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Stati Uniti: Profilassi-pre-esposizione sempre più diffusa, ma ne avrebbero bisogno in molti di più

di Luca Negri
Stati Uniti: Profilassi-pre-esposizione sempre più diffusa, ma ne avrebbero bisogno in molti di più

PrEP sempre più diffusa negli Stati Uniti, ma ne avrebbero bisogno in molti di più

Negli Stati Uniti è in costante aumento la diffusione della profilassi pre-esposizione (PrEP) come terapia preventiva contro l’infezione da HIV, ma a farvi ricorso è ancora solto una piccola percentuale di coloro che potrebbero trarne giovamento.

E’ è quanto si è appreso alla 25° Conferenza su Retrovirus e Infezioni Opportunistiche (CROI 2018) in corso questa settimana a Boston. Afro-americani e ispanici, che pure rappresentano i due terzi delle persone che più beneficerebbero di questi farmaci, li assumono invece molto meno dei bianchi.

Stati Uniti: Profilassi-pre-esposizione sempre più diffusa, ma ne avrebbero bisogno in molti di più

Grafico tratto dal sito di AIDSVu: https://aidsvu.org/resources/mapping-prep

Da svariati anni Gilead Sciences, la casa farmaceutica che produce il Truvada, pubblica stime sul ricorso alla profilassi pre-esposizione basate su indagini condotte nelle farmacie (attraverso cui si ritiene venga acquistato l’85% dei farmaci per la PrEP).

In collaborazione con Patrick Sullivan della Emory University e AIDSVu, Gilead ha adesso presentato i dati raccolti, che potrebbero aiutare le autorità sanitarie, il personale medico e i rappresentanti delle associazioni attive sul territorio a comprendere meglio le ragioni della disparità di accesso alla PrEP e a intervenire per attenuarla.

I dati presentati provengono da 54.000 farmacie e una quantità di altri presidi medici, e prendono in considerazione anche farmaci pagati da programmi di assistenza sanitaria pubblica come Medicaid e altri, mentre non tengono conto di quelli distribuiti nell’ambito di studi dimostrativi, dai programmi di assistenza ai veterani e da altre organizzazioni sanitarie che possiedono un proprio circuito di farmacie, come Kaiser Permanente.

Nel corso del 2016 a fare ricorso alla profilassi pre-esposizione sono state 77.120 persone, in netto aumento dalle 8768 del 2012. Ma questo numero complessivo cela notevoli disparità a livello demografico e geografico.

Per esempio, le donne rappresentano circa il 19% di tutte le nuove diagnosi di HIV, eppure sono solo il 7% del totale delle persone che assumono i farmaci preventivi; allo stesso modo, i giovani sotto i 25 anni sono il 21% delle nuove diagnosi e solo l’11% di coloro che fanno uso della PrEP.

E ancora, oltre la metà di tutte le nuove diagnosi si registra negli Stati del sud, dove risiede però soltanto il 30% dellepiù persone che ricorrono alla PrEP.

Rapportando i dati alle dimensioni della popolazione, risulta che a registrare i tassi più elevati di ricorso alla PrEP sono gli stati di New York, Massachusetts, Rhode Island, Washington e Illinois. Tassi inferiori si rilevano invece negli Stati con una maggiore percentuale di persone al di sotto della soglia di povertà, con più cittadini privi di assicurazione sanitaria, e in quelli che hanno deciso di non espandere il programma Medicaid all’epoca della riforma sanitaria promossa dal presidente Obama.

I dati ricavabili dalle prescrizioni spesso non contengono informazioni sul profilo etnico di chi acquista i farmaci, ma secondo le stime dei Centri per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie (CDC) soltanto l’1% degli afro-americani che sarebbero eleggibili per la PrEP vi fa effettivamente ricorso; ed è bassa anche la percentuale degli ispanici, 3%.

La differenza con la percentuale dei bianchi, 14%, non è abissale ma è comunque considerevole.


Stati Uniti, alti i tassi di infezione HIV tra i giovani maschi gay e ispanici

Da uno studio statunitense dei dati relativi alle sequenze genetiche condotto in reti con tassi particolarmente alti di HIV è emerso che ad avere i tassi più elevati sono quei cluster in cui sono presenti più giovani maschi omosessuali – il che di per sé non era inatteso – ma anche più ispanici che neri. Potrebbe essere il segnale di un cambiamento delle caratteristiche demografiche dei gruppi più a rischio di infezione da HIV negli Stati Uniti.

I Centri per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie (CDC) americani ormai analizzano di routine le sequenze genetiche dei ceppi di HIV nelle persone con una nuova diagnosi. L’analisi filogenetica serve a identificare i cosiddetti cluster di infezione – vale a dire gruppi di due o più persone con ceppi virali così simili che devono avere le stesse origini – in modo da individuare eventuali cluster insolitamente “attivi”, ossia dove le nuove infezioni sono frequenti.

Questo consente alle autorità sanitarie locali di intervenire, per esempio, offrendo la possibilità di eseguire il test, un aggancio alle cure o l’accesso alla profilassi pre-esposizione (PrEP).

Dall’analisi di 60 cluster in cui si erano registrate almeno cinque nuove diagnosi HIV nell’arco di 12 mesi, i CDC hanno riscontrato un tasso di trasmissione undici volte superiore alla media nazionale negli Stati Uniti (44 eventi di trasmissione per 100 persone-anni contro 4 eventi di trasmissione per 100 persone-anni).

In questi cluster si ritrovavano con più probabilità, rispetto a individui appartenenti ad altre fasce di popolazione rappresentate nel database dei CDC, sia uomini che fanno sesso con uomini (MSM) (83 contro 59%) che persone al di sotto dei 30 anni (70 contro 42%).

Il dato però forse più sorprendente è che gli appartenenti a questi cluster fossero più probabilmente ispanici (38 contro 27%) e meno probabilmente neri (31 contro 41%).

Questo fa pensare che stia iniziando a cambiare la composizione etnica dei gruppi più a rischio di contrarre l’HIV negli Stati Uniti. “Questi dati sembrano indicare che l’HIV si stia diffondendo molto rapidamente all’interno delle reti in cui sono presenti giovani MSM, soprattutto ispanici”, ha dichiarato Anne Marie France dei CDC alla Conferenza.

Da uno studio statunitense dei dati relativi alle sequenze genetiche condotto in reti con tassi particolarmente alti di HIV è emerso che ad avere i tassi più elevati sono quei cluster in cui sono presenti più giovani maschi omosessuali – il che di per sé non era inatteso – ma anche più ispanici che neri. Potrebbe essere il segnale di un cambiamento delle caratteristiche demografiche dei gruppi più a rischio di infezione da HIV negli Stati Uniti.

I Centri per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie (CDC) americani ormai analizzano di routine le sequenze genetiche dei ceppi di HIV nelle persone con una nuova diagnosi. L’analisi filogenetica serve a identificare i cosiddetti cluster di infezione – vale a dire gruppi di due o più persone con ceppi virali così simili che devono avere le stesse origini – in modo da individuare eventuali cluster insolitamente “attivi”, ossia dove le nuove infezioni sono frequenti.

Questo consente alle autorità sanitarie locali di intervenire, per esempio, offrendo la possibilità di eseguire il test, un aggancio alle cure o l’accesso alla profilassi pre-esposizione (PrEP).

Dall’analisi di 60 cluster in cui si erano registrate almeno cinque nuove diagnosi HIV nell’arco di 12 mesi, i CDC hanno riscontrato un tasso di trasmissione undici volte superiore alla media nazionale negli Stati Uniti (44 eventi di trasmissione per 100 persone-anni contro 4 eventi di trasmissione per 100 persone-anni).

In questi cluster si ritrovavano con più probabilità, rispetto a individui appartenenti ad altre fasce di popolazione rappresentate nel database dei CDC, sia uomini che fanno sesso con uomini (MSM) (83 contro 59%) che persone al di sotto dei 30 anni (70 contro 42%).

Il dato però forse più sorprendente è che gli appartenenti a questi cluster fossero più probabilmente ispanici (38 contro 27%) e meno probabilmente neri (31 contro 41%).

Questo fa pensare che stia iniziando a cambiare la composizione etnica dei gruppi più a rischio di contrarre l’HIV negli Stati Uniti. “Questi dati sembrano indicare che l’HIV si stia diffondendo molto rapidamente all’interno delle reti in cui sono presenti giovani MSM, soprattutto ispanici”, ha dichiarato Anne Marie France dei CDC alla Conferenza.

Fonte: AidsMap

News dal CROI 2018 i bollettini della conferenza tradotti in Italiano

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