Un biomarker per scoprire i serbatoi di HIV latenteUn biomarker per scoprire i serbatoi di HIV latente

Un gruppo di ricerca francese ha scoperto una proteina che viene espressa nel 50 per cento circa delle rarissime cellule del sistema immunitario – circa una su un milione – che rappresentano un serbatoio hiv latente d’infezione dell’HIV nonostante le terapie con farmaci antiretrovirali.

Il risultato è un passo avanti per lo studio del fenomeno della latenza del virus e per l’individuazione di un trattamento per eradicarlo.

Le cellule immunitarie che conservano un serbatoio nascosto del virus HIV-1 possono essere identificate grazie a una molecola di superficie, denominata CD 32a, scoperta da uno studio pubblicato su “Nature” da Monsef Benkirane dell’Università di Montpellier, in Francia, e colleghi di altri istituti di ricerca francesi.

Per comprendere il significato funzionale dell’espressione del CD32 sulla membrana delle cellule del serbatoio hiv latente occorreranno studi ulteriori e più approfonditi, ma la scoperta rappresenta un passo importante passo avanti verso future strategie terapeutiche per l’HIV, che già negli ultimi decenni hanno ottenuto risultati fondamentali.

Negli anni ottanta, la sindrome da immunodeficienza acquisita (AIDS) causata dall’infezione del virus dell’HIV portava a morte certa. Ora, trent’anni dopo, grazie a un incredibile progresso delle cure farmacologiche, l’infezione da HIV può essere, se non eradicata almeno cronicizzata, con una drastica riduzione della mortalità.

Il merito di questo progresso si deve in particolare alla terapia antriretrovirale combinata, che sopprime la replicazione dell’HIV nelle cellule del sistema immunitario chiamate linfociti CD4 T. Tuttavia, in una piccola percentuale di queste cellule il virus rimane nonostante la terapia in corso, formando un serbatoio di HIV latente che può riattivarsi se il trattamento viene interrotto.

La causa è il ciclo di replicazione del virus: tramite un processo chiamato trascrizione inversa, l’HIV genera una versione a DNA del proprio genoma a RNA, che viene integrata in un cromosoma della cellula infettata. La replicazione del genoma dell’HIV nelle cellule CD4 T produce nuovi virus che distruggono le cellule ospiti. Alcune rare cellule però sopravvivono all’infezione e costituiscono un serbatoio d’infezione latente, poiché il DNA del virus rimane integrato nei loro genomi, ma potrebbe non produrre mai RNA o proteine virali.

Come eradicare il serbatoio?

La difficoltà principale è individuare queste cellule, che sono estremamente rare: nei soggetti trattati con farmaci antriretrovirali, su un milione di cellule CD4 T in media ce n’è solo una con infezione latente. Si capisce quindi l’importanza di trovare un marcatore biologico adatto allo scopo, mai scoperto finora.

Per Benkirane e colleghi hanno sviluppato un modello in vitro del fenomeno di latenza utilizzando cellule CD4 T infettate con un virus geneticamente modificato derivato dall’HIV e in grado di produrre una proteina verde fluorescente. Hanno così identificato 16 geni che codificano per proteine acilmente identificabili con le attuali tecniche di analisi e che possono quindi essere utilizzate come marcatori cellulari.

I ricercatori hanno identificato questi marcatori in circa metà delle cellule CD4 T nel sangue. Uno dei geni più interessanti è risultato FCGR2A, che codifica per la proteina CD 32a, espressa in circa il 50 per cento delle cellule CD4 T con infezione latente.

Secondo gli autori, utilizzare la CD 32a come marcatore consentirebbe di concentrare la popolazione delle cellule con infezione latente di circa 1000 volte, permettendo così di studiare il misterioso meccanismo di latenza e in prospettiva di sviluppare farmaci diretti contro questo serbatoio.

Fonte: lescienze.it

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