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USA: detenuti sieropositivi in isolamento

di Luca Negri
aids

Fino a 25 anni fa, 46 dei 51 stati americani isolavano sistematicamente i detenuti sieropositivi.

Oggi, solo il South Carolina e l’ Alabama continuano a stigmatizzare i detenuti malati, stimati in circa 22 000 unità su tutto il territorio degli Stati Uniti. Dal mese di marzo, vi ha rinunciato pure il Mississipi.

 

TEST OBBLIGATORIO
L’ Ong internazionale Human Rights Watch, in collaborazione con il gruppo per la difesa delle libertà civili (ACLU), ha raccolto le testimonianze di quei prigionieri e pubblicato, a metà aprile, una relazione sulla segregazione dei detenuti sieropositivi nelle carceri federali e degli Stati Uniti.
Il rapporto spiega che, all’arrivo, ogni prigioniero viene sottoposto a un test di screening: “Il risultato di questa prova determinerà quasi tutti gli aspetti della vita del prigioniero finché lui o lei è in carcere. Il test HIV sarà determinante per stabilire dove il detenuto sarà posto, dove mangerà e dove potrà trascorrere il tempo libero”. In entrambi gli Stati, i detenuti sieropositivi sono isolati in cella durante le ventitré ore.

L’isolamento continua per una settimana in attesa della conferma dei risultati del test.
Ronald B., racconta il suo arrivo al centro di accoglienza a Kirkland, South Carolina: “Quando sono arrivato a Kirkland, ho passato l’ammissione. Mi hanno fatto un esame del sangue. Io non conoscevo il mio stato. Sono stato messo con gente di tutte le nazionalità in un dormitorio grande […] Improvvisamente, vengono e ti fanno lasciare tutto … Sono letteralmente messo in una prigione, una cella buia al piano di sotto, e questo è tutto. Ci sono rimasto per 23 ore e il giorno dopo, mi hanno alimentato attraverso la porta. Non potevo nemmeno fare la doccia tutti i giorni. Devi urlare per farti sentire da qualcuno a volte arrivano, a volte no.

IL MARCHIO
Una volta che la diagnosi è confermata, i detenuti sono posti in aree specializzate di alta sicurezza. Perché, non è tanto il crimine che determina la loro posizione, ma la loro salute. “Si è contrassegnati come HIV positivi, così dal primo giorno,è finita”, afferma Loma P. incarcerato in South Carolina.

Contrariamente a quanto affermato dai diritti dei malati sulla difesa della propria privacy, lo studio rivelato da Hrw ha scoperto anche altre forme di umiliazione.
Se si cerca il nome di un prigioniero sieropositivo, sul sito web del carcere, ad esempio, lo si troverà inserito tra le liste di quelli detenuti nelle unità destinate ai malati di HIV. In Alabama, al Limestone correctional facility, i detenuti sieropositivi devono indossare un bracciale bianco. In North Carolina, hanno un punto blu sul distintivo che li distingue da altri prigionieri, mentre le donne si distinguono per una notazione sulle loro divise del dormitorio che le ospita “Whitney B”.

Mangiano da soli, sono seduti separatamente durante le funzioni religiose e durante i corsi.
Non hanno accesso ad alcun programma di inserimento al lavoro.
Non hanno il diritto di lavorare né nelle cucine del carcere, né nei laboratori tessili, carpenteria, o in ufficio. Le uniche attività accessibili per loro sono i lavori di pulizia o di falciatura dell’erba.

INFETTI E FROCI
Due argomenti sono rivendicati dagli amministratori delle prigioni di questi due Stati per giustificare questo isolamento: il primo, fa riferimento al cosiddetto “bene dei pazienti” che possono ricevere le loro cure più facilmente, il secondo riguarda la necessità di ridurre i rischi di trasmissione tra i detenuti e tra gli ufficiali.

Insomma, argomentazioni che non hanno alcuna giustificazione medica e che alimentano solo la disinformazione tra i detenuti e tra il personale.
Vittime di un vero e proprio apartheid, i detenuti HIV positivi subiscono anche offese verbali. Vengono chiamati “infetti” o “froci”. In South Carolina devono addirittura girare la testa contro il muro quando gli altri prigionieri passano attraverso le loro sezioni.

Uno di essi, Giuseppe T., testimonia: “Ho sentito un ufficiale dire ai prigionieri di un altro dormitorio: “L’unità è positiva, state lontani da loro, non vorrete mica prendere questa merda, non è vero?”. Nel concludere la sua relazione, l’ONG per i diritti umani ha ricordato: “La discriminazione contro i detenuti HIV positivi […] costituisce un trattamento crudele, inumano e degradante in violazione del diritto internazionale”.

FONTE: giornalettismo.com

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