tanto, dice con ironia, che a parte, gravidanza e mestruo, niente gli è precluso.
Zed, sapeva che molto probabilmente, nella migliore delle ipotesi, sarebbe andato a sbattere in una casa alloggio, un cronicario, come li chiama lui.
Quelli dove ha visto spegnersi e morire, decine di amici, negli anni bui.
Per la casa popolare, dovrà lottare, come sempre, sino ai resti.
Tra bando, graduatorie, ed eventuali assegnazioni per emergenza, Zed sa che saranno cazzi amari.
La casa è un diritto! Per tutti, nessuno escluso. Specie per chi è malpreso, come lui.
Zed è teso, e se, per qualsiasi ragione, non dovessero assegnarla, in quel nefasto vaso, andrà a sfondarne una e fine della commedia, nessuno lo potrà fermare, e nessuno lo fermerà.
O in un modo, o nell’altro, una casa per lui ci sarà.
Adesso deve potersi intanare almeno per un po’, per leccarsi almeno le ferite.
Al secondo giro di prelievi, durante la visita dei medici, il dottore che lo segue da sempre, gli dice finalmente che cazzo ha, in quel fottuto cervello, fuori bolla.
Dice che le medicine che ha continuato ad assumere, nonostante fosse sfasato, avevano tamponato la catastrofe, se non lo avesse fatto, sarebbe morto male, in poco tempo.
Dopo uno scambio d’informazioni, il medico espone il suo pensiero.
“Attorno a gennaio, vivevi ancora a Cesena a casa tua, tra mille problemi.
Avevi interrotto la terapia, perché era sbagliata, faceva danni e non portava benefici. Anzi.
Alla clinica  metabolica di Modena, lo hanno confermato, ti ha sgretolato li ossa.
Siamo amici da un ventennio, ne parlammo prima che tu partissi. Eri in un periodo di svolte epocali, di nervosismo, incertezze, paure, rabbia, deperimento, tutto questo, ti ha abbassato ulteriormente i valori. Fino a diventare troppo bassi, innescando un virus.”

Zed sbianca.
“Dok, che succede?”
“Si è formata una sacca di liquor, è quella che comprime il cervello facendoti dare i numeri.
Sacca che in questo momento, tende a sgonfiarsi, ma è ancora grande.”

Il medico mostra a Zed, i suoi raggi:
“Qui in basso c’è una macchiolina, che non sono riuscire a inquadrare bene.
Domattina facciamo una risonanza, e un nuovo prelievo, vedremo gli esiti, appena li avremo”.

A Zed la domanda, sorge spontanea:
“Dok, visto che ci siamo, come si chiama, questo pezzo di merda?”
“È un Polioma visus. JCV. Leucoencefalopatia, multifocale, progressiva.”

Il JVC è un virus mortale, di cui non immaginava neppure l’esistenza, eppure lo stava per ammazzare, gli stava per far saltare in aria il cervello.
Ci vorrà tanta speranza, tanto coraggio e un po’ di fortuna, di buona sorte.
Probabilmente, anche nelle migliori speranze, quando si sgonfierà, qualche strascico lo lascerà.
Pazienza. Tanto un po’ picchiatello, con un carattere di merda, è sempre stato.
La verità è, che quando Zed, per in motivo o l’altro, si trascura un attimo in più, anche per cause più che valide, rischia, non può più sgarrare. Si stava curando, quando era in Thailandia, e menomale.
Ci stava per tirare le cuoia. La triplice stava funzionando, ma ormai, malgrado facesse una vita sana, avesse trovato una compagna femminile piacevole e costante, avesse preso chili e tono muscolare, la zavorra che gli opprimeva il cranio, era sempre lì, per cercare di finire il suo lavoro.
I farmaci, la ragazza e gli amici, gli hanno salvato la buccia.
Quel tanto che bastava, a farlo tornare indietro, picchiatello, ma ancora vivo.
È approdato a Genova dalla lunga ‘vacanza’ in condizioni surreali, molto complicate.
Adesso è ricoverato da quasi tre mesi. La visita della commissione, è andata come nelle previsioni.
Fine delle manate, ora non è più un invalido precario, è uno sfigato fisso.
È trascorso lo stesso tempo, di quanto era partito, con tante speranze e preoccupazioni.
Dalla jungla, l’oceano, alla squallida stanzetta, col cervello in pappa, nella corsia infettivi.
Un autentico delirio, alla “Qualcuno volò sul nido del cuculo”.
Potrebbe essere benissimo uno di loro, magari un R.P. McMurpy genovese, con molte attinenze.
Sono cambiate e successe tante cose, in questo pazzesco anno, da fine del mondo.
Tante davvero. Forse troppe.
Nelle infinite giornate ospedaliere, le riflessioni, i pensieri sono infiniti, penetranti, spietati.
C’è un temporale a Genova, fa stranamente freddo. Il fatto gli fa ricordare l’inverno passato.
Un brivido gelido, gli corre lungo la schiena.
Tutto il suo mondo, quello in cui credeva, s’era sgretolato, rovinandogli addosso senza pietà.
Assisteva malinconico alla sua triste condizione, sempre più iniqua, ingiusta, miserrima.
A Cesena si consumava una totale disfatta. Senza sbocchi, senza speranze, senza una lira.
La pensione bloccata per una revisione saltata, pieno di acciacchi e magagne.
Reddito zero. La fine dei giochi.
Aveva già staccato il riscaldamento e l’acqua calda, perché non riusciva a stare dietro alle spese.
L’affitto era già saltato, entro la fine di marzo, doveva sgommare.
Poteva farsi dare lo sfratto e sopravvivere, ma non è nel suo carattere, anche se non riusciva a campare, ma ha una dignità e orgoglio, è un orgoglione del belino.
Qualcuno la chiama dignità. Un concetto molto differente.
Questo inverno, fu particolarmente gelido. Mezza regione rimase paralizzata per giorni.
Un fottuto inverno da dimenticare, prima possibile e per sempre
Dentro la sua casa, c’erano ventidue gradi sotto zero. Aveva solo una stufetta elettrica.
Gelava tutto, anche i pensieri, in questo stramaledetto inverno, che gli portò una sfiga furibonda.
Ma quando sei al capolinea, quando la corsa è finita, o scendi, o sei fatto.
‘La grande illusione’, era finita malamente. Non sapeva dove né da chi andare, o cosa fare.
Ma due cose le sapeva: che non doveva cagarsi addosso, e che non era venuto ancora il tempo, di pagare il pedaggio a Caronte. Certo non immaginava, di avere un JVC nella testa.
Non poteva farsi mangiare il belino dalle mosche, doveva agire, doveva ribellarsi.
È bastata una scintilla, un barlume, uno spiraglio, per attaccarsi alla disperazione di partire.
Un bel giorno, scatta l’embolo.  Dopotutto, era ed è rimasto tutt’ora, un sognatore programmato geneticamente, per non arrendersi mai. Doveva almeno provarci.
I tre mesi, due dell’anticipo e uno di caparra, li ha usati per scalarli dall’affitto e guadagnare tempo.
Organizzare tutto nei tre mesi, senza avere niente, partendo da zero sotto zero. A 50 anni.
Non aveva più niente da perdere. Poteva contare solo su di lui. Il che, è già un tutto dire…
Ma sicuramente, anche su una brancata d’amici fidati, della sua città di nascita.
Ha potuto contare su un piccolo trasloco, in un Doblò, su una spazio il un magazzino, dove ha potuto ricoverare, tutto quello che restava, delle sue misere cose. Tutto il resto, perduto, buttato.
Vecchi ricordi, piccoli pezzi di se stesso, della sua vita, della sua identità.
Regalati o gettati nella rumenta, un momento veramente straziante per lui, che conservava tutto.
Ha sistemato il suo amato amico cane, in pensione a Pavia, grazie alla bontà di un grande amico, che lo aiuta a pagare la pigione, da quando è partito, accompagnato da Zed e un’amica.
Ma si è portato dietro la gatta, che si è fermata a Genova da un altro amico, che l’ha ospitato per qualche settimana, il tempo di sbrigare documenti e burocrazie, prima della partenza.
La residenza, la posta e l’ospedale, erano apposto.
L’uno aprile, riceve la pensione, con i tre mesi d’arretrati.
Con quelli, paga i puffi per le spese del furgone, che gli amici avevano anticipato.
Si paga il biglietto, ha i soldi per farsi un bel soggiorno trimestrale, senza nessun problema.
Timbra il passaporto al consolato, ritira in ospedale i farmaci per i tre mesi, il rimanente lo recupera in farmacia. Tutto apposto, tutto pronto. A metà aprile parte. Destinazione Thailandia.
Scalo ad Abu Dhabi e dopo qualche ora, parte per Phuket.
All’aeroporto lo va a prendete un amico, rimarrà a casa sua una quindicina di giorni.
Per ambientarsi, fargli affittare il papero, e cercare una casa per lui.
Gli amici non s’incontrano su internet. La vita vera, non è virtuale.
Due persone che non si sono mai viste, che non si conoscono, raramente restano in sintonia a lungo.
È bastato poco, molto poco, per separarsi e ignorarsi da subito.
Zed ha beccato bene, si è trovato un bel residence con piscina a Rawai.
Conosceva il pianista di pianobar, perché andava a mangiarsi la carbona, abbastanza frequentemente nello stesso ristorante, dove lui a turno, suonava.
Zed non sapeva, che il pianista, fosse il padrone di un grande e comodo residence.
Ci sono tanti italiani, che a parte piccoli periodi, vivono a Rawai tutto l’anno.
Sono integrati. Molti convivono o si sono sposati.
Facendo figli o crescendo in armonia, anche quelli di altri padri.
Che è morto o in galera, o le avevano semplicemente abbandonate, buttate via.
A cavallo di quel periodo, Zed inizia ad avere i primi problemi.
Vede male, a problemi di memoria, di concentrazione, d’orientamento.
Stracciona col papero un paio di volte, in uno si fa anche abbastanza male.
Gli amici del residence si preoccupano. Zed sembra un’altra persona.
E infatti lo era, col JCV, che gli intronava il cervello.
L’infermiera apre la stanza, con il macchinario che misura i battiti, l’ossigeno e la pressione.
Adesso è sempre stabile, normale. Non ha più problemi, come quando era fissa a 210.
Riesce nuovamente a scrivere, anche se con molta più fatica.
Secondo lui ha perso qualcosa. Ai posteri l’ardua sentenza.
È passato tutto il pomeriggio, senza accorgersene. Ascoltando lo scroscio della pioggia, scandito dai suoi uggiosi pensieri.
Arriva la cena! Che culo! La solita immangiabile merda, ripugnante.
Zed cassa puntualmente tutto, è un pin de musse*.
Ordina una margherita, dallo spacciatore di pizze, che la porta direttamente in reparto.
Intanto si rulla un joint di Bedrocan, l’ospedale ha spedito tuo, nullaosta e bonifico compreso.
Tra qualche settimana dovrebbe attivargli finalmente, l’acqua è poca e la papera comincia ad affondate, è molto sottodosaggio da tempo, la centellina, ma le neuropatie lo sminchiano e gravano ancor di più sulle ossa, già conciate male.
La permissività nei suoi confronti, era dovuta al fatto, che era ingessato, e che la terapia, la doveva assumere indipendentemente. Per un po’ andò tutto liscio, armonia perfetta, con chiunque, inservienti e infermiere comprese.
Perfino col francescano, che salutava sempre sorridente con un personalino tra le dita.
Ma un bel giorno, qualche cicisbeo, baciapile, leccaculo, ruffiano e rumenta, lo disse al primario.
Lo ha visto una volta sola, i primi giorni, non sa dargli neppure un volto, completamente rimosso.
Come tante altre cose, in quella mente annodata. Un amico medico, lo avverte che l’indomani passerà il primario a verificare la situazione. Pare sia molto incazzato, si prevedono scintille.
Zed non ha nessun timore reverenziale, ne tantomeno sudditanza psicologica.
*Pin de musse: Pieno di pretese, schizzinoso.

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