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Un progetto per combattere l’Aids nelle carceri italiane

di Luca Negri
Indulto e amnistia: il testo dei 4 ddl in esame al Senato

Un progetto per combattere l'Aids nelle carceri italianeI dati ufficiali oggi disponibili indicano che i casi accertati di soggetti HIV positivi presenti nelle carceri italiane non superano le 1.500 unità, rappresentando circa il 2,5% del totale della popolazione carceraria.

Un recente studio svolto in collaborazione tra il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, l’Istituto Superiore di Sanità e le Università di Roma Tor Vergata e di Sassari ha evidenziato che esiste un numero non quantificabile di casi ancora non riconosciuti che eleverebbe le presenze ad un totale compreso tra il 7 e l’8%; generalmente, infatti, solo una minoranza dei soggetti che accedono al sistema carcerario accetta di sottoporsi al test diagnostico per l’infezione da HIV (35%).

Nonostante l’evidenza di una situazione complessa e per certi aspetti poco conosciuta, sino ad oggi non è stata probabilmente dedicata sufficiente attenzione all’opportunità di una determinazione più accurata della prevalenza dell’infezione nella comunità carceraria.

Questo elemento non solo limita significativamente le possibilità d’intervento all’interno degli Istituti, ma ha un inevitabile impatto anche sul resto della comunità.
Il carcere è troppo spesso percepito come un mondo chiuso, a sè stante e con nessuna o poche relazioni con la comunità circostante ed il territorio; in altre parole prevale il dato di chiusura, misconoscendo l’obiettivo di reinserimento sociale del detenuto di oggi, membro della comunità di domani.

Sul piano del diritto alla salute del soggetto detenuto, inoltre, vale la pena ricordare quanto già nel 1984 scriveva J.l. Kilgour, Direttore del Servizio Sanitario Penitenziario Britannico: Il detenuto deve essere sottoposto soltanto alla pena privativa della libertà e non a pene supplementari quali, per esempio, una minore qualità dell’assistenza medica. In generale, ogni detenuto deve poter godere delle stesse possibilità e opportunità di un cittadino libero.

Al pari di ogni cittadino, alla persona in regime di detenzione devono essere garantiti i diritti umani e civili fondamentali, primo fra tutti il diritto alla salute, senza il quale non è possibile nessuna sicurezza e nessun trattamento di recupero.

Al detenuto sieropositivo, in particolare, deve essere assicurata la possibilità di accedere con tempestività ai presidi ospedalieri specialistici per esami, controlli periodici ed eventuali ricoveri. Il paziente detenuto ha inoltre il diritto d’intraprendere o proseguire la stessa terapia somministrata al paziente non detenuto, mantenendone invariate qualità, quantità, modalità di somministrazione e tempi.

Ma ancor prima, deve essere garantito l’accesso al test come diritto primario da esercitare sulla base di informazioni complete ed adeguate; solo grazie a ciò il soggetto è in grado di formulare una scelta cosciente relativamente al proprio stato di salute ed all’impatto che questo può avere in termini di tutela della salute pubblica. Come sottolineato da Spaulding A. e coll. (Human Immunodeficiency Virus in Correctional Facilities: A Review, Clinical Infectious Diseases. 2002; 35(3): 305-3 12), contrariamente a quanto si creda, la maggior parte delle persone detenute con HIV sono sieropositive già al loro arrivo e il loro stato sierologico è spesso identificato attraverso il test eseguito in carcere.

Il penitenziario può quindi rappresentare un ambiente relativamente più sicuro per talune persone con HIV rispetto allo stile di vita caotico che conducevano nel mondo di fuori.
Inoltre, spesso le fasce sociali rappresentate dai detenuti sono quelle che hanno di base meno accesso alle cure e soprattutto ad adeguati programmi di informazione.

In particolare per questi soggetti, il periodo di detenzione potrebbe costituire un’occasione per indirizzare nei loro confronti messaggi corretti in tema di prevenzione e cura dell’infezione da HIV, come ha sottolineato di recente M. C. White responsabile della Community Health System dell’Università di San Francisco nel suo intervento a Firenze durante il congresso internazionale Securing treatment and care for people living with HIV. Di fatto la White ha rilanciato l’idea del carcere come risorsa o, meglio ancora come laboratorio di sanità pubblica, idea per altro già radicata in Italia nel senso delle iniziative intraprese dagli infettivologi impegnati nella Società di Medicina e Sanità Penitenziaria.

Il management del paziente sieropositivo può essere ulteriormente ostacolato da alcuni aspetti peculiari della vita carceraria: i possibili trasferimenti da un Istituto ad un altro, il rifiuto della malattia per ignoranza o più spesso per macanza di privacy, fino agli aspetti più semplicemente organizzativi quali le modalità di distribuzione dei farmaci, l’auto-somministrazione e la disponibilità stessa dei trattamenti in modo continuativo.

Al di là degli ostacoli oggettivi, che si possono riscontrare nel mondo carcerario, una corretta gestione del paziente non può prescindere in primo luogo dall’accettazione o meno della terapia da parte del soggetto e ciò è funzione innanzi tutto dello stato di conoscenza della propria condizione sierologica. Per tale ragione la messa a punto di un corretto protocollo d’offerta del test al detenuto è essenziale, così come lo sono le informazioni che vengono in quel momento rese disponibili:esse potranno condizionare le sue scelte future, con un evidente impatto anche al di fuori dell’ambiente carcerario e per la comunità intera.

Obiettivi del progetto

Il progetto si pone come obiettivo prioritario l’incremento del numero degli accessi al test HIV all’interno delle carceri, al fine di favorire una più accurata definizione del numero dei soggetti sieropositivi ivi residenti e la formulazione di piani coerenti d’intervento in termini di prevenzione e cura.

Alla luce di esperienze già condotte, risultati incoraggianti sono stati ottenuti negli Istituti nei quali si è sostenuto un programma di offerta del test: circa il 70% dei nuovi accessi ha richiesto di sottoporsi allo screening per l’infezione da HIV. Tale obiettivo sarà perseguito attraverso la definizione di un protocollo d’offerta del test nell’ambito di un programma d’informazione e formazione diffuso in occasione d’incontri organizzati all’interno degli istituti carcerari. Il target di questi incontri sarà rappresentato da un lato dagli operatori sanitari impegnati negli istituti penitenziari e dall’altro dalla popolazione carceraria.

I momenti d’incontro saranno differenziati per contenuti e modalità organizzative in funzione dell’utenza invitata a partecipare. Il coinvolgimento degli operatori sanitari rappresenta un elemento critico di successo in quanto è primariamente attraverso il loro costante supporto che sarà possibile il coinvolgimento del detenuto.
Proprio attraverso un invito attento, discreto ma reiterato sarà possibile accompagnare adeguatamente il detenuto nel percorso, a volte non facile, fino alla presa di coscienza del proprio stato di salute.

Il Comitato Organizzativo

Il progetto, che ha ottenuto l’egida della Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria (SIMSPe),sarà coordinato dal seguente panel di esperti:
Coordinatori
Sergio Babudieri-Università di Sassari
Giulio Stagnini-Presidente della SIMSPe
Rosaria Iardino-Presidente NPS – Network Persone Sieropositive

Specialisti Infettivologi
Sergio Carbonara-Clinica Malattie Infettive – Policlinico di Bari
Giampiero D’Offizi-Istituto Nazionale Malattie Infettive-Lazzaro Spallanzani di Roma
Roberto Monarca-Servizio Immunodeficienze-Ospedale Belcolle di Viterbo
Peer-educator e Facilitatore Gianni Grosso-Vicepresidente NPS-Network Persone Sieropositive

La collaborazione di NPS rappresenta un fondamentale punto di forza del progetto: il coinvolgimento di persone sieropositive già impegnate nella diffusione di messaggi legati alla prevenzione, diagnosi e cura dell’infezione da HIV potrà aumentare l’adesione e l’interesse dei detenuti. La figura del peer-educator, in particolare – in quanto testimone diretto dell’esperienza del carcere per il soggetto sieropositivo – potrà rendere maggiormente credibili i messaggi veicolati attraverso il programma.

Segreteria Organizzativa
Design Factory – Roma
Sponsor

Il progetto sarà integralmente finanziato da Boebringer Ingelheim Italia SpA, senza alcun onere diretto o indiretto per l’Amministrazione Penitenziaria.

Descrizione del Progetto

Il progetto si svolgerà in due fasi:
Fase Pilota
– Obiettivo: verifica della fattibilità del progetto e analisi dei risultati ottenibili
– Istituti coinvolti (individuati in conformità a criteri di dimensione e distribuzione geografica):
1. Carcere Regina Coeli – Roma
2. Carcere San Vittore – Milano
3. Carcere di Viterbo
4. Carcere di Bari
– Tempi: anno 2004

Fase di estensione

– Obiettivo: ampliamento del numero degli istituti coinvolti (da 8 a 10)
– Tempi: anno 2005
Il panel proporrà la realizzazione di un incontro preliminare in ogni singolo istituto che veda il coinvolgimento delle seguenti figure:
1. Direttore dell’Istituto
2. Ispettore Comandante
3. Direttore Sanitario
4. Medico Infettivologo di riferimento del Carcere
5. Cappellano del Carcere

Prenderanno parte a questo incontro:
1. Un infettivologo del gruppo di coordinamento del panel
2. il peer-educator del panel
3. un rappresentante dell’agenzia Design Factory (analisi del supporto tecnico richiesto)
4. un rappresentante di Boehringer Ingelheim Italia S.p.A. (analisi dei costi)
Oggetto di questo incontro sarà:
a) illustrazione e discussione degli obiettivi del progetto e dei materiali informativi destinati all’utenza
b) definizione degli aspetti operativi (fattibilità e vincoli)
c) immediato coinvolgimento dell’infettivologo di riferimento nel programma di informazione/ formazione
d) individuazione, in funzione della numerosità della popolazione carceraria, di uno o più peer educator interni selezionati in base alla loro disponibilità a collaborare al progetto in stretta interazione con il facilitatore del panel ed al livello di credibilità a loro riconosciuto dalla comunità dei detenuti.

A valle di tale riunione saranno fissate le modalità e le date degli incontri operativi. Incontro con il Personale

Sanitario (meeting A1)

Tale incontro sarà destinato a:
1) medici incaricati
2) medici di guardia
3) rappresentanti (1-2) degli infermieri
4) eventuali altre figure professionali operanti nel carcere (es:psicologo)
5) peer-educator interni
Vi prenderanno parte come speaker:
1) il peer-educator del panel
2) un infettivolo del panel
3) un infettivologo di riferimento del carcere
4) un moderatore (Design Factory)
Gli obiettivi del meeting saranno:
a) illustrare scopi e modalità operative del progetto
b) presentare i contenuti dei materiali divulgativi destinati ai detenuti
c) aumentare il livello di sensibilizzazione e coinvolgimento del personale sanitario nella diffusione e proposizione del protocollo d’offerta del test

Incontri con i detenuti (meeting A2)

In funzione della numerosità della popolazione carceraria, saranno organizzati uno o più incontri secondo le modalità stabilite dalla direzione dell’Istituto in occasione del meeting preliminare. Si stima che la durata di ogni incontro sarà di circa 2,5 ore e che il numero dei detenuti presenti sarà compreso tra 50 e 100 in funzione dei vincoli di sicurezza posti dalla direzione dell?Istituto.

A tale incontro prenderanno parte come speaker
1) il Direttore dell’Istituto
2) il Direttore Sanitario
3) il peer-educator del panel (affiancato dai peereducator interni)
4) un infettivologo del panel
5) un infettivologo di riferimento del carcere
6) un moderatore (Design Factory)
7) un mediatore culturale (da proporre)
Gli obbiettivi del meeting saranno:
a) trasferire informazioni in tema di infezione da HIV (prevenzione, diagnosi, cura)
b) contestualizzare le informazioni nell’ambito carcerario sottolineando il dovere di ciascun individuo di prendersi cura del proprio stato di salute ed il diritto all’assistenza
c) evidenziare l’impatto che la dimensione individuale ha in termini di presidio della salute pubblica
d) ridurre stigma e discriminazione dentro il carcere
e) facilitare l’accesso agli strumenti di diagnosi (test) e cura (terapie)

Nel corso del meeting saranno resi disponibili appropriati materiali divulgativi focalizzati su prevenzione, diagnosi e cura dell’infezione da HIV e dell’AIDS.

In particolare sarà focalizzata l’attenzione sull’importanza di accedere ad un programma di screening necessario per una diagnosi tempestiva allo scopo di impostare da subito una strategia terapeutica efficace nel rallentare l’evoluzione della malattia. Nel caso in cui la numerosità della popolazione carceraria residente nell’Istituto sia particolarmente elevata, sarà possibile programmare una serie di successivi incontri (meeting A3) allo scopo di garantire che tutti i detenuti interessati possano accedere al programma di formazione/informazione.

In questa fase l’attività di divulgazione potrà procedere attraverso il contributo del personale sanitario operante nel carcere, in particolare l’infettivologo di riferimento, ed i peer-educator interni.
A questo scopo sarà messo a punto un kit di materiali che supportino tale attività.
Parametri di valutazione del progetto
Al termine della Fase Pilota saranno analizzati i seguenti parametri considerati rappresentativi della buona riuscita del programma:

a) incremento del numero degli accessi al test (obiettivo: 70% dei nuovi arrivati)
b) numero degli operatori sanitari raggiunti (meeting A2)
c) numero degli incontri di tipo A3 spontaneamente organizzati all’interno degli istituti a valle del programma di sensibilizzazione
Il proseguimento del progetto e l’attivazione della successiva Fase di estensione saranno decisi sulla base degli outcome della Fase Pilota.

Tratto da Parliamone D+ Numero 4 Anno 1

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