Home Prevenzione Studio sulla PEP nei primati: due somministrazioni sufficienti per la protezione

Studio sulla PEP nei primati: due somministrazioni sufficienti per la protezione

di Luca Negri
What is pep

“È bello vedere ben tre presentazioni di studi dedicati alla profilassi post-esposizione PEP, dopo che per diversi anni non ce n’era stata neanche una”, ha commentato la prof.ssa Sharon Hillier dell’Università di Pittsburgh, chair di questa sessione di CROI 2020.

In uno degli studi presentati, sulla PEP due dosi di farmaco somministrate per via orale a sei macachi rhesus si sono rivelate in grado di proteggerli completamente dall’infezione, perfino iniettando loro il virus dell’immunodeficienza delle scimmie (e più precisamente il SIVMac) direttamente nell’organismo.

Il farmaco utilizzato è l’islatravir, prima noto come MK-8591, che rispetto ad altri antiretrovirali si era dimostrato più potente anche a un dosaggio basso e a più lunga durata d’azione.

Studio sulla PEP nei primati: due somministrazioni sufficienti per la protezione
Islatravir, prima noto come MK-8591

Lo studio ha coinvolto complessivamente 12 esemplari di macachi a cui è stata iniettata una massiccia dose di SIVMac per via endovenosa. A sei animali è stato somministrato un placebo, mentre gli altri sei hanno assunto l’islatravir per via orale. Nel primo test hanno ricevuto un ciclo di trattamento della durata di un mese, ricevendo l’islatravir nei giorni 1, 8, 15 e 22 dopo l’iniezione: il farmaco ha mostrato di proteggerli dall’infezione. Dopodiché sono state lasciate passare sei settimane, per poi iniettare loro nuovamente il virus ricevendo stavolta solo due somministrazioni, il giorno 1 e il giorno 8: anche così, il farmaco è risultato efficace nel prevenire l’infezione.

Se questi risultati si riveleranno replicabili negli esseri umani, è possibile che due sole somministrazioni orali di PEP a una settimana di distanza l’una dall’altra siano sufficienti a impedire l’infezione con l’HIV.

Nella stessa sessione sono stati presentati altri due interessanti studi sulla PEP.

Uno studio dose-ranging (in cui cioè vengono confrontati due o più diversi dosaggi di un farmaco) sempre condotto su primati ha considerato una combinazione di tre farmaci, tenofovir alafenamide, emtricitabina e l’inibitore dell’integrasi bictegravir: a ogni animale è stato somministrato per via rettale una forma particolarmente virulenta dell’HIV delle scimmie (SHIV) per un totale di otto volte, ognuna a due settimane di distanza dall’altra. Sono poi stati sperimentati quattro diversi dosaggi del farmaco profilattico.

Quando la PEP è stata somministrata prima sei e poi 30 ore dopo l’esposizione all’SHIV, il farmaco ha protetto dall’infezione cinque animali su sei per otto esposizioni, pari a un’efficacia del 90%. Quando invece è stata somministrata prima 12 e poi 36 ore dopo l’esposizione, il numero di scimmie che non si sono infettate è stato di quattro su sei, e le due infezioni si sono verificate solo alla settima e ottava esposizione: significa che l’efficacia è quantificabile in un 82%. I due altri dosaggi (a 24/48 ore e a 48/72 ore) non sono invece risultati protettivi.

L’ultimo studio presentato alla Conferenza ha sperimentato sempre su primati l’impiego per la profilassi post-esposizione di un ovulo o una mini-supposta contenente tenofovir alafenamide ed elvitegravir, da somministrare per via vaginale o rettale. Quattro su cinque animali del braccio di controllo, a cui era stato dato un placebo, hanno contratto l’infezione dopo 2/13 esposizioni con l’SHIV contro nessuno degli animali del braccio di sperimentazione.

Nel loro complesso, questi studi aprono alla possibilità di passare da regimi PEP più brevi con principi attivi più potenti, a patto che gli utenti abbiano accesso ai farmaci a poche ore di distanza dall’esposizione all’HIV.


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