Home Diritti Una questione di Privacy

Una questione di Privacy

di Luca Negri

a cura dell’avv. Matteo Schwarz- consulente legale NPS
Che la tutela della riservatezza cioè della privacy costituisca uno dei punti nevralgici, nella lotta alla discriminazione delle persone con HIV/AIDS così come in numerosi altri aspetti riguardanti la tutela della salute dei cittadini, è un dato incontrovertibile.

Il grado di intrusione nella sfera privata dei singoli e l’errata gestione del dato sanitario sono infatti alla base non soltanto dei numerosi episodi di discriminazione sul posto di lavoro da noi già denunciati nei numeri precedenti di Real Life, ma spesso anche della mancata o della tardiva diagnosi dell’infezione, e pertanto dei conseguenti effetti negativi che ne derivano sia in termini di diffusione del virus che in termini di efficacia delle terapie antiretrovirali.

Tutte conseguenze che costituiscono un costo elevatissimo per la collettività e che potrebbero essere almeno in parte ridimensionate da una corretta informazione e da un’applicazione più rigorosa delle normative vigenti. Da una lettura accurata della casistica a nostra disposizione, è infatti possibile rilevare come in un significativo numero di casi, il timore che la potenziale diagnosi di sieropositività possa essere oggetto di una illegittima o quantomeno di una impropria divulgazione all’esterno, ma anche all’interno del contesto sanitario in cui l’accertamento viene condotto e le cure somministrate, costituisce un forte disincentivo alla regolare esecuzione del test da parte di molti soggetti.
Se è vero che spesso questo atteggiamento è legato ad una serie di paure “irrazionali” e di pregiudizi che persistono nei confronti dell’HIV/AIDS, è altresì innegabile che in numerosi casi gli stessi operatori sanitari mancano di attuare con la dovuta attenzione le cautele che le leggi ed i regolamenti predispongono a tutela della riservatezza dei pazienti.

Quando poi il dato sanitario attinente alla condizione di sieropositività di un soggetto è destinato ad essere trattato al di fuori del contesto ospedaliero o del rapporto fiduciario medico-paziente, allora le violazione risultano ancora più frequenti e grossolane.
Mi riferisco in particolare alle ipotesi in cui la diagnosi di HIV/AIDS, potendo costituire causa di invalidità parziale o totale, diventa oggetto di trattamento da parte degli enti previdenziali ed assistenziali, degli uffici del lavoro competenti al collocamento mirato o all’inserimento in quota invalidi e naturalmente delle AUSL.
È soprattutto in questo contesto che il dato sanitario, non a caso qualificato dal Codice in materia di protezione dei dati personali (Decreto Legislativo 30 giugno 2003, n.196) come “sensibile”, viene spesso trattato in modo improprio ed almeno potenzialmente lesivo dei diritti del soggetto interessato.
Qui occorre fare una prima osservazione sui metodi utilizzati dalle nostre amministrazioni pubbliche nel trattamento dei dati sanitari: il ricorso a codici numerici o alfanumerici per individuare una data patologia, non costituisce in sé un argine sufficiente all’identificazione della patologia stessa da parte del soggetto non autorizzato che si trovi a leggere il documento considerato. Basta infatti digitare le parole “codice esenzione patologia” sulla stringa di ricerca di uno qualsiasi dei principali motori di ricerca presenti sul web per visualizzare una lista esaustiva di tutte le affezioni che danno diritto al trattamento in regime di esenzione dal ticket sanitario, ciascuna con l’indicazione del proprio codice numerico di identificazione. Ciò potrebbe non costituire in sé una violazione della riservatezza qualora fosse garantita una circolazione del documento contenente il dato sensibile solo ed esclusivamente tra quei soggetti che il Codice sopra citato identifica come titolari e/o responsabili del trattamento.

Molto spesso, tuttavia, la documentazione sanitaria o previdenziale contenente i dati sensibili, è esibita (o ne è rivelato il contenuto) a soggetti non autorizzati, talvolta dallo stesso soggetto interessato che, ignaro dell’illegittimità della richiesta, si rassegna a rivelare informazioni che avrebbe il diritto di mantenere riservate.
Sono giunte al nostro forum legale segnalazioni di soggetti che, rivoltisi ad una agenzia di lavoro interinale in cerca di una occupazione, ed essendosi qualificati come portatori di un’invalidità civile, si sono visti richiedere dal personale dell’agenzia informazioni specifiche sulla causa della propria invalidità, in palese violazione tanto delle disposizioni del Decreto Legislativo 469/97 regolante l’attività di mediazione tra domanda ed offerta di lavoro, quanto della stessa legge 135/90 (Piano di interventi urgenti in materia di prevenzione e lotta all’AIDS), il cui articolo 6 espressamente prevede il divieto per tutti i datori di lavoro, pubblici e privati, di svolgere indagini volte ad accertare, tanto nei dipendenti quanto nei candidati all’assunzione, l’esistenza di uno stato di sieropositività.

Ancora una volta, quindi, non lamentiamo la mancanza di normative specifiche a tutela della riservatezza, ma semmai una carenza di strumenti applicativi delle norme stesse e l’inesistenza di procedure di controllo sulla loro corretta applicazione. Un problema endemico nel nostro paese, ove l’adozione di leggi e regolamenti non è quasi mai accompagnata dalla previsione di un sistema di verifica circa l’efficacia degli stessi.
Tutto questo si traduce molto spesso in una sostanziale inefficacia delle normative vigenti, che lascia all’iniziativa del singolo soggetto colpito la scelta tra l’attivazione di difficili procedure sanzionatorie (azioni giudiziarie, ricorsi alle autorità garanti) dai tempi prolungati e dagli esiti incerti, e la rinuncia alla tutela del proprio diritto.

Fonte: Reallifenetwork
Canale informativo: npsitalia.net

Potrebbe interessarti anche

Questo sito Web utilizza i cookie per migliorare la tua esperienza. Daremo per scontato che ti stia bene, ma se lo desideri puoi disattivarli. Accetto Scopri di più