Home Ricerca Un vaccino da bere: “Test positivi sulle scimmie”

Un vaccino da bere: “Test positivi sulle scimmie”

di sert_budrio
Vaccino

Un gruppo di ricercatori guidati dal francese Jean-Marie Andrieu ha messo a punto un cocktail probiotico che induce il sistema immunitario a ignorare l’infezione anziché combatterla. Ma la comunità scientifica è scettica.

UN NUOVO vaccino contro l’Aids. Si tratta di un cocktail di batteri messo a punto dall’ematologo francese, Jean-Marie Andrieu.

Ha già dimostrato di essere efficace sulle scimmie, proteggendole dal Siv, l’equivalente animale dell’Hiv. Ma i primi test sull’uomo, secondo quanto riporta il Washington Post, saranno condotti solo entro la fine del prossimo marzo. “Chiaro, non c’è alcuna garanzia che sarà in grado di funzionare anche sulle persone, nello stesso modo”, ammette il ricercatore al quotidiano statunitense, “però sono fiducioso”.

Il prodotto studiato da Andrieu ha poco in comune con i classici sistemi di vaccinazione. Propone un approccio diverso, per due motivi. Prima di tutto, non è iniettato direttamente nella circolazione del sangue, ma si beve quasi come se fosse un elisir arricchito con dei probiotici, cioè degli organismi vivi che, se somministrati nelle dosi giuste, migliorano la salute del sistema immunitario ospite. In secondo luogo, non spinge il corpo a ribellarsi all’infezione producendo uno specifico anticorpo, capace di prevenirla, o delle cellule killer, in grado di controllarla. Anzi, fa in modo che il fisico la ignori. Una tecnica conosciuta in campo medico con il nome di immunosoppressione, è spesso usata durante i trapianti d’organi per evitare il cosiddetto rigetto, e consiste nel disinnescare volontariamente il sistema immunitario programmato per proteggerci.

Applicarla al mondo della lotta all’Hiv, per evitare la moltiplicazione del virus, rappresenta però una novità rivoluzionaria. Spiega il giornalista Tuan C. Nguyen: “L’obiettivo sia del Siv sia dell’Hiv sono le cellule CD4, contenute nei globuli bianchi e programmate per coordinare gli attacchi contro gli invasori esterni. Intercettarne l’attivazione vorrebbe dire togliere progressivamente al parassita la ragione per riprodursi”. Scrive in un recente editoriale su Frontiers in Immunology Jose Esparza, ricercatore e professore all’Institute of Human Virology dell’University of Maryland: “Se i risultati saranno confermati e validi anche per gli uomini, l’approccio di Andrieu potrebbe rappresentare una svolta nelle strategie adottate fin a ora; e dovrebbe essere il benvenuto in un campo segnato da esiti deludenti”.

La storia dei vaccini anti Aids, infatti, è stata spesso costellata da speranze disattese. Certo, rispetto alle prime ricerche condotte nel 1988, sono stati fatti dei grandi passi avanti, soprattutto nel comprendere i modi in cui l’Hiv interagisce con il sistema immunitario dell’ospite. Nel 2009, ad esempio, un team di ricercatori ha dimostrato che un gruppo di volontari thailandesi – cui era stato somministrato un antidoto sperimentale – ha avuto il 31% di probabilità in meno di ammalarsi rispetto agli altri. Una scoperta notevole. Anche se di recente sono sorti dei dubbi relativi alla sua efficacia nel tempo. Diversi, poi, sono stati i successi sui macachi. Come dimostrano gli ultimi traguardi raggiunti sia dall’Harvard Medical School di Boston sia dalla Oregon Health and Science University che, proprio nei giorni scorsi, ha ricevuto un finanziamento di 25 milioni di dollari dalla fondazione di Bill e Melinda Gates, per continuare i suoi studi.
Mentre in Italia, sono state le ricerche del professor Arnaldo Caruso ad accendere nuove speranze.

Più in generale, però, negli ultimi anni la ricerca biomedica si sta concentrando sullo sviluppo di medicinali “terapeutici” da somministrare a persone sieropositive, anziché ambire a una cura preventiva definitiva. E – a fronte delle innovazioni raggiunte – la messa a punto di un prodotto capace di funzionare sempre, e per di più commercializzabile, sembra ancora molto lontana. I motivi biologici sono semplici da individuare. “L’Hiv è un tipo di virus molto diverso da quelli classici”, spiega a Repubblica.it Guido Silvestri, professore di Patologia generale all’Emory University di Atlanta, che con i soldi ricevuti dall’associazione del papà di Microsoft sta testando il vaccino di Andrieu in uno studio indipendente.
“Non ne esiste una versione universale, ma ci sono infinite varianti. Si tratta di un’infezione subdola e di un parassita che ha una grande capacità di cambiare e sfuggire alle risposte immunitarie del corpo infettato. Inoltre, è bravissimo a nascondersi, come virus latente, specialmente nelle cellule del sistema immunitario, come le CD4”.

Proprio partendo da questi presupposti, Andrieu dell’Université Paris Descartes e i colleghi dell’Institut de Recherche pour le Développement in Montpellier e dell’University of Guangzhou in Cina, hanno deciso di adottare una tattica diversa rispetto agli altri studiosi.
In breve: hanno mixato ceppi inattivi di Siv e diversi agenti batterici viventi che – sostiene l’ematologo francese – sono conosciuti per le eccellenti proprietà immunosoppressive. Poi li hanno somministrati a 21 macachi per cinque giorni consecutivi. L’effetto: le scimmie sono state protette dall’infezione per più di quattro anni, nonostante la ripetuta esposizione a elevate concentrazioni di virus. Con un’efficacia quasi pari al cento per cento.

I primi risultati sono stati presentati nel 2012, mentre quest’anno delle nuove indagini sono state pubblicate su Frontiers in Immunology. Tuttavia la comunità scientifica rimane scettica. A essere contestato è, in particolar modo, il fatto che Siv e Hiv sono simili, ma è diverso il modo in cui la malattia si sviluppa – rispettivamente – nella scimmia e nell’uomo. Commenta Mago Clerici, professore di immunologia all’Università degli studi di Milano: “Esistono da vent’anni vaccini che proteggono le scimmie dal virus. Ma ogni volta che abbiamo provato a replicare gli esperimenti sull’uomo, non hanno funzionato.

L’approccio probiotico è interessante, è provato che i batteri possono migliorare le condizioni cliniche sia degli uomini sia degli animali, però dubito che adottandoli si possa evitare che il paziente si infetti”. Anche la decisone di usare il virus inattivato – secondo Clerici – è un’arma a doppio taglio. “Riduce il numero di cellule vulnerabili all’infezione, ma allo stesso tempo anche la possibilità di combatterla”.

 

FONTE: repubblica.it

 

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