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Trattamento molto precoce dell’HIV nei più piccoli

di Silvia Bandini
Trattamento molto precoce dell’HIV nei più piccoli

Il trattamento molto precoce dell’HIV nei bambini anche piccolissimi è sia fattibile che sicuro, e riduce notevolmente i reservoir di cellule infette: è quanto emerge da due studi condotti in Botswana e Thailandia.

Questi risultati fanno sperare che i bambini a cui viene diagnosticata un’infezione da HIV subito dopo il parto e che ricevono un trattamento molto precoce , abbiano maggiori possibilità di riuscire a tenere a bada il virus se in futuro la ricerca riuscirà a individuare modi per mantenere la soppressione virale per periodi di tempo prolungati senza l’ausilio dei farmaci – ossia quella che viene spesso chiamata ‘cura funzionale’.

Trattamento molto precoce dell’HIV nei più piccoliQuesto tipo di strategia terapeutica aveva destato molto interesse da parte della comunità scientifica a seguito del caso della cosiddetta “bambina del Mississippi”. Nel 2013 dei ricercatori statunitensi riferirono sul caso di una bambina a cui erano stati somministrati antiretrovirali nell’arco delle 30 ore successive alla nascita e che, a oltre un anno di distanza, risultava ancora in grado di tenere sotto controllo l’HIV senza assumere farmaci. L’ipotesi era che l’assunzione così precoce del trattamento avesse ridotto drasticamente il numero di cellule infette (il reservoir virale) nell’organismo della piccola. Il più delle volte, la presenza di HIV DNA nelle cellule finisce per riattivare la replicazione virale, e si osservano rapidi rebound della carica virale quando si sospendono le terapie. Nel caso del Mississippi, questo rapido rebound si è effettivamente verificato in maniera improvvisa quando la bambina aveva tre anni e nove mesi di età, dopo oltre due anni senza farmaci.

Da quando è stato segnalato questo caso, numerosi sono stati gli studi che hanno indagato la fattibilità del trattamento molto precoce e i suoi effetti sul reservoir HIV.

L’obiettivo di questi studi è anche determinare con che frequenza e con che percentuali di successo un inizio così tempestivo delle cure possa inibire la formazione di reservoir di cellule infette.
Lo studio denominato Early Infant Treatment Study, condotto in Botswana, ha rilevato che nei bambini a cui veniva somministrato il trattamento nel giro di pochi giorni dalla nascita la quantità di HIV DNA integrata nelle cellule risultava bassissima o nulla, e dopo oltre sei mesi dal trattamento non venivano prodotte nuove cellule virali.

I bambini che presentavano una carica virale non rilevabile a 84 settimane avevano altissime probabilità di avere anche un HIV DNA non rilevabile.

Il gruppo di ricercatori HIV-NAT, in Thailandia, ha invece indagato il rapporto tra età dei piccoli pazienti al momento della prima somministrazione di antiretrovirali e dimensioni dei reservoir HIV in due coorti di bambini che hanno iniziato il trattamento prima dei sei mesi di vita.
Dai risultati è emerso che i reservoir di cellule infette effettivamente si riducevano durante il primo anno di trattamento, ma successivamente restavano stabili. Tuttavia, gli studiosi hanno anche rilevato che in circa metà dei piccoli partecipanti allo studio le cellule infette non riuscivano a produrre nuovo materiale virale a un anno e oltre da quando avevano ricevuto il trattamento: questo fa pensare che l’HIV DNA in questi bambini sia difettoso.

Se questi bambini, e altri come loro, in futuro riusciranno o meno a tenere a bada il virus senza l’ausilio di farmaci resta da verificare con studi appositamente disegnati. Il timore è che l’interruzione delle terapie conduca a un aumento irreversibile del reservoir virale, il che potrebbe pregiudicare la possibilità che in futuro possano trarre beneficio da eventuali scoperte riguardo il controllo virologico senza farmaci.

Resoconto completo sul NAM Aidsmap

 

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