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Trasfusioni di sangue infetto, il parere del legale

di Luca Negri

Trasfusioni di sangue infetto, il parere del legale

È di qualche settimana fa la notizia della condanna del Ministero della Salute al risarcimento in favore di soggetti danneggiati da trasfusioni di sangue infetto.Un argomento che purtroppo, riguarda da vicino migliaia di persone.

AgrigentoWeb ha voluto sentire il parere di un legale, Angelo Farruggia, avvocato agrigentino, che può dare dei chiarimenti sull’argomento.Avvocato Farruggia, sempre più spesso sui quotidiani è dato leggere di condanne del Ministero della Salute al risarcimento del danno in favore di soggetti danneggiati da trasfusioni di sangue infetto, ci vuole fornire qualche chiarimento in ordine alle ragioni che hanno indotto molti cittadini a promuovere causa di risarcimento contro il Ministero della Salute?
Per meglio inquadrare la problematica , occorre fare una breve premessa volta a chiarire i termini della questione, atteso che in questa materia, nonostante l’entità e la gravità del  fenomeno, lo Stato non si è fatto carico di fornire una adeguata campagna di informazione; in particolare, in Italia, come nel resto dell’Europa e negli altri continenti, almeno fino agli inizi degli anni novanta, l’attività di raccolta, distribuzione e somministrazione di sangue ed emoderivati è stata condotta dallo Stato (Ministero della Salute) e dalle case Farmaceutiche con estrema disinvoltura e senza effettuare i pregnanti controlli previsti, sin dai primi anni settanta, da Leggi, Regolamenti, Direttive Comunitarie e Circolari diffuse dallo stesso Ministero della Salute, nonché suggeriti dalla Comunità scientifica dell’epoca, che non aveva mancato di sottolineare come le trasfusioni di sangue e la somministrazioni dei suoi emoderivati (si pensi ai vaccini) rappresentassero un pericoloso veicolo di trasmissione di virus letali. In altri termini, lo stato delle conoscenze progressivamente raggiunto dalla scienza fin dagli anni “70”, avrebbe dovuto indurre il Ministero della Salute ad esercitare attivamente il dovere di controllare e vigilare – secondo le tecniche al tempo note – sulla sicurezza del sangue e dei suoi derivati, in modo da ridurre il rischio infezioni post-trasfusionali. Pertanto, l’aver omesso di effettuare i controlli effettivi di laboratorio sul sangue, che in grosse quantità veniva importato da Paesi come l’Africa e l’Asia ad alto rischio patogeno, ove i donatori di sangue venivano pagati e per tale motivo il sangue era meno sicuro, ha favorito, in tutti coloro che per una qualche ragione avessero subito, prima degli anni novanta, una trasfusione di sangue o la somministrazione di emoderivati il contagio del virus dell’Epatite B, dell’Epatite C e del virus HIV. In proposito, recenti studi hanno dimostrato che solo in Italia si stima che i contagiati dal virus dell’Epatite C sono circa 1.500.000.

Questo vuol dire che tutti coloro che hanno subito una trasfusione di sangue o che hanno avuto somministrato un qualche emoderivato sono a rischio contagio?

No!, è bene chiarire che a partire dai primi anni novanta, l’elaborazione di alcuni sofisticati test di rilevazione da parte della comunità scientifica e la obbligatorietà della loro applicazione, prevista per legge, su di ogni singolo donatore, ha drasticamente ridotto, quasi annullato, il rischio di contagio. Pertanto, a partire dai primi anni novanta i controlli sul sangue sono divenuti efficaci e sistematici, al punto da potere affermare che oggi le trasfusioni di sangue sono più che sicure. Il problema resta e si pone per coloro che hanno subito trasfusioni di sangue in epoca anteriore al 1989.

Sono previsti dei benefici per coloro che a causa di trasfusioni di sangue o somministrazione di emoderivati avessero contratto dei virus?

Si, ma al riguardo bisogna fare un distinguo che si pone come fondamentale premessa per sgombrare il campo dalla confusione che spesso è data riscontrare in questa materia anche a causa della scarsa informazione offerta dallo Stato e della poca attenzione mostrata dai mass media per questo fenomeno.

In primo luogo occorre dire che per la prima volta, lo Stato Italiano, in un’ottica solidaristica, si è occupato dei danneggiati da sangue infetto con una legge speciale, la legge 210 del 25 febbraio 1992, che ha previsto dei benefici economici in favore di tutti coloro i quali a causa di vaccinazioni obbligatorie, trasfusioni di sangue o somministrazioni di derivati, avessero subito un danno irreversibile, sostanzialmente rappresentato dal contagio da Epatite B, C o dal virus HIV. Si tratta di una legge che, nonostante alcune imperfezioni in parte corrette con successive modificazioni, nel panorama internazionale si è posta come legislazione di avanguardia e per questo è stata imitata da altri Stati come la Francia.

In cosa consiste il beneficio economico previsto dalla legge 210/92 e cosa bisogna fare per ottenerlo?

La legge 210/92, cosi come modificata dalla legge 238/97, prevede in favore dei soggetti che abbiano subito un danno irreversibile da vaccinazione o contagio post-trasfusionale, siano essi politrasfusi o trasfusi occasionali, o, in caso di decesso, in favore dei loro eredi sotto forma di una Tantum, un indennizzo da corrispondersi ogni bimestre, dunque, ogni due mesi, il cui importo per l’anno 2008 varia da € 1.099,34 a € 1.264,13, a seconda della gravità del danno riscontrato nel soggetto richiedente.
Per conseguire il beneficio occorre presentare una apposita domanda presso l’Ufficio Legge 210/92 dell’ASL presente nella città di residenza, allegando la documentazione medica relativa all’evento trasfusionale (cartella clinica), nonché la documentazione volta a provare il contagio e l’entità del danno subito.
Dal momento di presentazione della domanda scaturirà un procedimento amministrativo che si concluderà con il riconoscimento del diritto all’indennizzo qualora ricorrano quattro diversi requisiti:
1)  l’avere subito un danno irreversibile a causa di emotrasfusione;
2) il riconoscimento del nesso di causalità tra l’evento trasfusionale ed il danno irreversibile denunciato in sede di istanza di concessione del beneficio;
3) l’ascrivibilità del predetto danno ad una delle otto categoria indicate nella tabella A, allegata al D.P.R. 30 dicembre 1981 n. 834;
4) nonché, infine, la tempestività della domanda; quest’ultima ritenuta sussistente, allorquando la stessa sia stata presentata entro i tre anni dalla scoperta della positività al virus dell’HCV.
Con riferimento a quest’ultimo requisito, è bene chiarire che spesso avviene che il Ministero respinga la domanda in quanto è stata presentata oltre i tre anni da quando il soggetto danneggiato ha scoperto di essere positivo al virus dell’Epatite B, C o al virus HIV. Tuttavia, sul punto, l’orientamento consolidato dei Tribunali di tutta Italia, e di recente anche del Tribunale di Agrigento, è quello di ritenere che i tre anni di tempo per la presentazione della domanda decorrano non già dal momento in cui il soggetto richiedente abbia semplicemente scoperto di essere positivo al virus, ma dal diverso momento in cui lo stesso abbia avuto reale e concreta consapevolezza di avere subito un danno grave ed irreversibile a causa della somministrazioni di sangue o di emoderivati.

L’indennizzo previsto dalla legge 210/92, è l’unico beneficio previsto in favore dei danneggiati da trasfusione di sangue infetto?

No!, ma occorre fare alcune precisazioni.
L’indennizzo di cui abbiamo sinora parlato, è un emolumento previsto da una legge speciale per il cui conseguimento bisogna presentare una semplice domanda amministrativa; lo stesso, ha natura solidaristica e non vale a risarcire il danneggiato dei danni biologici, morali ed esistenziali conseguenti al contagio e dai quali è disancorato.

Per ottenere il ristoro del danno biologico, inteso come diminuzione dell’integrità psico-fisica, e dei danni morali ed esistenziali, bisogna promuovere una causa civile contro il Ministero della Salute, oggi Ministero del Lavoro, della salute e delle Politiche Sociali; ossia bisogna rivolgersi ad un Tribunale e ottenere una sentenza che condanni il Ministero della Salute, rappresentato in giudizio dall’Avvocatura di Stato, a risarcire tutti i danni che il soggetto ha patito a causa del contagio. Naturalmente, l’entità del risarcimento varia a seconda della entità del danno che la patologia da contagio ha determinato in capo al soggetto trasfuso con sangue infetto.

Al riguardo, va altresì detto che con l’articolo 33 del decreto collegato alla Legge 24.12.2007 n° 244 (successivamente denominato legge finanziaria 2008), sono stati stanziati 150 milioni di euro per l’anno 2007 a favore di soggetti che hanno contratto infezioni a causa dell’assunzione di sangue e plasmaderivati infetti i quali abbiano instaurato azioni di risarcimento nei confronti del Ministero della Salute pendenti alla data di entrata in vigore della predetta legge, nonché con l’art. 2, commi 361 e 362, della legge finanziaria 2008, sono stati previsti ulteriori 180 milioni di euro a decorrere dall’anno 2008. Nella predetta Legge Finanziaria è previsto che “con decreto del Ministero della Salute, di concerto con il Ministero dell’Economia e delle Finanze, siano fissati i criteri in base ai quali definire, nell’ambito di un piano pluriennale, le transazioni con i soggetti che abbiano già promosso cause di risarcimento del danno contro il Ministero della Salute.

Tuttavia, ad oggi, si è ancora in attesa dell’emanazione di un decreto interministeriale attuativo delle predette disposizioni che stabilirà entità, tempistica e modalità di tale transazione tra danneggiati da somministrazione e trasfusioni di sangue infetto che hanno instaurato azioni di risarcimento danni nei confronti del Ministero della Salute.

Fonte: AgrigentoWeb.it

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